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L’attualità delle parole di Giorgio Gaber e la svolta del suo “teatro canzone”, di Mara Martellotta

Costume e Società

Ci sono testi di autori che, anche se gli anni passano, rimangono miracolosamente attuali, come le parole finali di una bella canzone intitolata “Il grido” di Giorgio Gaber, “C’è  nell’aria un’energia che non si sblocca […]” Giorgio Gaber, infatti, è  stato uno dei rari cantautori, un caso quasi unico all’interno del panorama del teatro e della canzone italiani, a tracciare, insieme al suo co-autore viareggino Sandro Luporini, un’epopea dell’esistenza umana, analizzata alla luce di una vena filosofica e di un certo disincanto. La coppia Gaber-Luporini è stata, infatti, capace di scandagliare quasi tutti i momenti fondamentali dell’esistenza umana, dalla nascita alla morte, dall’amore alla malattia, dalla paternità  alla separazione, dando vita a riflessioni intime in grado, al tempo stesso, di esprimere lo sguardo fecondo e dubbioso di Gaber. Nei testi delle sue canzoni il cantautore milanese ha saputo esprimere temi di ampio respiro filosofico, usando al tempo stesso un linguaggio scorrevole, immediato, percorso da una forte ironia e da un sarcasmo tagliente. Un album scritto da Gaber si intitola “La mia generazione ha perso”, riportando nel titolo una frase di un suo brano. Si tratta di una denuncia della decadenza dei costumi della politica e della società italiane. Il cantautore è  fermamente convinto che la sua generazione abbia perso, in quanto la sua lotta si è rivelata fallimentare, anche se non inutile, poiché almeno ha provato a lottare per un ideale. Il 25 gennaio 1939 nasceva a Milano Giorgio Gaber, nome d’arte di Giorgio Gaberscik, di origine friulana, che avrebbe dimostrato una grande poliedricità artistica, divenendo attore, cantautore, musicista e intellettuale, capace, attraverso la sua vasta produzione, da una parte, e l’impegno politico, dall’altra, di donare al pubblico un patrimonio artistico prezioso, caratterizzato da una voce fuori dal coro. La sua lunga carriera nel mondo dello spettacolo sarebbe iniziata quando aveva meno di vent’anni, suonando la chitarra, accompagnandola alla passione del jazz e del rock’n’roll, fatto che lo portò a conoscere altri giovani musicisti dell’epoca, tra cui Enzo Jannacci, Adriano Celentano e Luigi Tenco. I primi passi nel mondo della musica li mosse al Santa Tecla, un piccolo club milanese alle spalle del Duomo, che ospitava spettacoli di cabaret, jazz e rock and roll, passando poi per le balene e i tour in Europa con Celentano. Nella prima parte della sua carriera artistica, in un’epoca caratterizzata da trasmissioni come “Il cantagiro” e il Festival di Sanremo, a Gaber venne affidata la conduzione di popolari trasmissioni televisive  dove egli rivelò subito il lato innovativo e raffinato del suo messaggio. Il giovane musicista,  che sarebbe poi diventato un grande amante della Toscana, costruiva i suoi spettacoli richiamandosi a tematiche profonde, come le canzoni popolari o di protesta e invitando attori impegnati, sia del cinema sia del teatro, quali Gian Maria Volonté’, a leggere i testi della musica leggera, interrogandosi sull’aspetto e il valore poetico di quegli stessi brani. La svolta nella carriera di Gaber avvenne in concomitanza al tragico episodio del suicidio di Luigi Tenco, avvenuto nel 1967, in una delle stanze dell’Hotel Savoy, durante il Festival di Sanremo. Gaber decise che era ormai giunto il momento di esplorare strade nuove, più vicine e congeniali al suo desiderio di narrare la società contemporanea. Il regista Giorgio Strehler e l’impresario teatrale Paolo  Grassi al Piccolo di Milano  compresero questa sua esigenza e gli diedero la possibilità  di organizzare uno spettacolo teatrale  composto da canzoni e monologhi. Nasceva, così, il suo “teatro canzone”, che rappresentò un esperimento davvero rivoluzionario, capace di coniugare la recitazione alla politica, la musica all’impegno sociale, l’intrattenimento alla filosofia. Prendeva avvio proprio allora quella collaborazione che sarebbe divenuta costante, nella scrittura dei suoi testi, con il pittore viareggino Sandro Luporini. E fu, così, che nacque il “Signor G”, alter ego di Gaber, il cui ruolo era quello di rappresentare le manie, i dubbi, le paturnie e le passioni dell’uomo contemporaneo. “Il Signor  G – affermava Giorgio Gaber – rappresentava e rappresenta ancora [..] la sincerità.  Io venivo da un mondo tutto diverso basato sull’intrattenimento. Scegliendo il teatro, ridussi ulteriormente il mio nome e creai una sintesi tra me e il personaggio. Il Signor G. – dove quella G voleva dire anche ‘gente’- era un signore un po’ anonimo […] in bilico tra un desiderio di reale cambiamento e un inserimento  nella società”. Il teatro canzone di Giorgio Gaber è  sicuramente stato un innovativo edificio espressivo che ha avuto la sua prima pietra miliare nello spettacolo intitolato “Il Signor G”, presentato appunto da Gaber e Luporini, nel lontano ottobre 1970, negli studi Regson di Milano e che sarebbe andato in scena quindici anni dopo al Piccolo. Sarebbe stata una proposta ambivalente, interpretata dal cantautore, capace di unire la lingua da proscenio alla canzone d’autore, formando un ibrido, che risultava frazionato in diversi momenti artistici, il monologo, il monologo-canzone, la prosa, la prosa-canzone e la canzone. Il protagonista dello spettacolo “Il Signor  G” vede la luce in “Il Signor G nasce”, un monologo che si pone in antitesi  alla celebrazioni della vita piccolo borghese e dà spazio al primo monologo canzone gaberiano-luporiano, capace di parlare a una nazione attraverso una lingua colloquiale. Un monologo che si conclude con il vocio dei parenti, il cui ritmo martellante riesce a rendere perfettamente  e ermeticamente la confusione dei giorni successivi la nascita del bambino. Il signor G cresce e si confronta quindi con Milano; ne nasce il monologo intitolato “Com’è  bella la città”, che attinge al linguaggio burocratese dell’urbanistica  per chiarire gli interventi pubblici capaci di migliorare la qualità  della vita nella città.  Nel monologo vengono citati  alcuni oggetti simbolo del progresso, come la réclame, le macchine, i grattacieli e i magazzini. Nel teatro canzone Giorgio Gaber ci ha lasciato la grande eredità  del suo sguardo profetico di quello che sarebbe stato il futuro della società contemporanea, declinando esteticamente il genere teatrale e fondendo musica e recitazione, attraverso la canzone proiettata nel monologo. Il teatro canzone non si appellava agli oggetti di scena presenti sul palco, ma dava voce all’immaginazione dell’osservatore. In fondo Gaber aveva una netta coscienza del grande potere che possono avere le parole, quello di costruire realtà  fantastiche simili alle “Citte invisibili ” di Italo Calvino, ma anche capaci di rispondere agli interrogativi più profondi della realtà. Attraverso una policromia di linguaggi diversi Gaber è stato capace di affrontare una pluralità di temi, in fondo quella stessa pluralità in cui consiste la vita, non escludendovi neanche la politica, su cui si interrogò nello spettacolo teatrale antologico dal titolo “Qualcuno era comunista “, in cui indagò che cosa il comunismo potesse rappresentare per ciascuno.

4 Aprile 2022/da user-pannunzio
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