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Natale. Questa volta  voglio parlarne io. Che ci sono nato a Natale, la notte di Natale. Fu un avvenimento per certo non agevole per mia madre: un parto prematuro, ancora inatteso. Mio padre uscì fuori casa a precipizio ,inforcò la bicicletta, ed andò  sotto la neve che cadeva a cercare un’ostetrica. Fatica sprecata:  quando i due arrivarono mia madre, di buon sangue romagnolo, aveva già fatto tutto da sola, provvedendo anche a tagliare il cordone ombelicale con un paio di forbici da cucina. Ma non fu tutto. Impedì poi che io, che non potevo difendermi,  venissi chiamato Natalino! Pericolo in agguato in un Paese nel quale abbondano altresì i Natale ed i Pasquale. Quanti giorni di Natale dopo! Alcuni altamente drammatici…ma lasciamo stare… le velleità autobiografiche  abbondano soprattutto in quanti vogliono semplicemente approfittare del fatto che ciò che raccontano non può essere controllato da chi li ascolta.  Stando alla retorica pia, il Natale è la festa della famiglia, dei ricordi buoni di famiglia. Nel segno della nascita di Cristo. È una festa che sarebbe di grande bellezza, casta per i ricordi che suscita e per gli affetti che ripropone. È divenuta per molti soltanto un’occasione per rivelare nel clamore, e nella vuotaggine , personalità altrimenti inesistenti. A quanti potrebbero rilevare che uno storico qual sono dovrebbe attenersi al suo campo di scientifici interessi anziché fare del facile moralismo, ecco che gratuitamente porgo un regalo: Quando nacque il Natale? Forse i nostri severi critici non lo sanno. Il Natale fu una invenzione di Papa Telesforo (si chiamava proprio così, e fu pontefice di Santa Romana Chiesa dal 127 al 138 d.C.). Ma fu una festa “mobile”: alcuni storici la fanno nascere nel mese di maggio, altri d’aprile , altri, di gennaio. Nel IV secolo Papa Giulio I dopo una ricerca che affidò a rinomati storici sulla date del giorni nei quali si concluse la vita di Gesù Cristo, la fissò al 25 dicembre. Reso omaggio al   pio Papa Telesforo, Santo, che ora riposa nelle Grotte Vaticane, voliamo ora, piaccia o non piaccia, al lugubre Natale Covid che ci sta dinanzi. Che tuttavia presenta un suo particolare modello di festa natalizia. Abbiamo visto e sentito di tutto: si è  anche detto che non importa se muore “qualcuno”, gli altri hanno il sacrosanto diritto di andare in discoteca per meglio raccogliersi nel pensiero sacro del Natale. Il governo osserva. E dedica ad ognuna delle tante preoccupanti evenienze dieci decreti. Seguendo un originale quanto peregrino precetto di un economista settecentesco di qualche valore, quale fu l’abate Galiani: “bisogna che i governanti lascino molto disordine mescolato con l’ordine, molte pressioni in contrasto con molte ragioni, molte leggi con molte infrazioni, molte regole con molte eccezioni. Perché una nazione possa arrivare ad un supremo grado di perfezione.” Naturalmente, “mescolata” con molte imperfezioni.