La Provvidenza, di Marco Calzoli
Leggiamo un racconto tramandato da tutti e tre i sinottici (Matteo, Marco, Luca), ma che riportiamo secondo la versione di Matteo, al capitolo 17:
14 Appena ritornati presso la folla, si avvicinò a Gesù un uomo 15 che, gettatosi in ginocchio, gli disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio. Egli è epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e spesso anche nell’acqua; 16 l’ho già portato dai tuoi discepoli, ma non hanno potuto guarirlo». 17 E Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatemelo qui». 18 E Gesù gli parlò minacciosamente, e il demonio uscì da lui e da quel momento il ragazzo fu guarito. 19 Allora i discepoli, accostatisi a Gesù in disparte, gli chiesero: «Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?». 20 Ed egli rispose: «Per la vostra poca fede. In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile. 21 [Questa razza di demòni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno]».
Marco inserisce molti particolari e poi pone attenzione sulla incredulità, invece Luca sottolinea l’aspetto medico. Matteo insiste sulla fede: Gesù sta facendo una catechesi sulla fede, che segue il miracolo.
Secondo Matteo Gesù è il nuovo Mosè, infatti per la tradizione ebraica il Messia dovrà riprendere le opere di Mosè, e anche Cristo fa molti miracoli. Persino in questo brano Matteo tratteggia la figura di Cristo sulla falsariga del libro dei Numeri. La domanda di Cristo “fino a quando …” (versetto 17) è una frase ripetuta da Mosè tre volte in Numeri 14.
Non si tratta di un semplice esorcismo, ma c’è anche una novità. Gesù compie il miracolo dopo la Trasfigurazione quando è in cammino verso Gerusalemme. Matteo sottolinea che i discepoli non hanno potuto guarire quell’indemoniato, nonostante che Gesù gli abbia dato potere di scacciare i demoni. È la mancanza di fede la causa dell’impossibilità di sanare quel sofferente. Come sempre, Cristo svela alla nostra mente chi siamo. Egli possiede la chiave del nostro essere e ci mostra la nostra umanità, che abbiamo dimenticato a causa del peccato originale.
Il viaggio di Cristo a Gerusalemme è stato visto come un cammino iniziatico per capire fino in fondo la missione di Cristo, che è di donare la vita per tutti. In questa iniziazione, come in ogni iniziazione, il maestro svela ai discepoli la loro vera identità. Ed essa coincide con la mancanza di fede, con il fatto quindi che anche i discepoli sono semplici peccatori come tutti gli uomini. Il cristianesimo non è la religione dei perfetti, ma di persone normali che però si fidano di Cristo. È lui che dona il mandato e non lo fa per i nostri meriti e, anche se abbiamo il suo permesso, siamo dei miserabili. Senza di Dio, non possiamo fare nulla!
Interessante che al versetto 15 il testo greco non parla di epilessia, si usa infatti il verbo selēniazetai, cioè “mosso dalla luna”. Per alcuni indicherebbe l’epilessia in quanto nell’antichità si crede che la luna stia dietro alle manifestazioni convulsive. Marco e Luca parlano di uno spirito, che si dirà impuro.
Salmo 66, 12: Israele prega rivolgendosi al Signore: “Siamo passati attraverso il fuoco e l’acqua ma poi ci hai dato sollievo”. Probabilmente il riferimento di Matteo a fuoco e acqua ricorda quindi l’esodo, conformemente al Salmo citato.
In Isaia 43 compare il riferimento all’acqua e al fuoco non direttamente connesso con l’esodo ma con una condizione di sofferenza in generale:
1 Ora così dice il Signore che ti ha creato, o Giacobbe,
che ti ha plasmato, o Israele:
«Non temere, perché io ti ho riscattato,
ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni.
2 Se dovrai attraversare le acque, sarò con te,
i fiumi non ti sommergeranno;
se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai,
la fiamma non ti potrà bruciare;
3 poiché io sono il Signore tuo Dio,
il Santo di Israele, il tuo salvatore.
