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Tra le grandi spinte pulsionali dell’uomo c’è l’amore ma anche l’odio. Tutti noi proviamo questi sentimenti verso qualcosa che ci sovrasta, che alcuni ammirano e amano, mentre altri rosi dall’invidia vorrebbero distruggere. Sono sentimenti umani che risalgono all’infanzia. Tutti noi da adulti diventiamo gli attori di un teatro già prefigurato sin dal mondo infantile.

           Amore e odio sono compresenti in tutti noi: la prima è la pulsione di dare vita a qualcosa, la seconda quella di distruggerla. Tra due amanti c’è sia una spinta fusionale che si incarna nell’amore, sia una spinta di separazione che si incarna in momenti di rifiuto. L’amore stesso, se ferito, può trasformarsi nell’odio più viscerale.

             Ci sono popolazioni che sembrano incarnare meglio una polarità rispetto all’altra. Gli italiani sono brava gente, quando non fanno i criminali, mentre i tedeschi sono dall’animo fiero e forte, come i finlandesi, nella cui cultura c’è la categoria del sisu, termine intraducibile che indica grossomodo la forza di carattere, la decisione, la voglia di farcela in tutte le circostanze.

            Ci sono persone che nella loro vita individuale sembrano sviluppare meglio l’amore oppure un insieme di fierezza e forza d’animo, anche se difficilmente una persona è completamente priva di affetto. Si tratta di strategie comunicative che abbiamo imparato nella prima infanzia e che ripetiamo da adulti. Lo stile comunicativo passivo si adatta con amore alle circostanze, invece lo stile comunicativo aggressivo cerca di piegare le circostanze a proprio vantaggio.

            È possibile imparare a comportarsi in una maniera più decisa e più forte, più resiliente, nei confronti delle circostanze. Chi ha bassa autostima tende ad essere pacifico perché non ha il coraggio di imporsi: un counselor può insegnare a questa persona delle strategie vincenti per sapersi imporre nella vita quotidiana. Altre volte per lavoro le persone devono imparare a competere per vincere, come un avvocato.

           Pensiamo anche al soldato. Il soldato deve andare in guerra, quindi la fase di addestramento non consiste solamente nell’uso delle armi ma anche nello sviluppo della forza di carattere necessaria, forgiata pure dal nonnismo, che per questo scopo è tollerato dagli ufficiali. Ci sono forze speciali rinomate in tutto il mondo dove è richiesta la massima disciplina per portare a termine missioni ad alto rischio: pensiamo alle forze speciali italiane, celebrate in tutto il mondo, oppure al SAS britannico, e così via. Un reparto speciale di cui si parla spesso nei media è costituito dai Navy Seal, le più importanti forze speciali della Marina statunitense. L’acronimo Seal sta per sea, air, land: devono riuscire, dove gli altri falliscono, in mare, in aria e sulla terra ferma. Sono deputati a portare a termine compiti in cui le altre forze speciali avrebbero difficoltà. Quando il gioco si fa estremo, entrano in scena loro, sui teatri di guerra internazionali o contro la criminalità in America, per esempio per liberare ostaggi. Abbiamo visto tutti alcune scene del film Soldato Jane con Demi Moore, nel quale si ripercorre l’addestramento dei Seal. Gli esperti di psicologia del combattimento asseriscono che le scene del film sono realistiche, cioè il regista ha immortalato veramente come vengono addestrati gli uomini di questo reparto speciale, senza però svelare troppo. Non si tratta solo di una istruzione militare, non solo di imparare la resistenza fisica, non solo di avere buona mira o di paracadutarsi bene da un elicottero. Questi uomini vengono addestrati innanzitutto ad avere il giusto atteggiamento mentale riguardo la missione da compiere. Vengono programmati a diventare innanzitutto degli schiacciasassi che frantumano ogni difficoltà. Nella prima parte del loro addestramento non sparano un solo colpo, ma vengono condizionati a ragionare in maniera vincente. In termini tecnici devono acquisire una Extreme Ownership Mindset, un atteggiamento di massima padronanza del compito da svolgere.   Forgiare il giusto atteggiamento viene prima dell’imparare una tecnica di lotta armata o di disarmo, solo dopo, quando il soldato ha acquisito il giusto spirito per portare a termine una missione ad alto rischio, che costituisce il grosso della mentalità militare, può imparare anche le tecniche più efficaci.

