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La figura professionale di uno psicoterapeuta PNEI (psico-neuro-endocrino-immunologo) si occupa di come lo stress psicologico si trasformi in malattia fisica e, nella fattispecie, come esso incida sul sovrappeso e sulla sua cura. Sovente sono i problemi di relazione con coloro i quali intessiamo rapporti d’amore, ad essere la fonte di stress più importante e a più alto rischio di cronicizzazione; questa dinamica non solo ostacola fortemente la perdita di grasso, ma può portare alla creazione di presupposti per esiti violenti nella relazione, sino ad arrivare all’attacco fisico alla donna. Tema questo sempre più riportato dalla cronaca, purtroppo.  Le dinamiche in ambito affettivo/familiare/di coppia che stanno alle base di queste situazioni sono molte, e molto diverse di caso in caso.  La violenza sulle donne ed il femminicidio sono alcuni degli esempi che fanno pensare che non si mettano in campo le giuste azioni, per prevenire le tragedie. Le risposte a questi eventi, di solito, sono proclami (estemporanei) che invitano a combattere la violenza. Ovvio? Banale? Proviamo a riflettere; dal momento che dicono che bisogna combattere specificamente la violenza sulle donne, implicitamente sostengono che la violenza in generale è consentita! Non è più la violenza ciò che viene identificata come assolutamente fuori posto e contraria alle basi del vivere civile (ovvero alla base della società), ma è la violenza verso qualcuno o qualcosa nello specifico. Diventa un messaggio dalla possibile valenza: poiché la gestione della violenza è sfuggita di mano ed è diventata un elemento stabile dell’ambiente, si cerca di limitarne l’incidenza in alcuni ambiti (in questo caso rispetto alle donne). E’ una terribile ammissione di sconfitta non esplicitata ed ammessa sottilmente, giorno dopo giorno, nelle nostre vite, alla quale ci abituiamo come normale aspetto negativo del vivere in gruppo. E’ facile vedere questa sconfitta in molte forme, spesso testimoniate da incongruenze; ad esempio quando le persone che proteggono, ovvero le forze dell’ordine, sono sempre più esposte alla violenza stessa. Vigili, poliziotti, carabinieri (ma anche insegnanti ed educatori) sono bersagli preferenziali, perché in prima linea,  e con un ruolo di “controllori” non sempre accettato e riconosciuto. Numerosi i filmati presenti sul web, in cui sono fatti oggetto di minacce e gesti violenti, senza che possano difendersi! I motivi sono svariati, non ultima l’impotenza causata anche dalla incertezza della punizione e della pena. “Se lo arresto domani è libero e mi aspetta sotto casa, e meglio che lasci correrei”. Gli aggressori di Willy erano tutti tristemente famosi a concittadini e forze dell’ordine per la loro violenza, e nel loro curriculum si trovano anche minacce ai pubblici ufficiali, alle quali non sono seguite idonee azioni repressive. E’ triste pensare che tra qualche anno saranno nuovamente liberi e faranno parlare di sé. Non è solo questo che fa rabbrividire, in un ospedale, alle poste, in molti uffici leggiamo il cartello: “Offendere o aggredire fisicamente gli operatori è reato perseguibile penalmente!”. Vuole dire implicitamente che la violenza è possibile in generale, al punto da dover specificare che però qua (in un luogo pubblico), verso alcune persone (gli addetti), è perseguita. E’ come se a scuola un bambino impaurito dicesse urlando alla maestra, che Pierino sta prendendo a sberle un compagno, facendogli saltare i denti. Immaginate se la maestra, invece di accorrere per impedirlo, perdesse tempo a chiedere: “a chi sta facendo saltare i denti? E dove?”, cosa cambia? Perché cambia se picchia Tizio piuttosto che Caio? E se lo fa in giardino, nel piazzale fuori da scuola, piuttosto che nei bagni, cambia? Mi immagino se la maestra sollevasse in riunione con le colleghe il problema all’ordine del giorno: “Come evitare che Pierino picchi Tizio e Caio?” Se io fossi l’alunno Sempronio e sentissi che si stanno occupando così del problema, mi porterei una spranga a scuola, convinto che forse me la debba cavare da solo. Voglio precisare: io sono uno psicologo ma non faccio solo la professione in studio. Ho sempre lavorato in contesti dove i pazienti hanno commesso crimini orribili, dall’omicidio in giù; inoltre a scuola ho visto aggressioni fatte da ragazzi con “fratelli e cugini a seguito”, in cui saltavano i denti (con gli insegnanti che tiravano dritto o uscivano prima di proposito). Non parlo del Bronx ma della vicina Mirafiori anni 70/80. Per cui non sono uno che vive nella bambagia ed è impaurito da un brutto sogno fatto recentemente. Sono un genitore che ringrazia il cielo che non siano i propri figli ad aiutare persone in difficoltà per strada, venendo sbranate dal branco e non è giusto! L’indirizzarsi a combattere (senza successo) la violenza verso le donne, piuttosto che verso gli operatori sanitari, distoglie da una considerazione che dovrebbe essere alla base della nostra società: tutti devono essere protetti, sempre, da ogni forma di violenza. Dovrebbe essere così, non dovrebbe essere necessario dirlo e scriverlo mai! ‘E raccapricciante che si cerchi di spegnere i riflettori che evidenziano questo sacrosanto principio di base, focalizzando di volta in volta l’attenzione delle persone su uno solo dei mille volti in cui si esprime questo disatteso principio. Ma cosa comporterebbe ciò? Dovremmo avere paura ed essere arrabbiati verso la politica sociale, che da decenni non è in grado di prevenire l’esposizione non solo di donne e operatori sanitari a ogni sorta di pericolo, in ogni momento della giornata! La cronaca di questi ultimi tempi dei ragazzi massacrati di botte per strada è solo uno dei tanti volti.  Come fare per combattere la violenza? Non lo so. Ma so che prima di tutto bisogna ammettere che c’è a tutti i livelli ed è sempre possibile incontrarla e non dovrebbe essere così! Chiudo con ciò che tantissimi anni fa mi disse un bambino “disturbato” proveniente da un quartiere difficile, seguito dalla Neuropsichiatria Infantile; mi disse che sognava che ad ogni angolo della strada ci fosse un poliziotto che potesse vedere giorno notte tutto ciò che accadeva. Ma soprattutto mi disse ci dovrebbe essere in ogni palazzo della città un poliziotto in portineria, ad ascoltare se qualcuno urla e picchia in casa e ad osservare tutti quelli che escono al mattino, donne e bambini, per vedere se hanno segni e lividi o se zoppicano. Non so se sarebbe una soluzione fattibile. Rimane il punto: “ma chi difende il vigile dai cattivi ?”.