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Non solo architettura ad Art Nouveau Week a Torino e Biella, di Maria Grazia Imarisio

Le 9 Muse

Giunta alla quinta edizione e quest’anno presente a Torino con un ricco e vario programma di
appuntamenti, Art Nouveau Week 2023 si prepara ad accogliere centinaia di partecipanti iscritti alle
dieci iniziative previste nel capoluogo subalpino e ai due inconsueti itinerari guidati in programma a
Biella, che per la prima volta partecipa alla manifestazione internazionale ideata e curata dal
presidente di Italia Liberty, Andrea Speziali, e organizzata dal suo staff dall’8 al 14 luglio di ogni
anno.
L’edizione torinese si avvale del Patrocinio della Città di Torino e della collaborazione con il
Conservatorio Statale di Musica “G. Verdi”, il Centro Culturale “M. Pannunzio”, la Fondazione “T.
di Barolo” – MUSLI e Daniela Piazza Editore. Mentre quella biellese si avvale del Patrocinio della
Città di Biella e della collaborazione con l’Archivio di Stato di Biella, la Fondazione Cassa di
Risparmio di Biella e il DocBi – Centro Studi Biellesi.
Da tempo sono esauriti i posti per la conferenza-concerto inaugurale di pianoforte e arpa su note Art
Nouveau che si terrà l’8 luglio presso il Conservatorio Statale “G. Verdi” di Torino, dove gli
intervenuti avranno anche il privilegio di visitare la straordinaria Galleria degli Strumenti, prezioso
documento della vita musicale della Città e della storia del Conservatorio. La collezione conta 156
esemplari firmati da grandi nomi della liuteria piemontese e celebri costruttori di strumenti a fiato
subalpini e, tra i suoi molti gioielli, vanta lo Stradivari Mond del 1709 appartenuto alla celeberrima
violinista torinese Teresina Tua, educatasi al Conservatorio di Parigi, vincitrice a quattordici anni del
Grand Prix bandito nella capitale francese, elogiata da Verdi, Liszt e Wagner, insegnante presso
l’Accademia di Santa Cecilia di Roma, acclamata nei maggiori templi della musica europei e
newyorchesi e deceduta a novant’anni come suor Maria del Gesù.
Complice l’anima proteiforme e marcatamente interdisciplinare dell’affascinante corrente di gusto
che in Italia chiamiamo Liberty, le edizioni subalpina e biellese dell’imminente settimana dell’Art
Nouveau concentreranno infatti la loro attenzione su tutte le arti con digressioni, in gran parte inedite,
fra coinvolgenti storie di persone – committenti, progettisti, artisti, maestri artigiani o semplici fruitori

  • restituite attraverso puntuali ricerche documentali, così da tracciare un connotante e parallelo fil
    rouge che caratterizza tutte le iniziative.
    Le storie di persone e famiglie sono tema imprescindibile quando si tratta della città silente nel
    Cimitero Monumentale di Torino, divenuta nell’arco di pochi decenni vero e proprio spazio
    espositivo di opere d’arte e, via via, autentico e vasto museo a cielo aperto, visitato durante le
    ricorrenze autunnali come occasione per scoprire la più recente produzione scultorea. Quale stile
    specifico e caratteristico della borghesia tardo-ottocentesca e veicolo figurativo privilegiato delle sue
    fortune e della sua affermazione come classe dominante, il Liberty ha infatti trovato applicazione
    elettiva nei luoghi e nei monumenti che appunto rappresentavano o intendevano simboleggiare ruolo
    e destini di questa stessa borghesia, con un’accentuazione dei suoi tratti espressivi nei grandi cimiteri
    urbani. Tale fenomeno toccò nel profondo anche Biella e soprattutto Oropa e Rosazza, questi due
    ultimi suggestivi cimiteri-giardino, che saranno meta di futuri itinerari volti all’ulteriore scoperta del
    Liberty nel capoluogo e nelle valli biellesi.
    Circostanza non trascurabile, sia a Torino che nel biellese, protagonista delle svolte stilistico-culturali,
    rispettivamente in direzione simbolista d’intonazione spiritualista e floreale in sintonia con la teoria
    delle correspondances, è stato Leonardo Bistolfi, casalese di nascita, formatosi tra Brera e l’Albertina,
    che esordì nella scultura cimiteriale subalpina con un intenso Angelo della morte a tutto tondo, in
    primo piano, che personifica la riflessione sul mistero dell’estremo commiato dall’esistenza terrena,
    e sullo sfondo una culla vuota, quasi a “stiacciato”, pressoché impercettibile incipit della dolorosa
    narrazione.