           Tutti noi nella vita, anche se non apparteniamo ai reparti speciali, non dobbiamo soccombere alle difficoltà. Certamente non dobbiamo sacrificare l’amore per la violenza, ma imparare i giusti metodi e le giuste strategie mentali per superare le difficoltà. La parola aggressività deriva dal latino “andare avanti”.  L’aggressività ci serve per imporci nella vita, è quello spirito volitivo che non ci fa arrendere e ci spinge a imporre la nostra volontà sulle circostanze. Si parla in merito di aggressività costruttiva, che niente ha a che vedere con quella distruttiva, cioè criminale, la pura e semplice violenza verso il più debole. 

             Da bambini le persone che oggi sono caratterialmente passive, hanno imparato a soccombere acriticamente al genitore più forte. Da adulti si ritrovano deboli nei confronti delle difficoltà. Imparare a superare dialetticamente un colloquio di lavoro o a resistere ad un trauma, sono qualità umane che si possono sviluppare in tutti, e le persone passive ne hanno un grande bisogno per vivere efficacemente nella quotidianità, senza sentirsi sballottate dagli eventi e incapaci di affrontare le prove che la vita riserva a ogni essere umano.

            Un tipico atteggiamento fanciullesco è giocare al gioco della deresponsabilizzazione: Non è colpa mia, ma è colpa di qualcun altro. Invece la persona matura si assume la responsabilità delle proprie azioni. È il primo passo per agire efficacemente nel mondo che ci circonda. Se infatti pensiamo che non è nostra responsabilità, come facciamo a preparare le energie mentali per risolvere un problema?

             Poi un bambino si affida al genitore, invece l’adulto è in grado di portare il peso delle proprie decisioni, emotivo ma anche cognitivo. Chi si assume la responsabilità di ciò che fa, deve parlare francamente verso sé stesso e dotarsi di quella forza mentale in grado di subire gli inconvenienti, gli imprevisti e gli oneri di ciò che fa.

             Inoltre, il bambino fa le marachelle, invece l’adulto che sa che dalle proprie decisioni dipende la vita degli altri a cui è legato, si comporta in una maniera consona in ogni circostanza. È il cosiddetto valore. Il valore è innanzitutto non una semplice regola morale da bigotti ma un criterio economico che serve a farci mobilitare le giuste energie. Una persona che deve dirigere una azienda o che deve pilotare un aereo ma anche che deve guidare una famiglia, pensa a questo valore in maniera positiva quindi è pronta a sacrificarsi per questo scopo. Invece il bambino sa che nulla è importante perché ci pensano i genitori, quindi non mobilita le giuste energie per far fronte agli impegni, certamente, ma anche alle difficoltà. Il bambino reagisce in una maniera terribile a un trauma perché non è psicologicamente preparato ad essere ancora il genitore di sé stesso, cosa che farà da adulto.

            Tutti questi atteggiamenti maturi nei confronti della vita tolgono il senso di colpa qualora le cose vadano male. Abbiamo fatto tutto il possibile di ciò che dipendeva da noi, quindi se le cose alla fine vanno storte prendiamo l’evento pacificamente. Certamente il senso di colpa è anche un atteggiamento nevrotico, ma è spesso pure un atteggiamento fanciullesco, indice di una persona che non sa vedere chiaramente la realtà che la circonda.

           Il bambino si comporta in maniera spesso istintiva: se ha voglia gioca, se ha voglia mangia, è il genitore o il maestro che deve imporgli un compito. Invece nella vita adulta, per sopravvivere, sono molte le cose da fare che non piacciono. Affrontare una difficoltà o un trauma è una cosa che bisogna fare e non piace, ai più. L’atteggiamento maturo non è la disperazione ma lo stringere i denti e l’andare avanti. In secondo luogo bisogna evolversi e imparare come si fa. Oggi l’inglese è una lingua che occorre sapere per tante circostanze, un ristoratore deve conoscere qualcosa di questa lingua così come un tecnico per leggere le istruzioni necessarie a aggiustare qualcosa. La persona matura sa adattarsi per raggiungere lo scopo, non impara solo ciò che le piace imparare, ma si aggiorna per essere competitiva sul mercato e immagazzina informazioni anche poco piacevoli o che non servono nell’immediato più prossimo.

