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Martha Gellhorn: la vita libera e straordinaria di una protagonista del giornalismo del novecento nel libro “La guerra dentro – Martha Gellhorn e il dovere della verità”, di Lilli Gruber, Rizzoli editore, 2021, di Giuseppe Piccardo

Libri

Il libro “La guerra dentro – Martha Gellhorn e il dovere della verità” è un libro appassionante e interessante non solo per chi voglia conoscere  meglio la vita avventurosa di  Martha Gellhorn, donna e giornalista, protagonista assoluta del giornalismo di guerra del novecento, ma anche per riflettere, ancora una volta, sulla lotta delle donne per la parità di genere, sulla catastrofe delle guerre, di tutte le guerre, sulla storia drammatica del secolo scorso e di quella più recente, sulla libertà di informazione e sul ruolo sociale del giornalismo, oggi come ieri. Il senso della vita di Martha Gellhorn è racchiuso in questa frase che la giovane inviata di guerra per la rivista statunitense “Collier’s” scrisse a Eleanor Roosevelt, moglie del Presidente americano Franklyn Delano Roosevelt, da Parigi, città nella quale si era trasferita, per la prima volta, nel 1931: “È un vero e proprio lavoro, essere donna, non è così? Non puoi semplicemente fare il tuo lavoro in pace perché allora sei un’egoista. Devi sempre essere due cose contemporaneamente”. Martha, indubbiamente, è stata molto più di una giornalista: una grande donna, libera, indipendente, ma non per questo insensibile o immune da tutti i dolori e le fatiche che il suo genere dovette affrontare e affronta, ancora oggi, per affermarsi per quello che erano e sono, oltre ogni stereotipo e schema sociale predefinito, in un mondo (non solo quello giornalistico dell’epoca) maschilista e poco incline a riconoscere il valore del lavoro femminile, se diverso da quello domestico. Scrive, ancora l’autrice, che Martha Gellhorn è stata, sin da ragazza, una convinta sostenitrice dei diritti femminili e sosterrà, per tutta la vita, che il miglior modo per difenderli sia non arrendersi alla mediocrità del mondo. Scrive, al riguardo, Lilli Gruber:“Le donne hanno paura di parlare, conoscono perfettamente l’autoreferenzialità dei maschi, e temono di perdere la loro attenzione se osano presentare le proprie vite come autonome e importanti”. Martha, fedele ai propri principi, non rinunciò al suo lavoro ed ai pericoli che questo comportava, come inviata di guerra e seppe conquistarsi uno spazio professionale autonomo rispetto a quello di colui che è considerato uno dei più grandi scrittori del novecento e con il quale fu sposata per alcuni anni, precisamente dal 1940 al 1945 e dal quale fu l’unica delle sue mogli a divorziare: Ernest Hemingway. Martha conobbe il grande romanziere negli Stati Uniti e lo rivide, successivamente, in Spagna, durante i reportage sulla guerra civile spagnola e in Normandia, nei giorni del D – Day. Ernest Hemingway le dedicò uno dei suoi capolavori, e precisamente il romanzo “Per chi suona la campana”, in corso di stesura proprio negli anni del loro matrimonio. La prima esperienza importante come inviata per il giornale “Collier’s” della Gellhorn fu in Europa, e precisamente in Spagna, negli anni 1937-38, durante la guerra civile, ove conobbe, tra l’altro, il grande Indro Montanelli. Successivamente, Martha seguì le vicende legate alla caduta di Mussolini (8 settembre 1943), sul fronte della linea gotica e, ancora, uno degli eventi più rilevanti della seconda guerra mondiale, vale a dire lo sbarco alleato in Normandia, con Ernest Hemingway, raccontandolo per il “Collier’s” in modo del tutto diverso dal marito, vale a dire in modo libero e distaccato dai trionfalismi di parte e sempre con un occhio attento alla tragedia alla quale stava assistendo, così come alle storie  di chi, a causa di  quei conflitti, aveva perso e stava perdendo la propria vita e la propria dignità, subendo lutti e povertà. Martha fu l’unica giornalista di sesso femminile ad assistere e a documentare il D- Day, ma proprio il fatto di essere