Io do l’Egitto come prezzo per il tuo riscatto,
l’Etiopia e Seba al tuo posto.
4 Perché tu sei prezioso ai miei occhi,
perché sei degno di stima e io ti amo.
Spesso sentiamo Dio lontano da noi, non crediamo in lui, ma Dio è sempre presente e viene a salvarci in ogni nostra pena. Il fatto è che spesso non ci accorgiamo della sua presenza. Nel Nuovo Testamento compare la parola greca parousia, che potrebbe dire sia “venuta” di Cristo (lo si sta aspettando) sia “presenza”. Stiamo aspettando Cristo che venga alla fine dei tempi, ma lui è già qui, abita nella chiesa e nella Eucaristia. La sua venuta alla fine dei tempi non toglie che egli ci ha già salvati dalle opere del male. Cristo è Emmanuele, che in ebraico vuol dire “Dio-con-noi”.
Schubert (1797-1828) nel suo ciclo liederistico più bello, Winterreise (Viaggio d’inverno), canta di un giovane che deve andare via dalla casa dell’amata perché respinto. In uno di questi lieder del ciclo, Letzte Hoffnung (Ultima speranza), Schubert paragona musicalmente la speranza che se ne va alle foglie degli alberi che cadono, e lo fa con il pianoforte in modo puntillistico, a imitazione del cadere del fogliame. E canta:
Parlano e sognano tanto gli uomini
di migliori giorni futuri,
verso una felice, splendida meta
si vedono correre e andare in cerca.
Il mondo invecchia, e ridiventa giovane,
ma l’uomo, l’uomo spera sempre in qualcosa di meglio.
La speranza ci guida nella vita,
illude il lieto fanciullo,
la sua magia incanta il giovane,
e non viene sepolta dal vecchio:
quando l’uomo conclude il suo stanco cammino nella tomba,
fino sulla tomba, sulla tomba coltiva la speranza.
Non c’è follia più lieve, più soave,
di quella che nasce nella mente degli stolti,
e parla forte al cuore, e dice:
“Siamo nati per qualcosa di meglio”,
ma ciò che dice questa voce interna,
non inganna, non inganna l’anima che spera.
Per il cristianesimo la speranza non è una follia, un sogno ad occhi aperti, bensì una virtù. La speranza cristiana si fonda sulla risurrezione di Cristo e sui numerosi segni che egli mette sul cammino degli uomini. La fede e la speranza non sono ancora certezza, che avverrà con la visione beatifica di Dio in paradiso, ma si fondano su quella presenza divina nella nostra anima che ogni credente sperimenta se è in grazia di Dio.
Cristo ci ha già salvati dalle opere delle tenebre (quella “luna” significativa che compare al versetto 15 del brano di Matteo) e questa salvezza produce degli effetti nella nostra vita, segno della presenza di Dio.
Per avere le virtù teologali (fede, speranza, carità) bisogna essere battezzati e in grazia di Dio, in quanto sono doni elargiti da Dio stesso. Infatti san Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae I-II q62 a1) così scrive:
La virtù predispone l‘uomo a quegli atti che lo indirizzano alla beatitudine. Ora, esistono per l‘uomo due tipi di beatitudine o felicità. La prima, proporzionata alla natura umana, l‘uomo può raggiungerla mediante i princìpi della sua natura. La seconda, che sorpassa la natura umana, l‘uomo può raggiungerla con la sola potenza di Dio, mediante una certa partecipazione della divinità: poiché, come dice S. Pietro [2 Pietro 1, 4], mediante Cristo siamo stati fatti «partecipi della natura divina». E poiché quest‘ultima beatitudine sorpassa le proporzioni della natura umana, i princìpi naturali di cui l‘uomo si serve per ben operare secondo la sua capacità non bastano a indirizzare l‘uomo alla predetta beatitudine. Perciò è necessario che da parte di Dio vengano elargiti all‘uomo altri princìpi, che lo indirizzino alla beatitudine soprannaturale come dai princìpi naturali viene indirizzato, sia pure con l‘aiuto di Dio, al fine connaturale. E questi princìpi sono detti virtù teologali: sia perché hanno Dio per oggetto, in quanto da esse siamo indirizzati a Dio; sia perché sono infuse in noi da Dio soltanto; sia perché le conosciamo soltanto per rivelazione divina in base alla Sacra Scrittura.