             Se non facciamo solo ciò che ci piace, dobbiamo sviluppare una strategia di intervento con delle priorità. Le cose da fare sono sempre molte in tutte le circostanze della vita. Quando ci alziamo la mattina, bisogna lavarsi, mangiare, vestirsi, è necessario acquisire uno schema che ci permetta di mettere in ordine il da farsi per svolgerlo correttamente. Allora in ogni cosa, dal lavoro in ufficio allo scrivere un libro, dal manovrare una gru al governare una nave,  dobbiamo riuscire a visualizzare un obiettivo o più obiettivi principali da fare sempre e con il massimo della efficacia e dell’energia e poi delle tappe intermedie o secondarie che a volte è possibile anche dribblare. In questo senso, falliamo solo se manchiamo l’obiettivo principale.  

            La persona ottusa non riesce a capire che ci sono altre visioni della realtà diverse dalla sua e altrettanto valide o quasi. Pensa che ha ragione solo lui e tutti gli altri sono nell’errore. Invece, molto spesso, ci sono diverse logiche possibili da seguire per una sola circostanza, non sempre equipollenti, ma non del tutto sbagliate. Inoltre, la realtà presenta diversi aspetti ed è possibile che le persone ne colgano solo alcuni e diversi le une dalle altre. Per di più, l’ottuso è restio al cambiamento, invece è segno di intelligenza cambiare atteggiamento quando le circostanze o lo sviluppo personale lo richiedono. Per questo occorre imparare a vedere le cose da un’altra prospettiva, la quale, se migliore, deve essere adottata in sostituzione della precedente che non funziona più perché le cose sono nel frattempo cambiate.

           C’è anche da dire che l’intelligenza non è una qualità che, se c’è, ci sarà sempre. Come il bravo medico che, se in un caso clinico specifico, non ha quella lucidità che di solito usa, sbaglia diagnosi. È semplice per tutti comportarsi da stupidi: basta non usare l’intelligenza. Anche la persona che di solito ha una buona visuale dei problemi e sa come risolverli, non deve smettere di applicare l’intelligenza, altrimenti, come tutti, può cadere nell’errore. Per questo diciamo che innanzitutto, prima di cominciare una impresa, un lavoro, un progetto, bisogna guardare lucidamente la realtà per scegliere gli obiettivi principali e la giusta strategia per perseguirli, anche imparando dagli altri e vincendo il pensiero unilaterale e ottuso. In secondo luogo, è facile che le circostanze cambino, quindi bisogna adattarsi al nuovo che avanza senza rimanere innamorati di ciò che ha funzionato in passato.  

            Quando le cose non vanno, non bisogna recriminare contro il destino, ma concentrarci su quegli aspetti che possiamo cambiare con il nostro comportamento, che di solito non sono assenti. Non possiamo cambiare gli eventi, ma possiamo innanzitutto migliorare il nostro atteggiamento per superarli o accettarli tranquillamente. Poi non dimentichiamo che se qualcosa non funziona, bisogna cambiare strategia di azione. Napoleone era un generale vittorioso che prese il potere e agli alleati stava bene, fino a quando qualcosa non cambiò nella politica attorno a lui, ma Napoleone non se ne accorse, continuò come prima, e perdette del tutto il consenso finendo esiliato. 

           Quando le cose non vanno come vogliamo, ci sono alcune strategie mentali per vedere meglio la cosa. Innanzitutto, dobbiamo sviluppare il pensiero laterale, cioè vedere il problema da un’altra prospettiva, spesso le circostanze nascondono la soluzione vincente o altre opportunità o comunque un modo per limitare i danni, ma tutto ciò è al di là di ciò che ci aspettiamo, quindi bisogna cambiare prospettiva. In secondo luogo, se noi agiamo in un certo modo e le cose non vanno, bisogna cambiare la nostra azione: il mondo risulta da come ci comportiamo, quindi se non ci piace la risposta esterna che scateniamo, dobbiamo cambiare gli input che inviamo agli altri. In terzo luogo, per iniziare a cambiare dobbiamo iniziare a fare piccoli passi, non dobbiamo aspettarci di ribaltare la situazione di colpo, ma dobbiamo impegnarci un pochino ogni giorno.

