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Sia concesso tornare una volta ancora a proporre una chiave di lettura del fenomeno no-vax, peraltro non del tutto comprensibile e ormai francamente un po’ stucchevole. La campagna di vaccinazione ha divulgato sui media dati e informazioni sanitarie destinate a tutti i cittadini, partendo dal presupposto che la conoscenza e le evidenze scientifiche possano essere, oggi più che in passato, alla base di scelte individuali razionali. I dati scientifici non si possono respingere né ignorare. Sono oggettivi. Il Governo del Paese ha anche introdotto ostacoli e difficoltà alla vita quotidiana dei non vaccinati (ostacoli in verità non eccessivi e non impossibili da aggirare), allo scopo di incentivare sotto l’aspetto della convenienza pratica l’accettazione della campagna vaccinale. Il legislatore non si è preso la responsabilità di introdurre l’obbligo vaccinale, ma quella di rendere la quotidianità dei no-vax un po’ più scomoda, quella sì. L’esito di questa doppia linea di promozione dei vaccini, occorre riconoscere, non è stato fallimentare. Quasi il 90% dei cittadini italiani di tutte le età ha aderito. Più che in altri Paesi, certamente una percentuale elevata. Rimane circa un 10% della popolazione refrattario alla proposta vaccinale, una cifra corrispondente a diversi milioni di persone non vaccinate, un numero sufficiente a creare problemi alla gestione sociale e sanitaria della pandemia. Si tratta dello ‘zoccolo durò dei no-vax per principio, quelli non disposti a farsi convincere, non disponibili ad ascoltare il linguaggio della scienza ufficiale né ad accettare le scelte collettive, quelle che in un momento come questo dovrebbero avere piena cittadinanza. Perché questa posizione preconcetta, questa diffidenza verso la società e verso la scienza? Una risposta può essere che l’efficacia medica, la copertura sanitaria dei vaccini non si è dimostrata così assoluta e convincente come previsto nell’immaginario collettivo dal concetto di vaccino (fatto una volta, si avrà la protezione dal contagio per tutta la vita). Un’altra risposta possibile è che nei grandi numeri ci stanno tutti i comportamenti, anche i più irrazionali, anche l’indisponibilità al dialogo, anche la sfiducia nella scienza ufficiale, anche l’insofferenza verso la società e le sue scelte. Ecco, è in questi filoni interpretativi che forse non si è indagato a fondo e, d’altra parte, le possibilità di intervento sono obiettivamente assai scarse. I filoni dell’avversione personale, caratteriale, aprioristica, da un lato alla scienza e dall’altro alla società. Sono le motivazioni profonde, viscerali e squisitamente politiche di chi non si riconosce nella civiltà del progresso scientifico e nel modello socio-politico vigente. E trova questa occasione per marcare e manifestare il suo dissenso. Talvolta a anche a proprio rischio e pericolo.