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In questi giorni, televisioni e giornali hanno dato notizia dell’avvenuta archiviazione di una denuncia per stupro, da parte di una PM del Tribunale di Benevento, in forza della motivazione secondo la quale l’ex marito della signora violentata avrebbe, in realtà, dovuto vincere “quel minino di resistenze che ogni donna, nel corso di una relazione stabile e duratura, nella stanchezza delle incombenze quotidiane, tende a esercitare quando il marito tenta un approccio sessuale”. Si dirà che prima di commentare occorre conoscere i fatti e gli atti del processo e che non si possono estrapolare capoversi di un provvedimento giudiziario e astrarli dal contesto generale, onde evitare fraintendimenti interpretativi. Da operatore del diritto sono assolutamente d’accordo con tali affermazioni, ma ritengo sia altrettanto vero che anche il solo fatto che il provvedimento contenga affermazioni quali quella sopra riportata possa far nascere qualche considerazione di carattere giuridico e sociale relativamente al sentire comune, e dei giuristi, in relazione a reati gravi, quali sono quelli sessuali. A mio sommesso avviso, infatti, affermazioni quali quella sopra riportati, contrastano nettamente con i principi enunciati dalla CEDU nella sentenza del 27 maggio scorso, che ha condannato l’Italia   per  la violazione della sfera privata, della dignità e della personalità nei confronti di una giovane donna, da parte dei Giudici della Corte di appello di Firenze, mediante il deposito di una motivazione di una sentenza contenente riferimenti alla vita e alle abitudini personali, agli orientamenti sessuali della persona offesa, al suo abbigliamento intimo, ai suoi comportamenti durante la serata in cui si è verificato lo stupro di gruppo alla stazione di Santa Maria Novella, alle sue relazioni sentimentali e persino ai suoi rapporti sessuali consenzienti. Il provvedimento della PM di Benevento, seppur con modalità diverse, riprende il modo di argomentare della Corte di Appello fiorentina, utilizzando stereotipi (tutte le donne si comportano così? Tutti gli uomini sentono la necessità di costringere una donna ad un rapporto sessuale?) minimizzando l’accaduto e, ancor peggio, riducendo il tutto ad una mera questione privata e familiare. Come se le violenze commesse in luogo privato dovessero essere considerate meno gravi di quelle commesse in luoghi diversi. La grande svolta della tutela internazionale della tutela dei diritti delle donne, iniziata con la Convenzione di Istanbul del 2011 e proseguita dall’UE e dalla Commissione Parlamentare sul Femminicidio, davanti a espressioni quali quella sopra riportata, sembrano molto sfumate. Infatti, nessuno, e nemmeno il sottoscritto sostiene che i fatti non vadano accertati e che i Giudici non debbano verificare, scrupolosamente, come sicuramente ha fatto, il magistrato beneventano, ma tale accertamento e le regole processuali non possono consentire di vittimizzare la vittima per due, o più volte. Dal punto di vista extra giuridico, ancora una volta, sommessamente rilevo che nonostante i passi avanti compiuti, la vittimizzazione secondaria continui ad essere presente nella società, ed a giustificare atteggiamenti che vanno, nettamente condannati, come dimostra anche il recente caso delle molestie sessuali subite a Firenze, all’esterno dello stadio, dalla giornalista Greta Beccaglia. La concezione della donna, quale mero oggetto sessuale, che ha l’ex coniuge della signora beneventana è la stessa che ha il ristoratore che ha palpeggiato Greta Beccaglia, ma è la stessa che ancora molti uomini hanno, anche a seguito di atteggiamenti minimizzanti e poco attenti alla reale portata di tali gesti. La frase “Dai Greta, non te la prendere”, pronunciata in diretta dal giornalista in studio di Tele Toscana, e successivamente attenuata con indignazione per quanto accaduto, nell’imminenza delle molestie all’inviata fuori dallo stadio, sembrano riecheggiare, quantomeno un pensiero, ancora troppo diffuso la vittima è la colpevole e il fatto, in fondo, non è gran cosa. E la vittimizzazione secondaria, continua, così, ad avere visibilità e ad attirare l’attenzione su di sé, intorno a noi, spesso nella totale indifferenza.