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Mi ha lasciato molto perplesso l’articolo di Roberto E. Pozzo, pubblicato su ‘Atlantico’ il   22 febbraio u.s. su «Il rischio di semplificare la storia per fini didattici o, peggio ancora, per mera propaganda ideologica». Pozzo, si direbbe a Napoli, è nu brave guaglione, scrive articoli pieni di passione (e talora di indignazione) che, però, non gli hanno assicurato (finora) l’ascesa ai cieli delle star della carta stampata. Ma allora perché occuparsi di lui? Per una ragione, diciamo così, didattica: il suo scritto, infatti, può considerarsi un perfetto idealtypus di un senso comune sempre più diffuso e che rivela la crisi di identità nazionale che da anni caratterizza il nostro paese.  

 Sia la parte ’metodologica’ sia i riferimenti storici al Risorgimento lasciano interdetti quanti ,come me, da una vita si occupano (weberianamente) del ‘metodo delle scienze storico-sociali’ e studiano il Risorgimento e i suoi grandi protagonisti. Scrive Pozzo,–con l’aria di chi vuol farci aprire gli occhi su «la storia che ci hanno raccontato» (ma chi? I cattolici tradizionalisti ancora risentiti per il ‘maltolto’? I gramsciani che continuano a ripetere il mantra della ‘conquista regia’? I postfascisti, che ripudiano il Risorgimento troppo imbevuto di idealità illuministiche e, con Evola, riscoprono il fascino dei grandi imperi tradizionali?)–: «ciò che  la storia dovrebbe insegnare è che le ombre esistono, eccome, proprio perché la natura umana è estremamente sfaccettata e tremendamente soggetta a pressioni, suggestioni, errate valutazioni e contingenze temporanee che possono benissimo ascrivere ad un “buono” atti di autentica ferocia e momenti di profonda umanità ed altruismo anche allo spietato dittatore». Certo, ma non è quello che ci hanno spiegato i grandi storici del Novecento, italiani e stranieri, che spesso, prendendo troppo alla lettera la regola aurea alla base della ricerca sul passato, hanno finito per ignorare  la grande generosa lezione di Benedetto Croce? Lo storico-filosofo napoletano, in quel testo magistrale che è Storiografia e idealità morale (1950), rispondendo a quanti gli rimproverarono di non aver fatto una storia del fascismo, dopo aver confessato che gli riusciva difficile scrivere su un regime che aveva tanto odiato, rispondeva con parole che dovrebbero essere scolpite in tutte le aule scolastiche:« Pure, se a un simile lavoro mi fossi risoluto o se potessi mai risolvermi, si stia tranquilli che non dipingerei mai un quadro tutto in nero, tutto vergogne ed orrori, e poiché la storia è storia di quel che l’uomo ha prodotto di positivo, e non un catalogo di negatività e d’inconcludente pessimismo, toccherei del male solo per accenni necessari al nesso del racconto, e darei risalto al bene che, molto o poco, allora venne al mondo, o alle buone intenzioni e ai tentativi, e altresì renderei aperta giustizia a coloro che si dettero al nuovo regime, mossi non da bassi affetti, ma da sentimenti nobili e generosi, sebbene non sorretti dalla necessaria critica, come accade negli spiriti immaturi e giovanili». La pietas –o meglio l’oggettività–invocata da Croce per il fascismo dovrebbe essere rimossa per la storia del Risorgimento?

Sentenzia Pozzo: «Semplificando le complesse vicende storiche che portarono dai primi moti risorgimentali alla proclamazione del Regno d’Italia, ossia la nostra prima forma di nazione unica ed indivisibile, non potremo capire un accidente di cosa veramente siamo, senza avere prima appreso quanti e perché volessero davvero fare l’Italia, di quali alchimie politiche furono necessarie, e quanto sangue, per costruire la nazione che i nostri giovani credono coesa e desideratissima già dai suoi primordi, ma che non fu assolutamente tale e nemmeno lo è più di tanto adesso, nei fatti». L’articolista, forse, ignora che la grande storiografia italiana si è cimentata soprattutto sui primi stadi dello sviluppo politico che, secondo i political scientist anglosassoni, sono la ‘costruzione dello Stato’ e la ‘costruzione della nazione’ e che, nei loro grandi saggi, misero in luce proprio la complessità del processo unitario, le lacerazioni dei protagonisti, l’estraneità delle campagne, l’ostilità della Chiesa. Chi potrebbe accusare di retorica patriottarda: Gioacchino Volpe, Giovanni Gentile, Gaetano Salvemini, Benedetto Croce, Adolfo Omodeo, Luigi Salvatorelli, Franco Valsecchi, Rosario Romeo, Alfonso Scirocco, Giuseppe Galasso, per limitarci a questi nomi? E nelle facoltà umanistiche chi li studia più? Persino nella città di Giuseppe Mazzini non è più attivo–e da tanti anni–nella vecchia Facoltà di Lettere e Filosofia, il corso di ‘Storia del Risorgimento’ tenuta da una studiosa di elevato livello, come Bianca Montale. Ab uno disce omnes, come dicevano gli antichi.