Dio però vuole che ci meritiamo la salvezza con le buone opere. Un celebre passaggio del Vangelo di Matteo, al capitolo 7, rivela che non sarà ammesso nel Regno dei Cieli chiunque semplicemente dice “Signore, Signore”, ma solo coloro che fanno la volontà del Padre celeste.
La catechesi sulla fede del brano di Matteo che abbiamo riportato mostra all’uomo da una parte la sua piccolezza ma dall’altra l’amore di Cristo, il quale risponde alla nostra incredulità non punendoci ma con la potenza divina che gli si addice.
I miracoli sono a volte chiamati dagli evangelisti “segni”: questo perché non si esauriscono in sé stessi, ma trovano il loro senso più genuino per portare tutti noi alla fede. In ebraico la fede è detta ‘emuna, da un verbo ebraico, ‘aman, che significa “appoggiarci su”. Dio è il fondamento della nostra vita e se scopriamo un Dio talmente buono e potente finiamo giocoforza con l’appoggiare su di esso l’intera nostra esistenza. Egli ci attende per abbracciarci per l’eternità e manda continui segni della sua presenza, ma dobbiamo aprire gli occhi per vederli.
La fede è certamente un dono ma dobbiamo coltivarla, ascoltando le omelie, pregando e frequentando i sacramenti. Il peccatore ha un velo che gli impedisce di scorgere i segni di Dio nella sua vita e nella storia. Il peccato è una peste che distrugge l’anima e anche i corpi. Chi vuole trovare Dio deve avere l’umiltà di “capire” e non di “giudicare”!
Dio vuole che cooperiamo al bene degli altri, così come egli ci ha amati. Spesso è difficile amare il prossimo, ma dobbiamo sopportare i difetti degli altri per amore del Buon Gesù. Sant’Agostino, nel commentare la lavanda dei piedi fatta da Gesù durante l’ultima cena, spiega che in una comunità religiosa, in una famiglia, ci si deve lavare i piedi gli uni gli altri sopportandosi e perdonandosi a vicenda perché tutti siamo pieni di difetti e di peccati. Ai servi e alle serve di Dio, il grande Vescovo di Ippona raccomanda: “Liti non abbiatene mai o troncatele al più presto; altrimenti l’ira diventa odio e trasforma una paglia in trave e rende l’anima omicida. Così infatti leggete: Chi odia il proprio fratello è omicida. Chiunque avrà offeso un altro con insolenze o maldicenze o anche rinfacciando una colpa, si ricordi di riparare al più presto il suo atto. E a sua volta l’offeso perdoni anche lui senza dispute. In caso di offesa reciproca anche il perdono dovrà essere reciproco” (Regola, 41.42).
La Vergine Maria è sommo modello di amore per il prossimo, seconda solo a Gesù Cristo. Maria è la Buona Madre di Cristo e della Chiesa intera che soccorre alle nostre necessità ogni volta che la invochiamo con cuore sincero. La pietà popolare è piena di racconti in cui dei miseri preda delle difficoltà e di imprevisti, nell’invocare Maria, la videro e furono miracolati, quindi fecero costruire in quel luogo un santuario.
Per via dell’amore che la Madonna ha nei riguardi di ogni uomo è così importante la preghiera del Santo Rosario, secondo solo alla Santa Messa. Per questo Dio concede grazie innumerevoli ai devoti del Santo Rosario.