    Poco dopo, negli anni Novanta, Bistolfi convalidò una produzione che reca una particolare
    componente pittorico-floreale destinata, con la complicità della grafica di analogo ductus, a passare
    dalla scultura alla decorazione plastica, a fresco e nel parato per interni. Il già notissimo scultore e
    pittore casalese era anche valente violinista e amava trascorrere lunghi periodi di vacanza a
    Camburzano, nella villa del famoso soprano Cesira Ferrani, Mimì nella prima della Bohème al Regio
    di Torino sotto la bacchetta di Arturo Toscanini, anch’egli assiduo frequentatore del vivace cenacolo
    culturale che, allo scadere del secolo, era nato nella bella dimora camburzanese, animato da Lidia,
    sorella di Cesira e apprezzata pianista, e dallo zio Luigi Ferraria, compositore e avvocato. Negli stessi
    anni sono state numerose le opere plasmate dall’artista casalese per i suoi amici biellesi; non deve
    perciò sorprendere la profusione fitomorfica posatasi su decine di costruzioni nel capoluogo e nelle
    sue valli, giungendo a connotare soprattutto Casa Ripa a Biella, autentico catalogo di essenze
    bistolfiane, distribuite con raffinata eleganza in abile coerenza con la valorizzazione funzionale e
    simbolica delle diverse parti dell’edificio, commissionato nel 1906 dall’avv. Paolo Ripa, funzionario
    presso la Regia Conciliatura biellese e anche scrittore satirico sul noto settimanale milanese «Il
    Guerin Meschino».
    È questa un’altra storia che merita di essere raccontata, come quella che, a torto, si presume ormai
    scontata della Prima Esposizione internazionale di arte decorativa moderna, allestita nel 1902 a
    Torino, che vide il trionfo dell’Art Nouveau. In realtà l’architettura torinese e di alcune vicine località
    di villeggiatura aveva già intrapreso la via dell’Arte Nuova al di fuori di questa grande kermesse. Lo
    dimostrano, tra gli altri, Riccio e Velati Bellini con Casa Florio in via Bertola, Benazzo con Casa
    Tasca in via Beuamont, Dolza con la scuola oggi Istituto Avogadro in corso San Maurizio, Rigotti
    con la perduta Palazzina Lavini-Toesca in via Tiepolo, Gribodo con Villa Antonietta a Cozze e lo
    prova soprattutto Pietro Fenoglio che aveva espresso la sua originale e altissima interpretazione
    dell’Arte Nuova sin dal 1900 nell’ormai snaturata palazzina della Società Finanziaria Industriale
    Torinese di via Beaumont. Dopo aver declinato l’incarico nel comitato artistico espositivo,
    accampando motivi di salute, Fenoglio giunse a una revisione strutturale dell’architettura nella
    palazzina-studio per sé e i fratelli in via Principi d’Acaja, 11. Il maggior vessillifero del Liberty
    torinese e i suoi familiari con molta probabilità non abitarono mai in questa casa, subito divenuta
    manifesto e pubblicità implicita dell’avanzata progettualità fenogliana e già alienata nel 1904 a
    Giorgio Lafleur, come avremo modo di sottolineare quando ne varcheremo la pregevole bussola
    d’ingresso durante Art Nouveau Week.
