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Quando si parla di ambiente oggi, al centro del discorso c’è il cambiamento climatico. Nel 2012  l’Accademia delle Scienze di Torino organizzò un convegno su “Il mutamento climatico – Processi naturali e intervento umano” e ne pubblicò gli atti che si prestano ad una lettura istruttiva (stesso titolo, a cura di Antonello Provenzale, Il Mulino, 357 pp,  2013). Ciò che emerge soprattutto è la estrema  complessità dei fattori coinvolti, a cominciare dai due più importanti – variazioni dell’apporto di calore solare e effetto di vari gas serra compreso il più importante, il vapore acqueo – per finire con tutta una serie di feedback  (“retroazioni”). E’ improbabile che questa complessità sia nota a chi fa un discorso come quello di risparmiare acqua facendo la doccia. Intendiamoci, è un discorso che consideravo seriamente quando vivevo a Mogadiscio (piovosità sui 400 mm/anno), ma non oggi che vivo nella pianura padana  (900 mm e un sottosuolo con migliaia di metri di sedimenti, ricco di falde acquifere). Magari uno pensa che risparmiando acqua a Torino la regalo a un pastore del Sahel, alle prese con la siccità. Magari ignora che l’acqua non si consuma, ma solo si ricicla. L’acqua della quale il pianeta dispone è più o meno la stessa di due miliardi di anni fa. Se faccio pipì nel mio giardino, l’acqua della Bonarda che ho bevuto farà un lungo viaggio con inizio nel sottosuolo e qualche molecola finirà magari  nel Pavese in un’altra Bonarda. Il cambiamento climatico è considerato responsabile di eventi meteorologici disastrosi. In Italia, tra siccità e alluvione siamo sempre in crisi, ma la reazione comune è lagna e paralisi. Un esempio dal Piemonte. Esiste da decenni un progetto “Piccoli Bacini Montani”, del quale l’idea non era male: regimare il flusso dell’acqua nelle alte valli costruendo bacini artificiali, nei quali trattenerla quando è tempo di alluvioni e rilasciarla quando  ce ne è bisogno. Un bel bonus aggiuntivo è la produzione di energia elettrica. Un altro bonus è che i laghi montani sono belli, e infatti i Francesi, che sono più furbi di noi, quando ne fanno uno lo sfruttano turisticamente. Da noi, il progetto è stato bloccato al grido di “aiuto! capiteranno degli altri Vaiont”. Tra i molti e funesti NO imposti prima dalla mitologia “verde” e oggi dalla diffusa vocazione anti-moderna, vogliamo metterci anche quello? Poi, ci sono le polemiche surreali. Anni fa un intellettuale del Polesine manifestò la sua preoccupazione, ospitata dalla stampa, per l’intenzione  dei Torinesi di inquinare il Po disperdendovi ceneri di defunti (come concesso oggi dalla legge). Come Torinese (sia pure immigrato) mi sento coinvolto, e  rifletto. Un giorno, ignoto a me ma non alle Potenze Superiori che lo hanno programmato, i miei attuali 90 chili forniranno quattro chili di cenere che ho destinate al nostro amato fiume. L’alveo del Po è un “recipiente” che, tra il Pian del Re e la foce contiene qualche milione di metri cubi di acqua in lento deflusso verso l’Adriatico. Non è possibile fare un conto esatto, ma certo è che i miei quattro chili di cenere, prima di arrivare al rovigotto (sempre che non si disperdano nei campi), verranno diluiti in tanta, ma tanta acqua, da diventare inavvertibili anche per il palato più delicato. Meglio che i pesticidi, comunque. Interessante anche il destino del resto, cioè degli altri 86 chili. Forniranno vapor d’acqua e anidride carbonica, che si aggiungeranno al vapor d’acqua e all’anidride carbonica già presenti nell’atmosfera. Qualche atomo del “mio” carbonio magari lo respirerà un torinese, magari uno dei miei amici. Senza neanche rivolgermi un pensiero… Un fatto del quale si parla poco è che il cambiamento climatico, qualunque sia la sua origine, nuoce a qualcuno, ma giova ad altri. Immagino cosa cambierebbe se immense distese sterili della Russia asiatica diventassero fertili.  