Maria Santissima in persona ha fatto 15 promesse a chi recita con devozione il suo Santo Rosario. Il più importante codificatore del Rosario è stato il monaco domenicano Alano de la Roche, che muore nel 1475 ed è considerato l’apostolo della devozione per il Rosario in diverse nazioni europee. Nelle sue memorie, Alano narra di aver ricevuto direttamente dalla Vergine 15 promesse valide per tutti i devoti del Santo Rosario, tuttora di grande attualità e che manifestano l’intensità dell’amore che la Madonna nutre per tutti noi. Esse sono:
- Chi recita con grande fede il Rosario riceverà grazie speciali.
- Prometto la mia protezione e le grazie più grandi a chi reciterà il Rosario.
- Il Rosario è un’arma potente contro l’inferno, distruggerà i vizi, libererà dal peccato e ci difenderà dalle eresie.
- Farà fiorire le virtù e le buone opere e otterrà alle anime le più abbondanti misericordie divine; sostituirà nei cuori l’amore di Dio all’amore del mondo, elevandoli al desiderio dei beni celesti ed eterni. Quante anime si santificheranno con questo mezzo!
- Colui che si affida a me con il Rosario non perirà.
- Colui che reciterà devotamente il mio Rosario, meditando i suoi misteri, non sarà oppresso dalla disgrazia. Peccatore, si convertirà; giusto, crescerà in grazia e diverrà degno della vita eterna.
- I veri devoti del mio Rosario non moriranno senza i Sacramenti della Chiesa.
- Coloro che recitano il mio Rosario troveranno durante la loro vita e alla loro morte la luce di Dio, la pienezza delle sue grazie e parteciperanno dei meriti dei beati.
- Libererò molto prontamente dal purgatorio le anime devote del mio Rosario.
- I veri figli del mio Rosario godranno di una grande gloria in cielo.
- Quello che chiederete con il mio Rosario, lo otterrete.
- Coloro che diffonderanno il mio Rosario saranno soccorsi da me in tutte le loro necessità.
- Io ho ottenuto da mio Figlio che tutti i membri della Confraternita del Rosario abbiano per fratelli durante la vita e nell’ora della morte i santi del cielo.
- Coloro che recitano fedelmente il mio Rosario sono tutti miei figli amatissimi, fratelli e sorelle di Gesù Cristo.
- La devozione al mio Rosario è un grande segno di predestinazione.
Nel Bhaṭṭikāvyam c’è una stupenda definizione di divinità. Il Bhaṭṭikāvyam è il poema di Bhaṭṭi, probabilmente un colto uomo di corte indiano del VI secolo d.C. il quale adotta un doppio registro: da una parte il poema narra la vicenda di Rāma, quale era nota già da diverse fonti, ma dall’altra la storia offre il destro per continue esemplificazioni grammaticali. La fortuna in India di questo poema, redatto nel colto stile kāvya, intessuto di virtuosismi linguistici e retorici, è stata enorme, ma da noi è poco conosciuto, sicuramente per il fatto che, onde apprezzarlo adeguatamente, bisogna aver bene appreso il sanscrito classico. Ebbene, in 15, 87 il dio supremo Brahma è detto svayambhuva “colui che da sé esiste”.
Solo la divinità sussiste da sé, tutti gli altri hanno bisogno dell’aiuto di Dio, degli angeli, dei santi e delle persone di buona volontà. È questo il concetto di “redenzione”.
Le varie culture hanno elaborato idee diverse del divino, quindi Feuerbach può dire che capire gli dei di un popolo equivale a capire quel popolo: il divino sarebbe il riflesso di ciò che la massa e il singolo si portano dentro. Con la concezione cristiana della Eucaristia Dio diviene un corpo da mangiare nel simbolo del pane, con lo scopo di innalzare l’uomo a una dimensione sovraumana. Questa idea ha suscitato molto scandalo all’inizio e Eliade sostiene che la Eucaristia costituisce la morte del concetto di sacro: il divino che si fa mezzo costituirebbe un ribaltamento del divino, infatti Dio passerebbe dallo scopo della nostra esistenza a uno strumento per innalzarci.
