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Ogni anno il calendario ci ripropone delle ricorrenze che vengono celebrate, per motivi differenti, con gioia o con tristezza. Ce n’è una in particolare, forse la sola, che viene ricordata generalmente con solennità e con tanta tristezza, quella del 2 novembre, la commemorazione dei defunti. Per me, specialmente dopo la morte del mio adorato figlio Michele, il 2 novembre è un giorno molto particolare, diverso da tutti gli altri. La festa assume un carattere speciale, quasi solenne, in quanto riconosce la fondamentale importanza della “religione delle illusioni”, ossia di un luogo fisico, il sepolcro individuale, in cui custodire il ricordo e gli affetti suscitati dal defunto, affinché questo possa continuare a vivere nella mente e nel cuore dei posteri. È anche il giorno della riconoscenza a quanti hanno sacrificato se stessi per gli altri; alle donne che sono morte di dolore e sono impazzite per aver perduto un figlio; ai padri che si sono logorati la vita, lavorando incessantemente da mane a sera, per amore della famiglia; alle madri che sono calate nella tomba anzi tempo, consunte dagli stenti e dalle privazioni per sostenere e mantenere i loro figli; alle maestre che sono morte giovani, stroncate dalle fatiche della scuola, per amore dei bambini, da cui non hanno avuto il coraggio di separarsi mai; ai medici e ai missionari che sono morti di morte violenta o di malattie contagiose, sfidate coraggiosamente per curare i malati; ai soldati, ai magistrati e ai grandi eroi del passato che con le loro nobili imprese e il sacrificio della vita hanno esaltato l’amor di patria e i valori della libertà. Il mio primo maestro elementare attribuiva grande importanza alla festa del 2 novembre ed ogni anno, fin dal primo giorno di scuola, ci preparava alla ricorrenza solenne con l’esempio, con la preghiera e con interminabili lezioni e spiegazioni che avevano lo scopo di fornire una interpretazione e un significato religioso a questo sofferto evento della vita umana. Il mio primo maestro elementare si chiamava Aurelio Puntura, era nato ad Ardore, piccolo paese della costa ionica, in provincia di Reggio Calabria, da famiglia contadina ed era venuto su a furia di studio, stenti e privazioni. Mi pare ancora di vederlo. Un uomo piccolo di statura, un po’ curvo, con gli occhi chiari, col viso ricoperto da una folta barba sempre ben curata, forte, virile, severo, ma di buone maniere. Indossava sempre lo stesso abito, tutto nero e logoro, con gilet abbottonato fin sotto il mento, che si era fatto confezionare dal sarto in occasione del matrimonio. Aurelio Puntura era un galantuomo, un grande educatore, un grande maestro che ci voleva bene come un padre, ma non ce ne perdonava una. Mia madre, allora separata da mio padre, gli era affezionata e lo trattava come un amico che aveva sostituito mio padre come guida e come educatore. Il mio primo maestro mi piacque subito. Il primo giorno di scuola, durante l’entrata, egli se ne stava seduto al suo posto, dietro alla cattedra, e di tanto in tanto si affacciavano alla porta della classe i suoi scolari degli anni precedenti, per salutarlo; si affacciavano, passando, e lo salutavano dicendo: “Buongiorno, signor maestro”. Alcuni entravano, lo abbracciavano e scappavano via. Si vedeva che gli volevano bene e che avrebbero voluto tornare con lui. A distanza di 65 anni, ricordo con affetto, stima e riconoscenza, il mio primo maestro elementare e sento di volergli molto bene. Il suo insegnamento, ancora oggi, è per me guida e sostegno in ogni momento della mia vita. Nei miei anni di Liceo Classico, il tema dei defunti e dei sepolcri è stato, insieme con la Divina Commedia, l’argomento più importante dell’intero programma scolastico. Ne I sepolcri, il giorno dei morti e “la religione delle illusioni” sono cantate magnificamente dal Foscolo che in questa sua opera ha dato vita a un poema di gusto romantico e