          In definitiva l’uomo diventa adulto quando, lasciando lo stato mentale infantile, passa dalla passività al prendere attivamente in mano la propria vita. Si può essere cresciuti anagraficamente senza esserlo pienamente dal punto di vista mentale. Il tossicodipendente è ancora un bambino che vede nella droga il latte materno, quindi rinuncia a vivere attivamente e si abbandona passivamente alle circostanze.

          Ci sono varie conseguenze della maturità intesa come vita attiva. Una di esse è il lavoro: come diceva Freud, la persona matura e veramente adulta si sostenta da sola. Un’altra conseguenza è la salute. Facciamo un discorso più ampio. Oggi le scienze della nutrizione, la biologia e la medicina stanno cambiando molti assunti che erano invece validi nel passato:

  • Una volta si credeva che la unità funzionale del corpo fosse la cellula. Oggi si è invece dimostrato che essa non è la cellula ma lo spazio tra le cellule, detto extracellulare (l’insieme di tutti questi spazi all’interno dell’organismo è detto Matrice Extracellulare). In questo ambiente vengono spostati i prodotti del metabolismo e le cellule vi traggono nutrimento e sostanze che permettono la funzionalità. Ora, la giusta alimentazione è quella che permette che nell’ambiente extracellulare ci siano i giusti ingredienti che permettono una ottimale gestione della vita.
  • Un altro assunto nuovo è che le cellule non si nutrono soprattutto di glucosio, onnipresente dogma del passato. Solo alcune di esse hanno il glucosio come principale alimento (neuroni, alcune cellule muscolari, globuli rossi), tutte le altre consumano di preferenza grassi. Quindi la ottimale alimentazione non deve essere basata sui carboidrati ma sui grassi, che non è vero che facciano male, se sono assunti nei giusti quantitativi. L’atteggiamento di sfiducia che nel passato ha riguardato i grassi, dal colesterolo ai trigliceridi, era nato dalla mancanza di strumentazioni idonee a studiarli, cosa che è radicalmente cambiata dopo il Duemila. Oggi i grassi si conoscono a sufficienza e quell’alone di preoccupazione su di loro sta definitivamente svanendo.
  • Non esiste nessun alimento che faccia male, nemmeno il veleno. È la dose che fa il veleno, come diceva Paracelso. Tutti gli alimenti sono importanti e la base della salute sta in una dieta equilibrata. Un prodotto diventa nocivo se è assunto troppo, male, troppo spesso oppure con altri prodotti che nell’insieme sono deleteri o nocivi. Prendiamo il latte. Per il neonato è un alimento importantissimo, ma l’uomo è l’unico mammifero che continua a consumarlo anche dopo lo svezzamento, quando le esigenze nutrizionali cambiano del tutto, e per di più ne assume quello di un’altra specie, e si sa che il latte cambia moltissimo da una specie animale all’altra. Inoltre, dopo lo svezzamento si riduce la lattasi, l’enzima che ci fa digerire bene il latte, quindi è consigliabile assumere questo alimento ricco tra l’altro di molti nutrienti, con moderazione, solo l’eccessivo utilizzo di latte fa male. 
  • Di conseguenza la medicina ha capito che la malattia non viene mai per caso. La malattia è sempre il risultato di una vita sregolata. Anche se non sappiamo ogni volta il nesso causale tra un comportamento sbagliato e l’insorgenza di una malattia precisa, tuttavia i medici ipotizzano e molte volte dimostrano che è da una alimentazione sregolata, da una vita sedentaria che crea acidosi e da altre cattive abitudini (fumo, alcol, …) che nascono le malattie.

            Questi discorsi a noi, nel presente articolo, interessano perché la persona matura sa disciplinarsi e, se conosce come alimentarsi e come vivere al meglio, deve passare da cattive abitudini apprese nel periodo infantile a quelle veramente salutari che la scienza oggi dimostra.