Forse l’idea della Provvidenza e della redenzione è qualcosa di simile? Un Dio che diviene mezzo per aiutare l’uomo anziché un grande Essere che deve essere solo servito? Tuttavia, secondo il sentimento cristiano più autentico, Dio nella Eucaristia e nella Provvidenza non scade a “mezzo”, bensì si abbassa (in greco si parla di kenōsis, “svuotamento”) al livello dell’uomo per amore. 1Giovanni 4, 8: “Dio è amore”, che nell’originale greco suona o theòs agapē estin. I mistici dicono di aver incontrato un Dio “pazzo di amore” per le sue creature. Dio non solo si abbassa a servire l’uomo, lavandogli i piedi come fa Cristo nell’Ultima Cena, fino al punto di diventare pane e vino nella Messa, ma invia i suoi angeli, nonché si serve degli altri esseri umani per venire incontro alle necessità dei fratelli.
In tutte le culture dell’umanità abbiamo la figura del medico. Ma nell’antichità il medico era spesso un sacerdote o comunque un operatore rituale, uno sciamano, un mago, un esorcista. È questa la Provvidenza di Dio che non ci lascia mai soli nel male ma ci dà i suoi servitori affinché possiamo avere la salute. Quella del corpo ma soprattutto quella dell’anima.
Nel giuramento di Ippocrate si dice che il medico deve essere trattato con rispetto. In un noto testo egiziano (papiro del Louvre E 32847 v. 7, 1-3) un medico egiziano dice di sé stesso:
[…] Non premere queste mie dita, si faccia attenzione alle articolazioni delle mie dita, la mia colonna vertebrale (è) la c[olonna vertebrale] di Atum, le mie dita (sono) le dita di Atum, i miei due polpacci (sono) i due polpacci di Atum. Atum è contro di te, il dio signore delle parti del corpo che lui stesso ha riunito. Le sue parti del corpo sono state assemblate così che lui non faccia le cose cattive e malvagie.
Quindi si paragonano le dita del medico che tocca il paziente allo stesso tocco del dio Atum.
Nel Siracide, al capitolo 38, abbiamo questo testo stupendo:
1Onora il medico che ti ha preso in cura:
la sua presenza è un dono
che il Signore ti fa.
2È Dio che dà al medico la capacità di
guarire
e perfino il re gli dà i suoi doni.
3Il medico può anche essere fiero della sua
scienza:
anche i grandi lo ammirano.
4Dalla terra il Signore fa spuntare erbe
medicinali
e chi ha buon senso non le rifiuta.
5Dobbiamo riconoscere questa forza
medicinale
ricordando che un bastone ha reso dolce
l’acqua del deserto.
6Dio stesso ha dato l’intelligenza agli
uomini
perché gli diano gloria per le meraviglie
che ha fatto:
7con le erbe il medico cura e calma il
dolore
e il farmacista prepara le medicine;
8così le opere di Dio non hanno mai fine
e da lui gli uomini ricevono la salute.
La malattia
9Figlio mio, se ti ammali non scoraggiarti,
prega il Signore e ti guarirà;
10evita il male e agisci in modo giusto
e libera il tuo cuore da ogni peccato;
11offri a Dio profumi e fior di farina perché
si ricordi di te
e fa’ un’offerta generosa, secondo le tue
possibilità.
12Poi chiama il medico, perché è un dono
del Signore,
tienlo vicino finché hai bisogno di lui.
13In certi casi la tua guarigione è nelle mani
dei medici:
14anch’essi pregheranno il Signore
che li aiuti ad alleviare il dolore,
a guarirti e così salvarti la vita.