risorgimentale. Scritta nel 1806 e pubblicata nell’anno successivo, l’opera nasce da una discussione di Foscolo con l’amico poeta Ippolito Pindemonte, originata dalla emanazione dell’editto napoleonico di Saint Cloud che vietava la sepoltura nelle chiese e contemplava la posizione dei cimiteri lontana dai centri abitati. Nello splendido carme in endecasillabi sciolti, capolavoro della poetica foscoliana, tutto fatto di contrasti drammatici, di interrogativi senza risposta, di visioni cupe, di personaggi eroici e di figure mitiche, le tombe assumono una funzione politica fondamentale in quanto espressione di una memoria storica comune agli abitanti di una stessa terra e incitamento ai vivi affinché si scuotano dal loro torpore. Foscolo rivela qui una concezione attiva, eroica della poesia, che deve essere capace di infiammare a “egregie cose” i forti animi. Paradossalmente, l’impulso all’azione non viene dai vivi – ed è questa la nota più originale del carme -, ma dai sepolcri, che non di morte ma di vita parlano al cuore degli uomini (“A egregie cose il forte animo accendono/l’urne dei forti, o Pindemonte; e bella/e santa fanno al peregrin la terra / che le ricetta”). Sfilano sotto gli occhi dello stupito lettore le ombre dei grandi del passato che riposano nel tempio di Santa Croce a Firenze. Quelle ombre parlano ai forti animi e li spronano a compiere nobili imprese. Una celeste “corrispondenza di amorosi sensi” è il filo invisibile ma tenace che lega i vivi ai morti, e l’affetto che continua ad unirli oltre la tomba rappresenta una vittoria dell’individuo sul nulla che lo aspetta: vivere nel ricordo di chi resta è l’unico modo per non scomparire del tutto. Il sepolcro diventa a questo punto testimonianza concreta di affetti, memoria che la morte non cancella e su cui si volge pietosa perfino la terra (“e di fiori odorata arbore amica/le ceneri di molle ombre consoli”). Nel Sepolcro e anche nella poesia secondo Foscolo è racchiusa la sola speranza di sopravvivenza per l’individuo, per i popoli, per l’umanità. Il Sepolcro, come pure la poesia, vincono dunque la storia e lanciano la loro sfida al tempo. Essi per Foscolo sono il valore più alto, come l’amicizia e come l’amore, come la gloria e l’amor di patria, tali da sfidare i millenni. È per mezzo dei Sepolcri e della Poesia che rimangono nella memoria e vengono tramandate le imprese e le gesta dei grandi eroi del passato. Il fine dell’autore è quello di accendere la sensibilità degli italiani e di educarne le menti al culto di quei valori. Anche per il mio primo maestro elementare il Sepolcro e la poesia rappresentano gli elementi essenziali per accendere la sensibilità degli italiani ed educarli al culto dei valori più alti quali l’amicizia, la gloria e l’amor di patria. “Cercate, bambini, di amare la vostra patria – ci diceva il maestro Puntura —; non tutti gli uomini sono in grado di sentire questo affetto per la propria Patria. Lo sentiranno nello sdegno doloroso e superbo che gli getterà il sangue alla fronte quando udranno ingiuriare il loro Paese dalla bocca di uno straniero. Lo sentiranno ancora più violento ed altero, il giorno in cui la minaccia di un popolo nemico solleverà una tempesta di fuoco sulla loro Patria. Lo sentiranno quando, costretti dalla necessità, dovranno emigrare in qualche paese lontano e vivere, in solitudine e nell’indifferenza più totale, tra gente che parla una lingua completamente diversa e sconosciuta. Oggi più che mai è necessario che gli italiani tutti dedichino la propria attività alla tutela della memoria storica nazionale, con particolare riferimento al Risorgimento ed alle tradizioni militari della nostra Patria”. Le parole di Aurelio Puntura sono di grande attualità, soprattutto nel momento in cui è esploso quel fenomeno cosmico che è la globalizzazione, che tende ad annullare le identità nazionali, trasformando l’umanità in una moltitudine indistinta di consumatori per l’interesse del padrone unico.