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Torino due anni dopo. Due anni quasi dopo la fatidica data del febbraio 2020, in cui nelle nostre vite di uomini occidentali è comparso quel Convivato di Pietra, il Covid, capace di insinuarsi in una quotidianità che ci sembrava banale, ma di cui oggi rimpiangiamo tanto la semplice normalità. Passeggiando per le vie del centro torinese e non solo, a quasi due anni di distanza dal primo lockdown,  l’atmosfera appare a tratti surreale per la presenza di poche persone che circolano nelle strade (colpa forse degli isolamenti per quarantena o dello smartworking). La rarefazione della presenza dell’uomo nell’ambiente urbano, fattore che appare sicuramente anacronistico (non lo sarebbe in mezzo alla natura, di fronte alla distesa del mare o tra le montagne), conduce sicuramente a interrogarsi sul significato di questa esistenza che stiamo vivendo, bene o male malgrado la nostra volontà. A metà tra atmosfera surreale e spettrale, la città semideserta, come è apparsa nei giorni immediatamente successivi all’Epifania, mi ha suggerito il ricordo e il parallelismo con  alcuni aspetti della cultura nordica, per esempio con il teatro di Ibsen. Se in una delle opere più celebri del padre del teatro moderno, ‘Spettri’, Ibsen esprimeva una forte critica alla morale e al pensiero falsamente perbenista della società borghese a lui contemporanea, gli spettri identificano anche le ombre del passato che colpiscono il dramma esistenziale dei protagonisti.  Anche se quel dramma che alcune persone oggi vivono in seguito alla comparsa e al perdurare della pandemia è  certamente di natura diversa da quello dei personaggi ibseniani, comunque proprio la pandemia ha portato l’individuo a confrontarsi con gli  ‘spettri della sua anima’. Si è  trovato, infatti, a tu per tu con le angosce e paure nei confronti del contagio, della malattia, a volte della stessa morte, giungendo alla consapevolezza della presenza di una debolezza ben superiore a quella che si  credeva potesse avere una società consumistica e individualista come la nostra. In fondo, però,  gli spettri sono anche presenze molto spesso alla ricerca continua di una loro identità, come avviene per il personaggio di Traven, autore del libro dal titolo “Coriandoli il giorno dei morti”. Traven non è  altro che una congettura, tanto che la teoria più  accreditata lo ritiene il giornalista e anarchico tedesco  Marut, un’altra lo indica nell’attore Otto Feige, altre congetture parlano del suo agente Hal Croves. In fondo questo scrittore rimane e forse rimarrà nella tradizione letteraria uno spettro. E se gli spettri possono, in questo caso, essere anche benigni, in riferimento alla vicenda pandemica, il confronto con loro e con le parti più nascoste della nostra anima, quelle che ci hanno sempre più impaurito, può diventare estremamente fruttuoso per migliorare come individui, sia singolarmente sia all’interno della collettività, rendendoci più aperti ai valori sociali e di solidarietà verso gli altri.