             Non diamo per scontato essere adulti. Il bambino che è in noi (l’Io Bambino dell’analisi transazionale) ci spinge sempre a comportarci in una maniera passiva, senza rispettare le regole. Dobbiamo disciplinarci ogni giorno vincendo le spinte regressive infantili per sostituirle con una visione più ampia e meglio funzionale. 

             Oggi il mondo si sta evolvendo. Siamo passati all’era digitale. Non solo il mercato si sta spostando sempre più massicciamente sul web ma anche il terzo settore in toto. Oggi si parla di “paziente digitale”, cioè di colui che non solo ha una cartella clinica digitale ma usa preferibilmente la “sanità digitale”, cioè prenota le visite da dispositivi digitali, come i motori di ricerca o i siti specializzati. Molte funzioni della sanità pubblica sono oramai digitalizzate, già da tempo il CUP. Una innovazione recentissima è anche la telemedicina, cioè la possibilità di diagnosi e trattamento non più solo o primariamente dal vivo ma mediante supporto telematico o digitale. La telemedicina dovrà rivoluzionare l’approccio al paziente con gravi difficoltà di muoversi e recarsi in ambulatorio (per esempio un cerebroleso) per essere seguito comodamente da casa da un medico che lo assiste per esempio dallo smartphone o dal PC. Questo tipo di presa in carico da parte del medico dovrà contare anche sul supporto della assistenza domiciliare territoriale, cioè di un possibile infermiere dell’ASL che dovrà recarsi a casa del paziente per posizionare dispositivi o prelevare dati. In Italia non c’è ancora una chiara normativa riguardante la telemedicina.

           Ma oggi esistono anche le “terapie digitali”, per esempio in campo neurologico. La terapia digitale è un Dispositivo Medico, cioè una tecnologia per terapia che deve avere una efficacia clinica comprovata, come da regolamento 2017/745. In campo neurologico permette il trattamento di un ampio spettro di disturbi fisici, mentali e comportamentali e si applica per esempio nei deficit da ictus, da trauma cranico, da demenza senile, da invecchiamento fisiologico. Un esempio di terapia digitale è costituito da un tablet con software di alta qualità che permette il monitoraggio delle funzioni cerebrali attraverso sensori e quindi la somministrazione di test per capire il grado del disturbo e il miglioramento clinico durante il trattamento (tutto visionabile dal medico o dal neuropsicologo). Ma soprattutto questo tablet dà visione di giochi terapeutici mirati che vanno a migliorare una funzione: dal movimento del braccio paralizzato alla memoria compromessa per invecchiamento o patologia.

           Mentre il farmaco tradizionale agisce mediante il principio attivo, cioè una molecola che genera un effetto su un organo specifico, la terapia digitale si basa su un software di alta qualità. Il farmaco tradizionale ha un effetto biologico, cioè interessa direttamente un organo, invece la terapia digitale ha come obiettivo la modificazione di un comportamento o di un pensione, ma questa modificazione alla fine ha un effetto indiretto sull’organo: se il gioco digitale migliora la memoria dell’anziano, dato che il pensiero è prodotto dal cervello, questo miglioramento determina una trasformazione del cervello per plasticità neuronale. Ma mentre il farmaco tradizionale ha effetti collaterali, la terapia digitale non ne ha. Oggi sono stati sviluppati altri tipi di interventi non farmacologici per persone con deficit cognitivi da demenza (stimolazione magnetica transcranica, stimolazione cognitiva secondo il modello di Amiee Spector, reminiscenza, stimolazione cognitiva).

          Quindi una persona matura e veramente consapevole dei propri atti, deve avere la capacità di passare anche all’era digitale, accettando i vantaggi ma anche le inevitabili difficoltà che in qualche caso possono sorgere. È un atteggiamento infantile rinchiudersi nel passato e boicottare o comunque sia vedere di malo occhio la grande opportunità che offre il web o comunque sia le nuove tecnologie. Non accettare il nuovo è anche indice di senilità, è l’anziano infatti che critica di continuo tutto ciò che si allontana dai propri schemi mentali fissati nella sua memoria da decenni. Ogni cosa ha un pro e un contro, il mondo va avanti e quindi bisogna adeguarsi alle nuove opportunità e allo stesso tempo alle nuove sfide che si parano davanti. Senza però sfociare nella Cancel Culture e nel Transumanesimo, che appaiono ideologie di settore. Ma l’evoluzione digitale dei servizi potrebbe diventare nel futuro una realtà aumentata da gestire mediante degli avatar digitali: sarebbe il Metaverse, l’ultimo progetto dell’ideatore di Facebook.  