Sum Simiao (581-682), importante medico cinese, scriveva:
“Una vita vale mille pezzi d’oro. Il medico dà prova di grande valore, superiore anche a quello dell’oro, se salva l’uomo con un rimedio efficace”.
Tutto ci parla di Dio. Ogni cosa che esiste è voluta da Dio, tranne il male, che deriva dalla libera volontà dell’uomo di separarsi da lui e di dare retta al diavolo. Infatti con il peccato originale, quando Adamo e Eva diedero retta al serpente infernale, è venuta nel mondo la morte, oltre che i mali fisici e morali. Ma Dio nella sua onnipotenza ha deciso di trarre il bene anche dai mali che ora ci rattristano. Per questo il protagonista de “Il diario di un curato di campagna” di Bernanos diceva che “tutto è grazia”.
Il male non è un ente, in quanto tutti gli enti sono creati da Dio. Allora il male è una privazione. Infatti san Tommaso d’Aquino (Summa contra Gentiles III, 3) afferma che tutto ciò che agisce agisce per un bene. Infatti che tutti gli esseri che agiscono lo fanno per un bene lo dimostra il fatto che ogni agente tende a qualcosa di determinato; ora, la cosa cui un essere tende in maniera determinata conviene che sia conveniente per esso, altrimenti non vi tenderebbe. Ma ciò che gli conviene è per un essere un suo bene. Quindi ogni agente agisce per un bene. Ragion per cui il male non agisce. E il male non agisce perché non è un essere: ogni essere tende al bene, altrimenti non tenderebbe. Pertanto il male è una privazione.
Ora, se il male è una privazione, non potrà mai avere la meglio sul bene fino alla fine. In Summa contra Gentiles III, 12 il santo Tommaso scrive che alla fine dovrà sempre rimanere il soggetto del male, finché dura il male; ma il soggetto del male è il bene. Dunque il bene rimane sempre. Infatti più sopra Tommaso ha detto che il male, essendo una privazione, sta sempre in un soggetto, viene ospitato da un soggetto, che esiste realmente, e ciò che esiste è un bene, in quanto creato da Dio per natura buono. Se il male risiede in un bene, alla fine dovrà esserci giocoforza solo il bene. Come dice la Regina della Pace, il male è una falsa forza.
Ogni cosa creata da Dio tende a un fine, e questo fine è il bene, cioè Dio stesso. Se le persone seguono rettamente la legge morale, si trasformano in operatori di pace, fanno la volontà di Dio. Ma alla fine Dio si serve dei malvagi e del male anche per operare il bene.
È Dio che muove le diverse cause nelle quali si articola il mondo, pur nel rispetto della nostra libertà.
Anche i medici sono sottoposti alla Provvidenza: è Dio che vuole guarirci, che ci vuole alleviare le sofferenze e lo fa attraverso quelle persone. In un altro testo egiziano (papiro Ebers n. 1) è scritto riguardo il medico:
Appartengo a Ra, ha detto: Sono io che proteggerò (i malati) dai loro nemici. La sua guida è Thot; lui dà voce alle scritture, lui crea i gruppi di testi; dà utili conoscenze all’esperto, ai medici che sono al suo seguito, per alleviare (la malattia) del (malato) che il dio vuole che egli (il medico) tenga in vita. Io sono uno che il dio vuole tenere in vita.
È interessante che in Sapienza 11 Dio è detto “amante della vita”. Leggiamo in questo capitolo dello stupendo libricino biblico, redatto in un elegante greco ellenistico:
23Hai compassione di tutti, perché tutto puoi,
chiudi gli occhi sui peccati degli uomini,
aspettando il loro pentimento.
24Tu infatti ami tutte le cose che esistono
e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato;
se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata.
25Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta?
Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza?
26Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue,
Signore, amante della vita.
Sempre nel papiro Ebers (n. 854A) è scritto del medico che la sua attività principale è conoscere il cuore:
Qui comincia il segreto del medico: sapere il camminare (del) cuore (è) conoscere il cuore.
