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(breve nota al volume “La Resistenza delle donne, di Benedetta Tobagi, Einaudi 2022)

“La Resistenza delle donne” è   il titolo, provocatorio, del bellissimo libro di Benedetta Tobagi, storica di profonda sensibilità, figlia del Direttore del Corriere della Sera, Walter Tobagi, ucciso dai terroristi di estrema sinistra, a Milano, il 28 maggio 1980. La provocatorietà del titolo di questo volume è già contenuto, in parte, nel titolo, in quanto racconta, con estremo rigore storico ed una importante e ricca documentazione fotografica, la Resistenza, da una prospettiva assolutamente originale e poco esplorata, quale è quella delle donne che, a diverso titolo, parteciparono, attivamente, alla lotta di liberazione dell’Italia dalla dittatura nazi – fascista. Le ragioni della scarsa valorizzazione del contributo del genere femminile alla Resistenza, emerge, in modo chiaro ed inequivocabile, proprio dal libro di Benedetta Tobagi e riguardano, principalmente, il ruolo delle donne nella società, le difficoltà a poter affermare il proprio modo di essere e uscire dagli stereotipi che la società patriarcale riservava, e ancora oggi, sotto molti punti di vista, e dopo molti anni, riserva al genere femminile. Dalla lettura di questo interessante libro si evince, anzitutto, come l’attività svolta dalle donne nel corso della Resistenza non sia stata inferiore, rispetto a quella degli uomini e come, spesso, sia stata di molto superiore, sia sotto il profilo operativo, che ideale. Infatti, come ho già avuto modo di scrivere, ogniqualvolta le donne decidano di “invadere”, con grande coraggio, spazi ritenuti, tradizionalmente, di dominio maschile, il genere femminile debba combattere non solo contro la discriminazione e la sottovalutazione, ma anche a subire le più atroci forme di violenza e di disprezzo personale. Di quanto appena detto, sono prova, ancora una volta, le torture, le violenze e gli stupri subiti dalle partigiane, raccontati nel libro, così come il profondo senso di solitudine e di vergogna seguito a tali gravissimi episodi, a fronte di un coraggio indomito, a fianco degli uomini combattenti nei gruppi antifascisti, nelle città, come nelle campagne e nei luoghi impervi di montagna. Il senso di profonda ingratitudine nei confronti di queste valorose eroine, le quali diedero un contributo importante per la libertà, come raccontano loro stesse, ad avviso dello scrivente trovò la sua più sconcertante espressione nel periodo successivo alla Resistenza, durante le manifestazioni pubbliche  del 25 aprile, quando alle partigiane venne impedito di sfilare, in quanto, come ampiamente raccontato nel capitolo del libro intitolato “Zitte e buone”: “Visto il diffuso pregiudizio sull’immoralità delle donne che sono andate in banda con i partigiani, infatti, molti pensano che sia meglio che non si facciamo proprio vedere, onde evitare spiacevoli pettegolezzi e un generale discredito nei confronti dei Volontari della libertà di ambo i sessi. Meglio che restino nelle retrovie, a cucinare e a cucir coccarde, da buone madri, sorelle, spose”. Aggiungo io, senza scandalizzare, rimanendo nel perimetro dei rassicuranti stereotipi sociali del tempo. Il racconto della lotta partigiana in diverse zone d’Italia,  con molti riferimento alla Liguria e al Piemonte, terre di lotta antifascista femminile, si intreccia con la passione civile e l’umanità del racconto, come nel caso della ragazza  ventottenne savonese (di adozione) Paola Garello, uccisa il 1 novembre 1944 presso la fortezza del Priamar a Savona, insieme ad altri partigiani, che lasciò una bellissima lettera di commiato alla figlia Mimma, prima di morire, di una toccante tenerezza e di alto valore sociale, tanto da essere considerata una delle più belle lettere di condannati a morte della Resistenza, per questo motivo ritrascritta in moltissimi volumi cartacei e digitali che ricordano questo importante capitolo della storia italiana. Successivamente alla parentesi di libertà e, in molti casi ( ma non in tutti, va sottolineato), di uguaglianza tra uomini e donne, nel periodo della Resistenza, dopo il 25 aprile le partigiane, così come tutte le altre donne, si ritrovarono a combattere, come disse Ada Prospero, vedova del giovane Piero Gobetti, martire del fascismo, “non più contro la prepotenza, la crudeltà e la violenza – facili da individuare e odiare – ma contro interessi che avrebbero cercato subdolamente di risorgere, contro abitudini che si sarebbero presto riaffermate, contro pregiudizi che non avrebbero voluto morire: tutte cose assai più vaghe, ingannevoli, sfuggenti”. L’esperienza delle donne in seno all’Assemblea Costituente dimostrerà la fondatezza di quanto affermato dalla vedova Gobetti, così come gli anni successivi, che vedranno le donne protagoniste delle battaglie per i propri diritti.  Battaglia, ancora oggi incompiuta non solo in Italia, ma in ogni Paese del mondo in cui le donne continuano a a morire per la libertà e per il diritto di poter essere sé stesse.

Con l’auspicio che un giorno, il più vicino possibile, la giornata del 25 novembre sia solo un ricordo consegnato alla storia meno felice dell’umanità intera.