             Le scienze mediche e chirurgiche hanno raggiunto traguardi e innovazioni da tutti riconosciuti, pensiamo alla ibernazione, che ha permesso l’esecuzione di operazioni chirurgiche ben più lunghe rispetto a quelle a temperatura ambiente, o alla awake surgery, che permette operazioni al cervello con paziente sveglio che esegue test di neuropsicologia. Ma esistono progressi anche più settoriali e specialistici, possiamo citare lo sviluppo della gnatologia o il perfezionamento della deglutologia, le operazioni laparoscopiche all’intestino, la colonscopia virtuale, la manometria ano-rettale o il perfezionamento della neuro-urologia. E così via. Anche le innovazioni digitali della medicina sono traguardi assai importanti, che devono essere accettati da tutti.

             È normale criticare, ma un atteggiamento più maturo è capire e accettare i problemi. Un bambino critica perché non intende la profondità dei problemi e la contraddittorietà della vita.

             Inoltre un bambino non ha una visione propria del mondo, fa sua quella dei genitori, è un po’ come uno psicotico, che non ha una vera e propria identità. Per questo un atteggiamento infantile dell’adulto sta nel non avere una visione adeguata della realtà con conseguente scopo della vita. L’eterno fanciullo vive in balia degli eventi, invece maturare significa dare attivamente un senso alla vita.

              In giapponese la parola ikigai significa “ciò per cui vale la pena vivere”, è formata da due termini: iki, “vita”, e gai, “ragione, scopo”.

                 La persona matura ha chiari questi quattro aspetti:

  • Ciò che ama fare (passione)
  • Ciò che è utile per il mondo (missione)
  • Ciò che sa fare veramente bene (vocazione)
  • Ciò per cui può essere pagato (professione).

           Non tutti siamo maturi anche se abbiamo superato una certa età. Bisogna lavorare incessantemente per diventare gli adulti che meritiamo di essere! La maturità stessa, alla fine, non è un traguardo finale, ma un altro punto d’inizio, in quanto l’uomo non smette mai di crescere o, meglio, di arricchirsi interiormente.

           La capacità di giocare precede nel bambino la verbalizzazione. Quindi quando il bambino ha delle difficoltà il terapeuta deve utilizzare il gioco per entrare in contatto con il bambino. Nel gioco il bambino può essere spettatore oppure un agente attivo. La capacità di giocare è l’espressione culturale per eccellenza del bambino. Se noi abbiamo giocato in maniera soddisfacente da bambini, saremo adulti più consapevoli della nostra interiorità. Per Bion e Winnicott il sintomo nasce da una mancanza di sognare e di creare. Nel gioco il focus si sposta dalla interiorità agli strumenti per immaginare. Il gioco quindi esprime l’interiorità del bambino e così facendo l’adulto sarà meglio consapevole di sé stesso e meno malato.

              Per Winnicott bambino e madre sono dapprima connessi dall’illusione di essere in uno stato di unità. Se la madre all’inizio riesce a presentare il mondo a piccole dosi, si crea in seguito un nuovo tipo di connessione: non sono più connessi dall’illusione di unità ma da un’area di esperienza di confine detta transizionale. In questa esperienza un oggetto per giocare serve al bambino per compiere il passaggio dall’unità con la madre al mondo esterno. È stato osservato da altri che il gioco non serve solo per aprirsi al mondo esterno ma anche per trasformare le esperienze sensoriali in pensiero. Quando trasformiamo ciò che ci accade all’esterno in contenuti mentali, impariamo a pensare. In tutto ciò il gioco infantile svolge un ruolo chiave. La persona matura in molte circostanze deve pensare razionalmente per risolvere i problemi della vita quotidiana, abbandonando una spicciola emotività. La persona matura è forte e lucida nelle difficoltà. Quindi anche questa capacità della persona matura affonda le proprie radici in una buona infanzia.

