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Roma. Quirinale. AAA volontari cercasi per disfare scatoloni frutto di scrupoli e premure rivelatisi eccessivi. Socrate sapeva di non sapere. La politica italiana ha deciso di non decidere. Tra veti incrociati, rimpalli e tattiche sbagliate, ha optato per il mantenimento dello status quo, con grandi congratulazioni, pacche sulle spalle e sospiri di sollievo; in tempo per non togliere audience a Sanremo. Gattopardesco, Tomasi di Lampedusa docet. Al che mi chiedo quali saranno i prossimi passaggi: 2023 elezioni politiche, obbligatorie per fine legislatura, 2028 idem, 2029 scadenza del secondo mandato di Mattarella ed elezione di un nuovo Presidente della Repubblica. Ergo non sarà il prossimo parlamento ad eleggerlo. In teoria. Nella prassi, però, un secondo mandato è anomalo, sconsigliato dallo stesso Mattarella, dettato dalla situazione emergenziale di covid e PNRR ed ha un solo precedente nella rielezione di Napolitano. Il quale poi si dimise dopo meno di due anni. Fermo restando che questa decisione spetta solo al Presidente, nella pienezza del suo mandato, è alquanto probabile che tra un paio di anni, passata l’emergenza covid, avviato il PNRR, con un parlamento rinnovato ed un governo politico, Mattarella possa valutare un passo indietro. Nel qual caso sarebbe proprio il prossimo parlamento ad eleggerne il successore. Interessante. Molto interessante. Perché questo scenario offre una chiave di lettura ai passaggi frenetici degli ultimi giorni e fa emergere il vero deus ex machina della politica italiana. Ad 85 anni, con un partito dato al di sotto dell’8% nei sondaggi, Silvio Berlusconi monopolizza il dibattito per due settimane sulla propria autocandidatura, bloccando ogni tavolo di trattativa. Quando si rende conto di non potercela fare, manda Salvini allo sbaraglio, contro un muro di no. Dopo il vertice di centrodestra lo invita a forzare su Casellati, ma all’appello mancano decine di voti, guarda caso del suo partito (in caso di dubbio chiedete a La Russa che non è nato ieri). Da ultimo chiede a Mattarella di fare il “sacrificio” offrendo i voti di Forza Italia, cui si accodano tutti gli altri. Il tutto senza nemmeno scomodarsi a scendere a Roma. Zero a zero, palla al centro. Sapendo di non poter vincere, uno scacchista punta a pattare. Mattarella è l’unico, dei possibili candidati, che potrebbe avere un mandato breve e riaprire i giochi tra un paio di anni. Con un parlamento in cui il centrodestra sarebbe più forte di adesso. Sempre che i sondaggi siano corretti, la situazione non cambi prima delle elezioni, il centrodestra sia unito, il Presidente si dimetta, et cetera et cetera. La possibilità comunque rimane e lascia pensare ad una tattica prestabilita. Nel frattempo gli altri leader hanno fatto figure men che misere. Conte, Letta e Speranza possono farsi una mano a tresette nel baruccio dei signornò; Renzi, lo stratega di sette anni fa, ha perso il polso della situazione sbagliando la previsione di elezione alla quinta chiama; Salvini è stato usato come utile idiota (cosa che non stupisce da parte di uno che in trent’anni di politica non ha voluto crearsi un delfino, bruciando via via tutti gli alleati e collaboratori); Meloni scornata e furibonda. L’unico che esce rafforzato nell’esecutivo è Draghi; potrebbe anche lui riprovarci tra due anni, senza il peso di essere legato all’esecutivo, ma, con i tecnici che tolgono le castagne dal fuoco, la Patria è più spesso ingrata che riconoscente. Probabilmente farà meglio a tornare a coltivare il suo campicello come Cincinnato (per non parlar di Candido), piuttosto che fondare un partito come Dini o Monti. Rimane aperta una questione; alcuni italiani potrebbero chiedere al Presidente un altro, più grande sacrificio: diventare transgender. Sarebbe l’unico modo per avere una donna al Quirinale. Nel frattempo gli rivolgo i migliori auguri di vincere il Festival di Sanremo. Non è in gara? Perché, per la presidenza lo era?