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Avendo in mano un volume che raccoglie, come questo, tutta la poesia di un autore o almeno una scelta accurata, si può andare con acribia alla ricerca di un percorso, annotando tracce di evoluzione, sviluppo e perfino contraddizioni; o, al contrario, si può raccogliere in una sorta di massimo comun denominatore la nota essenziale della voce e dello stile, l’alone tematico diciamo – e forse così abbandonarsi al vero piacere delle lettura. Questo avviene per un poeta come Loris Maria Marchetti, originalissimo nell’impostare fin dagli esordi (già misurati, già maturi) una poetica di aurea mediocritas (ma si intenda il termine in senso esclusivamente elogiativo!) che può davvero rinfrancare e riavvicinare alle ragioni della poesia chi è oppresso da un lato da sperimentalismi e oscurità gratuite, dall’altro da minimalismi insipidi e becera spettacolarizzazione di un’arte che è fatta invece di precisione e misura, sia di sguardo che di stile. E allora questa due doti diventeranno una unica dote che definirei etica: non sprecare vita e non sprecare parole. Parlare della vita – che è poi quello che un lettore si deve attendere da un libro di poesia viva.

Loris è poeta appartato ma certificato fin da subito dall’attenzione di molti critici di valore, che negli anni di una lunga fedeltà alla poesia hanno chiarito i punti essenziali della sua poetica: uno sguardo distaccato, di cui è spia l’ironia di fondo ma che proviene (come mi sembra attestare già la prima raccolta) da un disincanto, da una sorta di disillusione non tanto politica (pensiamo comunque al periodo in cui è maturato l’esordio…) quanto esistenziale: troviamo quasi inaspettatamente la disillusione di un Montale, poeta solo apparentemente distante per la complessità stilistica almeno delle prime raccolte, ma vicino nel cercare il varco, l’anello che non tiene e quindi molto più in sintonia nelle sue ultimissime prove con il Marchetti già degli esordi; la disillusione è però temperata da una dose di ironia, dalla leggerezza nel cogliere gli attimi fuggenti per farli rivivere magari nel ricordo – perché quella di Marchetti è poeta intrisa di ricordi, quasi a suggere a un succo vitale che svanisce. Ed è una poesia di garbata, quasi apparentemente svagata riflessione sul mondo, di chi non si atteggia mai a vate ma sa porci una parola illuminante.

Ecco, questa è una poesia molto più vitalistica di quanto sembri a una prima disattenta lettura, ma sussurrata, sempre in minore, distaccata ma non esterna alla vita; attenta a percepire, cogliere, riordinare sulla pagina in modo trasparente e mai retorico la traccia della vita, con la consapevolezza direi più drammatica che tragica – ma leopardiana – di quanto tutto vada in polvere.

Mauro Ferrari