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L’importanza di una “foto denuncia”, che ho scattato a un evento in Calabria e mi è rimasta sempre nel cuore. Presentavo un libro in “piazzetta”, alle spalle una stupenda vista sul mare, e in collegamento internet (senso di modernità e libertà) c’era un prestigioso docente universitario, sembrava tutto perfetto, grazie alla cura di un gruppo di giovani universitari, rappresentanti politici, organizzatori del Festival, ma a ricordarci i ritardi di un paese, era lui, con il suo cartello appeso, che girava tra i suoi cittadini e muoveva anche le nostre coscienze a volte troppo acquetate davanti alle conquiste generali. Eppure, forse, se sei escluso dal generale, il senso di ingiustizia sarà anche maggiore. “Cara piazzetta siamo senza acqua potabile”.  Mi ero ripromessa che se mai avessi fatto politica sarei partita dai loro che abbiamo lasciato dietro. Ogni anno la ricondivido perché se dimentico questo ho perso tutto.

In realtà la politica la faccio dalla florida Lombardia e Milano, dove i cittadini sono abituati alle collaborazioni tra istituzioni, alla sana continuità amministrativa. Ma gli anni universitari invece ero a Roma dove spesso si è trattato di difendere piuttosto i diritti da e talora “contro”, le istituzioni. Sono arrivata a Milano e in Lombardia, scoprendo “con”, e “per”. Ma adesso cosa sta succedendo amici lettori? cosa si denuncia, ultimamente un venir meno di quella tenuta di rapporti: sta saltando questo “modello”. Sorretto evidentemente dal vento favorevole, dai capitali, dai successi. A mettere a tacere erano quindi i numeri, i bilanci, i conti. Adesso sono stati i bollettini, le contraddizioni, a far esplodere Piazza Duomo. Ogni settimana. Non vedo l’ora che torni internazionale come ci eravamo abituati a vivere tutta la città, anziché a turno, di qualcuno che la “riempie” contro qualcun altro.

I movimenti, le manifestazioni belle vi sono sempre state. Ricordo il moto d’orgoglio e di rigetto per gli atti vandalici all’inaugurazione dell’Esposizione Universale, sotto il grido fattivo e in guanti per ripulire i muri: “Nessuno tocchi Milano”. La differenza tra centro e periferia, tra grandi e piccoli, nel nostro Paese, si misura anche a colpi di App per le consegne a domicilio. Le Istruzioni non state capace di favorire un servizio. Ci pensa a modo suo con la sua ruvidità il privato, multinazionale. E Milano oggi è la città dei tram e dei rider. Una figura professionale divenuta pilastro di una società. Nessuno di noi potrebbe immaginare di tornare indietro. Allora il passo avanti che mi aspetto dalla “Regione del lavoro” e intavolare le condizioni per un contratto di Somministrazione, quello che trovo forse il più adatto in questo buco normativo. Non è lavoro autonomo. Non è il lavoro di una vita. Credo che i lavoretti in alcuni momenti possono far comodo ma per il “capitalista” nuovo che lo eroga, rappresenta il proprio Core Business e quindi in questo la legge è chiara, chi lo regge? Quali lavoratori?

La dimensione dei servizi a domicilio sta prendendo sempre più rilevanza. I nuovi nuclei abitativi potrebbero aumentare i servizi da erogare per il condominio e il quartiere. Dall’altra parte dopo il lockdown che ha tenuto tutti noi nelle nostre abitazioni si assiste in città al desiderio di tornare a quel fenomeno che va sotto il nome di Coworking. I luoghi che suppliscono i veri e propri uffici con attenzioni particolari alla cura dei dettagli, degli ambienti, dei confort per il lavoratore, il genitore, ecc.

Milano aveva visto nascere il primo Bar Portineria che si contraddistingue appunto come l’indirizzo per la consegna dei pacchi. A proposito di come si stanno muovendo le abitudini dei consumi.

C’è bisogno ancora di buona politica, di buon sindacato, di aziende e territori che si amino a vicenda.

Mentre tutto il paese si è visto capace di incontrarsi attraverso le dirette streaming, vi è un parlamento monco e il premier ha staccato la diretta dai lavori in Villa Doria Pamphilj. Le biblioteche universitarie sono rimaste chiuse, le scuole non hanno sperimentato una miglior destinazione d’uso dei suoi spazi neanche per far fronte all’estate in città, e nessun architetto e pedagogista è stato convocato per ripensarli per non essere più i luoghi della didattica frontale ma per sapersi trasformare secondo le esigenze di apprendimento non solo per il passeggero si spera Covid 19.

Intanto vi è un titolo di un libro che amo da anni ed è il miglior modo per aspettare settembre. “La città come aula”.

Buona estate a tutti, in particolare a quelli che con le proprie iniziative, rappresentano il senso di comunità di cui abbiamo sempre bisogno e a maggior ragione dopo lo tsunami del Coronavirus.