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L’ira di Dio: Antonio Orselli e l’apocalisse napoletana del 1656, di Fiorella Franchini

Libri

Il concetto di “peste” era molto vago nell’antichità, includeva colera, vaiolo e altre febbri. Antonio Orselli apre il suo saggio L’ira di Dio. La peste a Napoli nel 1656, Homo Scrivens editore, con una necessaria chiarificazione eziologica, distinguendo l’epidemia specifica del 1656, identificata come peste bubbonica causata dal bacillo Yersinia pestis, dalle altre infezioni.  

Il volume analizza uno degli eventi più tragici e trasformativi della storia attraverso una duplice prospettiva, storica e scientifica. Orselli rintraccia un legame profondo tra la città e le epidemie sin dalla sua fondazione: citando Lutazio Catulo, suggerisce che la rifondazione di Partenope in Neapolis sia probabilmente legata a una pestilenza. Questa “rottura del rapporto tra uomini e Dei” diventa un tema ricorrente: la peste non è solo un fatto biologico, ma un evento mitico-religioso, il Bellum Dei.

L’analisi socio-politica del XVII secolo è impietosa. Orselli descrive una Napoli capitale di un viceregno spagnolo oppressa dal fiscalismo e dalla corruzione. Mentre Madrid chiedeva fondi incessanti per le guerre europee, i viceré spesso sperperavano il denaro pubblico in feste sfarzose, come nel caso del Duca d’Ossuna. In questo scenario, la peste del 1656 si abbatté su una città già stremata dalle conseguenze delle eruzioni, dalle rivolte e da una classe dirigente parassitaria e medievale, refrattaria a ogni spinta di modernità.

Il cuore del testo descrive l’orrore di una città che era un vero e proprio “carnaio”, abitata da oltre cinquecentomila abitanti. Orselli riporta stime agghiaccianti: in pochi mesi morirono tra le 100.000 e le 150.000 persone con punte di 3.000 decessi al giorno nel mese di giugno. Gli atti dell’epoca testimoniano una vera e propria incapacità politica. Il viceré Conte di Castrillo negò l’esistenza della peste per mesi, definendola una conseguenza della “fame e miseria” per non bloccare i traffici portuali e per non danneggiare lo sforzo militare dell’Impero spagnolo in Lombardia contro i francesi.

Che ci fosse la possibilità di un’epidemia era cosa risaputa da anni. Nel 1619 gli Eletti avevano fatto costruire un “purgaturo “, ovvero un lazzaretto, su un isolotto di fronte a Nisida. Fu istituita anche una Delegazione della Peste con il compito di mettere in quarantena i casi sospetti di tutte le navi che giungevano dall’estero. Poi arrivò la notizia della peste di Milano, ma le distanze all’epoca erano enormi e non si guardò la situazione con particolare preoccupazione. Per giunta, le conoscenze dell’epoca non potevano far immaginare che i portatori della malattia fossero i ratti e le loro pulci, dato che la convivenza con le “zoccole” era endemica nei fondaci napoletani.

Arrivarono i primi casi sospetti a gennaio del 1656 e l’allarme fu lanciato a febbraio dal medico Giuseppe Bozzuto, che diagnosticò ufficialmente il primo caso ufficiale, un tale Masone, un esule rivoluzionario, ritornato dalla Sardegna che nel porre piede a terra si era ammalato, ed entrato nell’ospedale dell’Annunziata vi era morto in due giorni tutto coperto di “lividori e petecchie”. Di tutta risposta, fu incarcerato per aver procurato allarme e morì di peste. L’autore sottolinea come l’assenza di conoscenze scientifiche dell’epoca portasse all’uso di rimedi che oggi definiremmo deliranti. Le misure di prevenzione erano pressoché inutili: i medici si proteggevano con maschere contenenti spugne o tamponi imbevuti di elementi naturali “protettivi”, per strada si usavano semplici ventagli o si masticavano gioielli e pietre di vario genere.

Storici e cronisti come il Celano hanno tramandato racconti di migliaia di morti accatastati lungo le strade, le piazze, i vicoli e l’impossibilità di smaltire le masse enormi di cadaveri, la saturazione dei cimiteri, delle congreghe, delle grotte scavate nel tufo da Poggioreale al Vomero. Mancava la legna per bruciare i corpi, mancavano monatti, sediari, sterratori, trasportatori di viveri e persino i fornai per fare il pane, così che si aggravava la disperazione del popolo devastato anche dalla fame. Morivano i bambini, soprattutto i poveri e gli orfani, e appariva come un prodigio il ritrovamento di sopravvissuti. A Chiaia i monatti entrati in una casa per prelevare i cadaveri di una donna e del suo bambino, videro il piccolo succhiare al seno della madre morta. Il fatto fece gridare al miracolo. Il bimbo venne affidato al parroco della zona e crebbe in salute e visse fino a tarda età.

Oltre al morbo fisico, Orselli analizza l’epidemia psichica: la ricerca di colpevoli (untori, stranieri, nemici francesi) e la diffusione di una “pastorale del terrore” da parte della Chiesa, che interpretava il massacro come un giusto castigo divino per i peccati della rivolta del 1647.

Interessante è il focus sulla religiosità popolare come valvola di sfogo. In assenza di cure, Napoli si affidò a figure come Santa Maria di Costantinopoli, considerata la “Madonna della peste”. Le processioni parossistiche, che vedevano nobili e popolo minuto scalzi e coronati di spine, rappresentavano un tentativo collettivo di esorcizzare il disastro, ma aumentavano la diffusione del morbo.

L’ira di Dio di Antonio Orselli non è solo un resoconto di morti e infermità ma un’analisi profonda dell’anima di una città. Orselli riesce a tessere insieme dati statistici, spesso attingendo alla fondamentale opera di Salvatore De Renzi, cronache d’epoca e analisi sociologica. Il libro mette in luce come la gestione della pandemia sia stata condizionata da interessi economici e pregiudizi ideologici, offrendo spunti di riflessione che, inevitabilmente, riecheggiano anche nelle vicende globali contemporanee.

Il libro ci lascia con un’immagine potente: una città che, pur piegata da un destino crudele e punita da una politica miope, ha saputo trasformare il terrore in arte, devozione e identità. Il morbo decimò un’intera classe di artisti, tuttavia da quella apocalisse nacque una nuova generazione di maestri, da Micco Spadaro che documentò con i suoi dipinti l’eruzione del 1631, l’epidemia, la rivolta di Masaniello, a Mattia Preti, Luca Giordano, Salvator Rosa.

La peste del 1656 rimane, nelle pagine di Orselli, una ferita aperta che continua a spiegare molto dell’animo napoletano: quella mescolanza unica di fatalismo e vitalità esplosiva.

Chiudendo il volume, resta la consapevolezza che il racconto della peste non sia solo una narrazione del passato, ma un monito universale sulla fragilità umana e sulla straordinaria, quasi ostinata, capacità di una comunità di risorgere dalle proprie ceneri. Un’opera necessaria per chiunque voglia comprendere non solo la storia di Napoli, ma la natura stessa delle grandi crisi umane.

13 Febbraio 2026/da Redazione
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