    A margine della strada reale di Francia Fenoglio ha così soggettivato con singolare coerenza istanze
    di matrice franco-belga, mostrandosi in linea con il più profondo naturalismo Art Nouveau, di cui è
    emblematica generazione il serramento ad ali di farfalla, caro ai maestri di Nancy, forse da leggersi
    come risposta ai “tedeschizzanti” padiglioni espositivi che Raimondo D’Aronco stava erigendo in
    quello stesso 1902 al Valentino. Tra i progettisti e gli intellettuali torinesi era infatti risaputa l’aspra
    polemica generata dalla vittoria dell’architetto friulano nel concorso per la regia distributiva e
    stilistica degli edifici per l’esposizione, se pure la stampa ufficiale si fosse affrettata a spiegare tale
    scelta come opzione di tendenza e decisione di campo tra le due scuole ritenute più originali: «la
    belga, illustrata dai nomi del defunto Hankar e del vivente Horta, e l’austriaca, che, sbocciata sotto
    l’insegnamento di un illustre architetto, il quale dall’accademismo più puro passò grado grado alla
    modernità più libera, fu detta Wagner Schule… A quest’ultima scuola si può riannodare il
    D’Aronco», formatosi a Graz e all’Accademia di Venezia e allora impegnato presso la corte di
    Costantinopoli, dove si era trasferito nel 1891 come architetto del governo ottomano e personale del
    sultano Abdül Hamit II, svolgendo la parte più importante della sua attività progettuale in un paese
    crocevia di molteplici esperienze. Non potendo pertanto seguire in modo continuativo i lavori
    dell’esposizione torinese, gli furono affiancati il giovane arch. Annibale Rigotti, torinese e autore del
    progetto secondo classificato, l’ing. Enrico Bonelli, anch’egli torinese e docente di Meccanica
    Industriale al Regio Museo del capoluogo subalpino e il prof. Giovanni Vacchetta, cuneese di nascita
    e Professore di Ornato Superiore al Museo Industriale di Torino, tentando in questo modo di supplire
    all’assenza di D’Aronco e di contenere le critiche limitando il rischio di eccessiva “tedeschizzazione”
    dei padiglioni espositivi. Di fatto, gli edifici effimeri daronchiani erano principalmente ispirati alla
    Wagnerschule e all’opera di Olbrich nella colonia da lui fondata a Darmstadt, verso le quali
    l’architetto friulano nutriva un’affinità mutuata dall’interesse per l’architettura bizantina e ottomana,
    maturata attraverso la conoscenza diretta durante la lunga permanenza a Costantinopoli. Memorie di
    Santa Sofia si coniugavano in perfetta armonia con tali istanze, soprattutto nella Rotonda d’onore e
    un po’ ovunque nei numerosi padiglioni, dove la sontuosità, la luce, le bucature, le mosse decorazioni
    lineari e la cura del dettaglio prezioso emergevano in variazioni raffinatissime.
    Chiusa l’esposizione con un buon successo di visitatori, limitati plausi e pesanti strascichi polemici,
    proseguì verso D’Aronco l’ostilità di alcune altisonanti voci torinesi, riaffiorata con veemenza quando
    nel 1907, rientrato da Costantinopoli, pensò di stabilirsi con la famiglia nel capoluogo subalpino. Sin
    dal 1902, egli aveva infatti avviato le trattative per l’acquisto di un terreno di fronte alla Fontana dei
    Mesi, sul quale costruire la sua “casetta” che divenne presto una confortevole e funzionale abitazione
    con due alloggi e piccolo fabbricato per il custode, edificati “per corrispondenza” come la città
    effimera in riva al Po. Mentre proseguiva il suo momento magico di fertilità creativa, Palazzina
    Javelli, dal cognome della moglie cuneese Rita, sorgeva semplice e raffinata, connotata da un partito
    decorativo che si conclude in pure linee geometriche, da bucature diversificate nel taglio e nella
    tipologia a seconda delle diverse destinazioni d’uso e da un linguaggio dei volumi variato in relazione
    alle attività al loro interno. In questa palazzina D’Aronco ha quasi mai abitato e oggi, varcandone
    l’ingresso, sorprendono l’avanzata modernità del pensiero compositivo, l’elevato pregio di materiali
    e manufatti, la cura dei dettagli e l’integrità generale, nonostante la turnazione di proprietari e i
    cambiamenti di destinazione d’uso. Al confronto di tanta qualità costruttiva, ancora più stupisce
    leggere nelle lettere a Bonelli e a Rigotti, preposti a seguire i lavori di costruzione, la forte e assillante
    preoccupazione economica di D’Aronco, che sosteneva di aver sempre fatto «il signore coi soldi
    contati», quasi presagendo una morte tra ristrettezze, sofferenza e solitudine.
    Ancora altre storie meriterebbero di essere raccontate, fra le quali l’amore non corrisposto di Ernest
    Hemingway per Bianca Maria Bellia, incontrata durante una vacanza a Stresa. Era il settembre 1918
    e lo scrittore americano giunse presto a Torino per chiedere la mano dell’avvenente diciassettenne,
    ma il padre Pier Vincenzo, noto costruttore di molte case Liberty torinesi, oppose un fermo veto,
    ispirando così il personaggio del conte Greffi in Addio alle armi.
    Programmi: www.italialiberty.it. Iscrizioni e informazioni sul sito di Italia Liberty, allo +39 320 044
    5798, o inviando una mail a torino@italialiberty.it oppure a info@italialiberty.it.
    Maria Grazia Imarisio
    Nelle immagini:
    Particolare decorativo di Palazzina Javelli, progettata da Raimondo D’Aronco nel 1903, in via
    Petrarca 44 a Torino
    Particolare del coronamento di Palazzo Ripa, eretto nel 1906 a Biella, in viale Matteotti 14
9 Luglio 2023/da user-pannunzio
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