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In Italia, qualsiasi cosa capiti è colpa di qualcuno (e si apre un’istruttoria). C’è una specie di ripugnanza ad attribuire al caso o alla natura un evento sfavorevole. Per quanto riguarda il caso, il rifiuto ha probabilmente radice religiosa: Dio è buono, quindi la disgrazia deve arrivare da qualcun altro (è anche l’ origine delle “Teorie del Complotto”). Per quanto riguarda la natura, l’uomo moderno l’ha fatta oggetto di culto (forse insoddisfatto degli altri culti …  ) .“La natura ci è amica, e noi la maltrattiamo,” è il refrain. Personalmente, vedo le cose in modo un po’ diverso: esploro la storia più remota e quel che ci trovo sono le vestigia di una sempiterna  guerra combattuta tra uomo e natura, ciascuno con le sue armi: l’uomo, scimmia nuda,  armato del suo ingegno e la natura che gli oppone freddo, fame, grandi predatori, epidemie. Ed è proprio di natura che si occupa questo breve scritto. Cominciando da un dannoso pregiudizio.  Non è vero che “natura non facit saltus”: la natura fa salti, eccome, e questo lo sappiamo da un pezzo. Ad esempio, da mezzo secolo i paleontologi si sono convinti che l’evoluzione biologica stessa è proceduta per salti (punctuated equilibrium). La natura utilizza per la sua evoluzione a tutte le scale sia  processi graduali, sia eventi discontinui, “catastrofici”: tale la mutazione genetica, tale la frana sottomarina che muove chilometri cubi di sedimenti. Tra gli eventi “catastrofici” alcuni sono coperti col termine “rischi” (hazards) nella letteratura scientifica, la quale agli eventi naturali guarda con gli occhi dell’uomo, non con quelli della natura stessa. Faccio un esempio. Una falesia calcarea – come tutti i rilievi morfologici –  si consuma gradatamente perdendo ogni giorno un quid portato via o disciolto dagli agenti atmosferici. Poi, un giorno lungo un giunto (il calcare è ricco di giunti) la forza di gravità prevale sulla coerenza e la parete, o una sua parte, crolla. La natura, come le è proprio, ha fatto il “salto” ovvero la catastrofe. Si tratta di una non-notizia,  una successione di eventi nota “lippis et tonsoribus”, come avrebbe detto mio nonno. Ma a questo punto, attenzione. Se sotto a quella parete qualcuno ci aveva messo casa sua o  una strada o qualche altro manufatto, la innocua catastrofe è promossa a disastro. Quel qualcuno era “vulnerabile”, e quella “vulnerabilità” è colpa nostra secondo un certo modo di vedere. Il che è anche vero talvolta, ma l’errore è generalizzare e subito mettere mano alle fruste per l’auto-flagellazione. Il passaggio successivo – dire che i disastri “presunti-naturali” non esistono – è infatti di un drammatico semplicismo. Per tenerci all’esempio “minimo” appena fatto, può darsi che quel giunto della falesia fosse occulto e non diagnosticabile. Certamente, se uno edifica in un alveo fluviale che storia e buon senso indicano come inondabile, ecco, quel  sicuro disastro che seguirà, è da imputare a lui: la natura ha fatto solo il suo normale, piccolo salto. Poi, magari il tipo chiede che lo Stato gli ricostruisca il suo coso “come era e dove era”. Facciamo un salto di dimensione. Ci sono parti del mondo dove la piovosità è sui  2 o 300 mm l’anno (in confronto ai nostri invidiabili 1000), e dove, se capita un anno di siccità, la gente e il bestiame semplicemente muoiono. E questo è sempre successo, ed è la ragione principale per cui è nato il nomadismo. Di chi la colpa del disastro? Uno può rispondere “colpa di quella gente”: non doveva insediarsi dove non piove. Perché invece così sia andata, quando altri gruppi umani hanno scelto verdi praterie ricche di chiare, fresche e dolci acque, va al di là della mia conoscenza (forse non solo della mia). L’esempio era di scala inadeguata?  Prendiamone un altro: le coste che circondano il Pacifico sono, quale più quale meno, a rischio tsunami, terremoto, vulcanismo, tutti fenomeni perfettamente naturali. Che si fa: sgombriamo? Torniamo ad una dimensione più domestica, quella del rischio Vesuvio: si preferisce occuparsi d’altro, e pour cause. Eppure, eliminarlo è semplice: basta spostare mezzo milione di persone…. Semplice, ma quali i costi sociali? Per inciso, che la sicurezza abbia un costo sembra non sia stato capito da tutti (e non sto parlando di rischio vulcanico). Tutti gli interventi sugli “hazards” dovrebbero essere oggetto di attenta valutazione costi/benefici, compresi quelli sul clima. L’Indiano medio preferisce avere la speranza di aria più fresca o la certezza di più rupie in tasca? Ecco che sono arrivato all’aspetto sociale. Un altro mantra è che i disastri naturali  aumentano le diseguaglianze in quanto colpiscono più duramente i più vulnerabili, cioè i più poveri, ed anche questa è un’ovvietà: quando  la natura tira bastonate,  i ricchi sono sempre, in qualche modo, più protetti dei poveri. Se c’è una carestia, il ricco ha un grande e ben fornito freezer, il povero no. E allora che fare? La risposta: abolire la povertà. Qualcuno ci ha provato anche recentemente, finora senza successo. Ma questo ha poco a che fare con i fenomeni naturali. O forse no: è un fenomeno naturale anche la diseguaglianza? Per carità, qui nessuna intenzione di schierarsi pro o contro Marx,  Rousseau, Adam Smith….