donna la mise in secondo piano rispetto ad altri reporter. L’esperienza francese non fu l’unica esperienza di rilievo, ma anche tragica, che la Gellhorn documentò. Infatti, di particolare interesse, nel libro sono le pagine dedicate alla precedente esperienza di Martha come reporter durante un conflitto poco conosciuto, ma molto importante, vale a dire la guerra russo – finlandese del 1939, combattuta fieramente dai finlandesi, contro il gigante sovietico, al fine di non cedere alla volontà di ridurre lo Stato scandinavo ad un’area  geografica “cuscinetto”, utile a fermare l’avanzata nazista verso l’Unione Sovietica, a seguito del patto di non aggressione Molotov – Ribbentrop, sottoscritto in quell’anno. Successivamente alla fine della seconda guerra mondiale, Martha Gellhorn fu l’unica donna a visitare il campo di concentramento di Dachau, in Baviera, documentando una delle più grandi tragedie del novecento, l’Olocausto e poi il processo di Norimberga ai gerarchi nazisti, che tale tragedia avevano contribuito a realizzare. L’origine ebraica di Martha Gellhorn, nata nel 1908 in una famiglia semita emigrata negli Stati Uniti nel 1900, contribuì sicuramente a vivere la tragedia dell’Olocausto in modo tale da esserne segnata profondamente, non solo negli anni successivi, ma per tutto il resto della vita.  Martha Gellhorn seguì, infine, i conflitti indocinesi, ed in particolare la guerra innescata dagli Stati Uniti, in Vietnam, negli anni sessanta del secolo scorso, accentuando i propri sentimenti di repulsione per i conflitti e per le guerre, per le disuguaglianze, per le ingiustizie sociali, per ogni forma di intolleranza e di totalitarismo, nonché per le vittime innocenti che le guerre provocavano, a vantaggio di pochi e di una economia che schiacciava la dignità umana. Il libro di Lilli Gruber, anch’ella inviata di guerra, tra l’altro in Libano e in Iraq durante la c.d. “Guerra del Golfo” contro Saddam Hussein, nel 1991, descrive e racconta una Martha Gellhorn non solo cronista e inviata di guerra, ma la donna che è stata, morta suicida nel 1998, gravemente malata. Una donna che subì il peso del senso di superiorità maschile e la tragedia emotiva dell’aborto, che adottò un figlio in un orfanotrofio italiano, che visitò ospedali pieni di vittime martoriate dalla guerra e gli orrori del totalitarismo. La  biografia di Martha Gellhorn permette di mettere a fuoco e riflettere su cosa significhi fare gli inviati speciali oggi, e come il mestiere sia molto cambiato, anche grazie alla tecnologia, che consente di essere virtualmente in ogni luogo del mondo, nel momento dell’accadimento dei fatti, e che Lilli Gruber affronta ricordando altri grandi inviati di guerra contemporanei, amici e colleghi dell’autrice:  il marito Jacques Charmelot, capo dell’ufficio dell’Agence France – Presse nel 1991, a Baghdad, dove si conobbero, ma anche  Angela Rodicio e Dina Neretliak, con le quali condivise  l’inferno dei Balcani; Jonathan Randal, che conobbe Martha nel 1996 in Vietnam; Alberto Negri, inviato del giornale “Sole 24 Ore” dal 1987 al 2017. Martha Gellhorn, come Mario Pannunzio, cercò sempre di essere artefice di un giornalismo libero, indipendente e non asservito al potere, ma utile a cercare la verità, anche se scomoda, cosa che oggi non sempre avviene, purtroppo, anche in Italia, Paese che occupa il quarantunesimo posto nel mondo per libertà di stampa. E in un mondo in cui le guerre proliferano, mietendo vittime innocenti, soprattutto tra le donne e i bambini, come purtroppo abbiamo visto, ancora di recente, in Afghanistan. Per questo questo motivo mi piace chiudere queste brevi osservazioni sul libro di Lilli Gruber con le parole di Martha, che danno il senso del suo lavoro e della sua vita vissuta liberamente e intensamente: “Personalmente, ero convinta che il mio lavoro fosse rendere noto i fatti, nella speranza che, prima o poi, diventasse impossibile mentire su ciò che era successo”.

7 Gennaio 2022/da user-pannunzio
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