 Lasciamo stare il riferimento al ben pagato Garibaldi (sappiamo bene che agli eredi lasciò una sontuosa villa con un’immensa tenuta in un’isola ben più ubertosa di Ischia..) ma a quale «narrazione semplificata della “storia a fumetti”» si riferisce Pozzo quando, demolendo mitologie tenaci (ma condivise da chi?) ,ironizza su quanti (ancora una volta, fuori i nomi) vogliono farci credere  che «Re Vittorio Emanuele II, Mazzini, Cavour e lo stesso Garibaldi fossero fraterni amici accomunati dalla medesima visione salvifica dell’Italia Unita»?  «Chiunque approfondisca un po’ quelle vicende, scoprirà con stupore che il “Re Galantuomo” detestava apertamente Cavour e che tra Garibaldi e Mazzini vi furono anche insulti pesantissimi, anni di rifiuto di soltanto sentir nominare l’altro e tutta una serie di complicazioni che rendono quelle vicende davvero difficili da capire e studiare a fondo». «Ma guarda quante cose ci erano state nascoste!» potrebbe pensare il lettore confortato ora dal fatto che  per fortuna siamo in grado di ristabilire la verità storica. Forse va ricordato che il giovane collaboratore di ‘Atlantico’ però è in ‘buona compagnia’: basta andare a Napoli e guardare nella centralissima edicola tra Piazza Trento e Trieste e Piazza Plebiscito i libri in mostra: tutti sulla colonizzazione del Sud e sui ‘panni sporchi’ dei garibaldini!

«Ma –prosegue Pozzo in un crescendo rossiniano– il risultato unitario del 1861 fu certamente un compromesso, nemmeno completamente accettato (altro che entusiasmo!) e sicuramente non gradito a circa la metà della popolazione della nostra Penisola. Non è tollerabile semplificare la storia, per fini didattici, o, peggio ancora, per propaganda. Siamo talmente bombardati dalla visione edulcorata della nostra assai articolata evoluzione storica (del tutto ignorata da almeno il 90 per cento di noi, e questo è persino un record mondiale) e talmente avvezzi agli slogan, alle citazioni “a capocchia”, che di storia patria ne sappiamo così poco da poter addirittura divertirci a chiedere ai ragazzi, ma non solo a loro, chi sia l’autore di certe frasi che sembrano inventate da chissà chi, in tempi recenti». In realtà, «la metà della popolazione della nostra Penisola» fu non ostile ma indifferente a quell’unificazione politica della penisola, auspicata da secoli, basti ricordare la passione politica di Nicolò Machiavelli. In ogni periodo storico, sono le classi sociali, politicamente rilevanti, a scrivere la storia e nell’età del Risorgimento italiano un ruolo decisivo su svolto dalla ‘borghesia colta’. Quest’ultima nel Sud fu così sabauda e unitaria da opporsi, nei suoi esponenti di maggior prestigio, ad ogni ipotesi federalista e cattaneana. Del resto, se il Regno delle Due Sicilie fosse stato quello che dipinge il nostalgismo neoborbonico, avremmo avuto una grande letteratura del rimpianto, come quella che si ebbe in Francia da Balzac a Maurras: da noi non se ne vide neppure l’ombra!

Siamo davvero «bombardati dalla visione edulcorata della nostra assai articolata evoluzione storica?».Una volta, la Rai trasmetteva sceneggiati sull’800, su Cavour, sulle Cinque Giornate, persino sulla fedeltà al Borbone (v. il bel romanzo del nostalgico Carlo Alianello, L’Alfiere). Oggi a raccontarci la storia del Risorgimento sono i film di Mario Martone– Noi credevamo (2010)–e tutta la serie di opere  che della ‘demistificazione’ auspicata da Pozzo hanno fatto un genere cinematografico specifico–esemplare, soprattutto,   Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato (1972) di Florestano Vancini.

 Non vorrei essere frainteso. Non contesto il diritto a far del ‘revisionismo storiografico’ sul Risorgimento  (la storia è sempre per sua natura ‘revisionista’ altrimenti non si scriverebbero più libri): contesto, invece, la messa sotto accusa dei nostri grandi maîtres-à-penser, che i dissidi tra Cavour, Mazzini, Garibaldi, Vittorio Emanuele II hanno raccontato (e spiegato) fin troppo, e peggio ancora le fake news sul bombardamento retorico risorgimentale al quale saremmo sottoposti: ma da chi? E come? E quando?

 Un ultimo rilievo. Ogni stato moderno che si rispetti ha i suoi ‘miti di fondazione’ :la Francia non meno dell’Inghilterra, la Germania non meno degli Stati Uniti, la Russia non meno della Spagna. Legioni di storici hanno mostrato che la Bastiglia conteneva ben pochi ospiti e hanno ricordato che il suo direttore fu orrendamente massacrato dalla folla inferocita. Hanno fatto il loro mestiere ma   il 14 luglio continua ad essere, per i cugini d’oltralpe, la più importante festa nazionale. La nazione, diceva il geniale Ernest Renan, è anche capacità di dimenticare. Il legno storto in cui è stato intagliato il genere umano non ci presenta eventi epici che non siano accompagnati da pesanti ombre ma non tocca certo ai miti di fondazione il compito di rievocarle.

 Mettere ossessivamente in luce quel che andò storto nel nostro Risorgimento (e che gli storici hanno raccontano non una ma cento, mille volte) ha davvero senso in un paese così, profondamente dilacerato come il nostro? Serve davvero a farci recuperare un’identità nazionale, fondata su valori comuni? Temo che il tersitismo spirituale, iscritto in certe scoperte dell’acqua calda, sia il sintomo più grave di una crisi che viene da lontano, da quella ‘morte della patria’ su cui ha scritto pagine profonde l’amico e collega, Ernesto Galli della Loggia. Nel mio inguaribile pessimismo, credo che il vaso sia andato in frantumi per sempre ma che sia una cultura politica di centro-destra a calpestare i cocci più grandi ancora visibili, beh questo mi fa capire che anche l’ultima dea ha abbandonato i nostri lidi.

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