Non per niente la Russia non si scalda per il riscaldamento (sorry!) globale. Il cambiamento climatico, è qualcosa di lento, al quale l’uomo con la sua tecnologia può far fronte. Andranno sotto acqua le città costiere. Pazienza! Non mi si dica che sarà la fine di Homo sapiens. La gente si sposterà  più all’interno. Acqua alta sì o acqua alta no, un’evoluzione che mi sembra ragionevolmente prevedibile è proprio il graduale smantellamento (per abbandono) delle grandissime agglomerazioni urbane (quasi tutte costiere) le quali non hanno più giustificazione. Creano problemi ambientali quasi insolubili  e non offrono vantaggi corrispondenti. Il poco spazio con molta gente crea nevrosi e aggressività. E lo sviluppo tecnologico è avviato a ridurre gradatamente la necessità di aggregare molta gente in poco spazio per produrre, come la crisi del Covid-19 sta vistosamente dimostrando. Ciò a cui l’uomo non può far fronte è “l’evento raro” (esempio, la bomba atomica dei chierici iraniani i quali aspettano con gioia e fervore il Giorno del Giudizio col ritorno del dodicesimo imam, quindi tempi lunghi). Il mio amico ambientalista contesta e sostiene che noi (umani) siamo colpevoli nei riguardi del pianeta sia sconvolgendone il clima, sia “parassitandolo” così da “usufruire  delle sue ricchezze”. Rispondo che ciò è impossibile, perché il pianeta non ha ricchezze. E’ fatto di sassi, idrogeno, vibrazioni, pannocchie, merda. Sasso o pannocchia, gli è perfettamente indifferente. Siamo noi che, oltre a dare nomi, valutiamo e classifichiamo: il sasso non ci serve e quindi non vale niente, la pannocchia “è una ricchezza”. Conclusione: noi possiamo al massimo scialacquare le nostre ricchezze. Magari, rubare al vicino le sue……  Un esempio: le nostre spiagge in certi periodi sono in fase di sedimentazione (arricchimento), in altri in fase di erosione. Entrambi fenomeni naturali. Adesso  ci lamentiamo perché sono in erosione, e invochiamo provvedimenti. E’ giusto, visto che le spiagge rendono (o almeno, rendevano prima del Covid-19) 300.000 euro per anno per ettaro. Anzi giustissimo. Basta solo che poi non ci nascondiamo dietro giustificazioni nobili quanto fasulle (amore della natura, eccetera). Pensiamo alle discariche del materiale amiantifero: nessuno le vuole, costano molti soldi, si mangiano buona terra, e c’è anche il rischio che la robaccia ricompaia prima o poi . La soluzione ci sarebbe con costo bassissimo e inquinamento zero: buttare tutto in mare profondo. Tanto per dare un’idea, l’eternit ha peso specifico circa 2 e le fibre del minerale amianto circa 3. Assolutamente insolubili. Una volta sul fondo del mare, ci resterebbero per l’eternità. Nel corso di qualche millennio verrebbero ricoperte da uno straterello di sabbia oppure da un velo di argilla (a seconda della distanza dalla costa e dagli estuari). Chi ci rimetterebbe? Solo quelli che vedrebbero svanire un business. Ma ci sono due pre-requisiti: pensare in modo non convenzionale e tapparsi le orecchie dalle sicure proteste che gli ambientalisti  leverebbero in difesa della “sacralità del fondo marino” (guarda dove va a rifugiarsi il “Sacro”! ). Ma la visione proposta dall’amico porta emozioni, stimola buoni sentimenti, è destinata ad essere popolare. La mia è perdente. E chi vince la guerra della comunicazione vince la guerra tout-court.