              Il noto psicoanalista italiano Antonino Ferro parla di “capacità negativa” come di quello spazio interiore del non pensare dove abitano le immagini non ancora evolute, cioè gli elementi-beta di Bion. Questi contenuti grezzi si trasformano poi in pensiero. Il gioco è una di quelle attività di trasformazione che permettono il passaggio dagli elementi negativi a quelli evoluti che servono all’adulto per pensare in maniera adeguata. 

               Nel processo terapeutico la coppia paziente-terapeuta ripete la diade bambino-madre e come tale permette la mentalizzazione degli elementi-beta in elementi-alfa, per dirla con Bion, cioè la alfabetizzazione di contenuti non pensati che stando dapprima a livello somatico non espressivo, si esprimono poi in una presa di senso con le immagini giuste quindi le parole giuste. Nel bambino piccolo tale verbalizzazione di elementi non decifrati si deve compiere attraverso la metafora (Come vedi il tuo disagio? Prova a disegnarlo?) e anche attraverso il gioco, perché quando il bambino mette in scena una tensione mediante una battaglia con soldatino o una lotta tra nemici sta metaforizzando un problema mentale avvertito somaticamente senza poterlo decifrare altrimenti. Anche i genitori devono aiutare il bambino a verbalizzare i propri disagi attraverso un ambiente amorevole nel quale il piccolo può confidarsi e attraverso il quale può trovare quelle dolci parole per dare un senso a quanto altrimenti non pensato.

            Il bambino ha bisogno che la sua esperienza dolorosa diventi simboleggiabile in immagini e in parole, e quindi digeribile. Ferro insegna che “lo tsunami va decostruito”, cioè quel groviglio indistinto che è un disagio deve essere sgrovigliato nei suoi elementi costitutivi (dolore somatico, rabbia, paura, piacere, …) che quindi vanno espressi in immagini e capiti con le giuste parole. La famiglia è il luogo privilegiato per compiere questo processo; se la famiglia non è funzionante, per problemi di salute, di disagio psichiatrico, di problemi socio-economici, deve essere il terapeuta infantile a espletare questo compito. 

          Un bambino che non ha imparato a dare un senso al proprio disagio interiore sarà un adulto mai cresciuto che anziché prendere in mano attivamente la propria vita perché le dà un senso, preferisce rifugiarsi nel mondo non sognato infantile dove il non espresso rimane tale e quindi la vita non ha un senso proprio ma solo delegato a quello delle figure di accudimento dal quale dipende ancora.

              Tutti noi abbiamo bisogni innati che dobbiamo soddisfare. Si tratta di quella serie di pulsioni e istinti che Freud ha chiamato Es. Il bisogno emotivo innato di cui Solms ha parlato di più è il gioco. Il gioco serve per inserire il bambino nel gruppo sociale. Nel gioco infantile esiste il principio della reciprocità: per esempio nel gioco della lotta il cacciatore diventa poi il cacciato. Quindi il giocare tende a tenere conto dell’altro e quindi a sviluppare l’empatia. Abbiamo bisogno di giocare per imparare ad amare. Da adulti ritroviamo il buon gioco appreso nell’infanzia nel modo giusto di amare le altre persone.

            Per Fromm l’amore è il mezzo più importante che abbiamo per risolvere il problema più grave dell’uomo, la solitudine, che crea disagio, e se raggiunge il parossismo determina vero dolore e pazzia. Imparare a giocare da bambini significa risolvere la nostra sofferenza adulta.

          Da adulti dobbiamo lasciare la madre e la famiglia di origine e dobbiamo aprirci ulteriormente al mondo esterno. La solitudine non può essere più risolta dalla presenza della madre, ma da quella delle persone del mondo esterno. Per attuare il passaggio dalla madre al mondo esterno dobbiamo sviluppare la capacità di amare. Se l’adulto non ama, non si è psicologicamente separato dalla madre e quindi non è diventato una persona matura. Per questo il gioco infantile svolge un ruolo importantissimo per porre le basi della nostra psiche matura.