In questo passo abbiamo a che fare con il cuore fisico, ma se vogliamo possiamo leggere il “cuore” anche in senso spirituale, come la cifra più profonda della persona. Il medico quindi ha a che fare con quanto di più prezioso ha una persona, cioè il suo cuore, la sua interiorità di persona malata e fragile, potenzialmente esposta al nemico e a chiunque voglia approfittarsi di lei.
Il medico non è un mestiere bensì una missione per via dell’essere umano, che non è semplicemente un oggetto di studio ma ha emozioni e sentimenti.
Ogni cosa che esiste è una simbolo di una unità trascendente, come cantano i simbolisti francesi. Il concetto di simbolo rimanda alla “unione” (dal greco sum- ballein, “gettare/mettere insieme”). È questa la cifra più profonda del mandala nelle religioni indiane. Il mandala è un disegno sacro che può portare alla liberazione se meditato assiduamente. Perché?
Secondo induisti e buddhisti, il mondo altro non è che Dio e anche la nostra anima è Dio. Siamo tutti una cosa sola, ma non ce ne accorgiamo. La nostra anima è indivisa e divina. La molteplicità delle cose fisiche e la illusione della separatezza derivano da un errore, creato da una divinità cattiva, che prende nome di Maya. Noi ci separiamo dalla nostra Unità divina a causa della identificazione con le cose molteplici del mondo.
Ma è possibile che da queste immagini possiamo fare anche il cammino inverso, cioè passare dal molteplice all’Unità divina. È ciò che accade meditando il mandala.
Per capire bene il mandala, bisogna capire il concetto di tempio per tutte le culture asiatiche antiche. Il tempio è uno spazio sacro che delimita un dentro da un fuori: ciò che sta dentro il tempio è protetto dai demoni che stanno fuori attraverso le mura e le immagini sacre. La parola latina templum deriva dal verbo greco “tagliare”.
Ma oltre a ciò il tempio, attraverso il perimetro di protezione, raggruppa al proprio interno anche il senso profondo dell’intero universo. Il tempio è Axis Mundi, è il centro, l’asse del mondo. E, dato che il mondo nella sua essenza coincide con l’anima individuale, ciò che sta nel tempio coincide con la parte più profonda dell’essere umano, con il suo Cuore divino.
Ora, il mandala induista e buddhista vuole riproporre, su uno schema limitato, ciò che è il tempio stesso. Ragion per cui, meditando il mandala, il fedele riesce a passare dalla immagine alla essenza: passa dal molteplice delle forme alla Unità indivisa, alla essenza dell’uomo, cioè a Dio stesso. Quindi è attuata la liberazione[1].
È questo il potere del simbolo! Ma ogni cosa è simbolo, in quanto ogni cosa nasce per separarci da Dio: ma in ciò sta anche il suo limite, in quanto ogni cosa pur separandoci dalla essenza di tutto, ci parla anche di esso. Quindi ogni cosa che vediamo e che percepiamo è un grande mandala. È un simbolo che può portarci alla trasformazione. Alla nostra reintegrazione con il divino, che siamo noi stessi senza che ce ne accorgiamo.
Pertanto, secondo questa prospettiva, la Provvidenza, che è Dio che “provvede” alle nostre necessità, altro non sarebbe che una manifestazione della nostra anima. Noi vogliamo aiutare noi stessi ma, scordandoci di essere Dio, scambiamo con qualcosa di esterno, ciò che siamo noi stessi.
In questo senso Dio è l’uomo. Ma non che Dio sta al livello umano, bensì che tutto è Dio e se non lo vediamo è perché ci siamo scordati della Unità primordiale di ogni cosa. La Provvidenza non sarebbe altro che la nostra anima che ci viene in soccorso!
[1] Per approfondire consigliamo l’illuminante saggio: G. Tucci, Teoria e pratica del mandala, Roma 1969.



