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Cibo, robotica e industria, di Elisabetta Cocito

Domani

Come noto, la civiltà delle macchine ha completamente modificato la nostra vita, le nostre modalità di consumo e conseguentemente la struttura del nostro lavoro.

Per secoli i nostri desideri sono stati inibiti, o comunque frenati, sia dalle poche risorse disponibili che dai dettami religiosi, pagani o cristiani: le rinunce nella vita terrena sarebbero state compensate dall’abbondanza nell’altra vita.

Una caratteristica dell’età moderna è sicuramente il capovolgimento di tale principio: la legittimazione del desiderio, del possesso delle cose sono divenute normali ed anzi incentivate. A creare questo mutamento sociale è stato sicuramente lo sviluppo delle macchine in grado di produrre di più rispetto al lavoro prettamente manuale e ripetitivo. La rivoluzione industriale oltre a profonde implicazioni sociali ha comportato anche un problema di sovrapproduzione di merci che dovevano venire smaltite. Ecco quindi nascere la pubblicità ed i primi grandi magazzini mirati ad orientare e a far crescere i consumi; di pari passo nascono le vetrine, ancora oggi attrattive e invitanti e le prime carte di credito negli anni ’50. Nel tempo gli strumenti seduttivi si sono sempre più ampliati fino a diventare invadenti, così come parallelamente, è cambiato in modo radicale il mondo del lavoro.

Come agli albori della società industriale, oggi la società sta attraversando un altro momento di crisi, se non addirittura di mutazione antropologica a causa del continuo aumento delle macchine “intelligenti” sempre più in grado di sostituirsi all’uomo, macchine non assistite in grado di compiere grandi quantità di lavoro e che in prospettiva possono comportare, almeno questo è il timore, una progressiva diminuzione del numero degli occupati.

Per quanto riguarda specificamente il nostro campo di interesse, ovvero il settore legato all’alimentazione e alla ristorazione, si possono citare significativi esempi, alcuni in essere già da alcuni anni e altri di recente introduzione.

Ecco allora apparire nelle catene di fast food il robot capace di preparare centinaia di hamburger nello spazio di un’ora, affettando le verdure ed il pane ed assemblando il tutto.

A Torino ha recentemente destato interesse la creazione di Tipsy, il robot barista in grado di preparare un cocktail dosando alla perfezione gli ingredienti e shakerandoli con maestria. Tipsy ha cominciato il suo lavoro su alcune navi da crociera della Royal Carribean per poi continuare la sua carriera in alcuni bar dei Casinò di Las Vegas. Il costo di Tipsy è per ora elevato ed il numero in attività ancora ridotto, ma tale da aver comunque suscitato le preoccupazioni dei barman dei Casinò che, prevedendone una futura diffusione tale da far temere per il loro posto di lavoro, hanno chiesto maggiori garanzie di tutela al loro datore.

Anche per NIO potrebbe prospettarsi una brillante carriera. NIO è l’acronimo di Need Ice only, e già il suo nome ci racconta qualcosa di sé: si tratta di cocktail monodose di vario tipo (Negroni, vodka sour etc.) in busta cui, appunto, basta aggiungere il ghiaccio per goderseli. NIO è nato da una esigenza di Google di ridurre il personale di servizio necessario per l’organizzazione di un evento mondiale che avrebbe coinvolto moltissime persone e quindi richiesto la disponibilità di prodotti di veloce preparazione. NIO sta suscitando l’interesse delle compagnie di viaggio, dell’hotellerie a grandi numeri, degli organizzatori di matrimoni e feste aziendali per il notevole risparmio in costi del personale, e così si torna al punto dolente. Anche la semplicità di utilizzo non è un elemento da trascurare così come il packaging allettante che sta suscitando l’interesse anche dei singoli privati che possono farsi recapitare a casa confezioni anche di pochi pezzi per soddisfare le esigenze di una serata in compagnia, avendo la certezza di un prodotto che non riserva sorprese e senza correre il rischio di improvvisarsi barman magari con risultati deludenti.

Altri esempi possono essere il portiere robot che ti accoglie alla reception dell’albergo o il cameriere automa che ti serve la pizza.

Al “Gran Caffè” di Rapallo (GE) ho fatto la conoscenza di Xiao Ai, un robot alto un metro e settanta munito di grembiule e bandana colorata al collo, che consegna ai tavoli le ordinazioni fatte dai clienti ad un cameriere “umano”. La comanda pronta viene posta su un vassoio nelle “mani” del robot che, scorrendo su rotaia, la porta al tavolo cui deve essere consegnata e, una volta consumata, ritorna per ritirare il vassoio e ringraziando si congeda. Xiao Ai arriva direttamente dalla Cina e, insieme ad un suo gemello, può servire fino a 60 tavoli. Il titolare del Caffé precisa che al momento i due robot hanno una funzione di semplice intrattenimento e nessun dipendente sarà sostituito dai servizievoli e gentili robot. Per intanto, chissà, potrebbero forse contribuire a sfatare il mito di una certa “ruvidezza” ligure dell’accoglienza.

In una prospettiva ancora più avveniristica la società cinese di e-commerce JD.com ha inaugurato a Tianjin il primo ristorante quasi tutto gestito da robot.  Nei 400 mq del XCafe, che può accogliere 100 coperti, tutti i processi, dalle ordinazioni alla preparazione delle pietanze fino all’impiattamento, sono affidate a intelligenze artificiali. In cucina c’è però ancora un umano ogni cinque robot per evitare intoppi.  

Credo che il nostro Paese avrà un solo modo per difendersi dal depauperamento dei posti di lavoro dovuti all’invadenza dell’automazione, puntando sulla nostra tradizione, sposandola però con l’innovazione, e sulla capacità di unire abilità artigianale e tecnologia. All’estero ci viene sempre riconosciuta l’attenzione alla personalizzazione di un prodotto, di un’attività di qualità e non standardizzata.

Se è pur vero che le tecnologie hanno comportato un aumento delle performance di attività preprogrammate, è la prima volta nella storia che le tecnologie investono, tramite l’Intelligenza Artificiale, un campo immateriale: la mente. Come ci ricorda, però, Roberto Cingolani, fisico, scienziato esperto di nanotecnologie, se al posto di un’intelligenza artificiale si adotta l’intelligenza “naturale” il risultato, nel nostro caso ad esempio nella creazione di un piatto, non sarà mai uguale a se stesso; la nostra intelligenza, caratterizzata da imprevedibilità ed emotività ci renderà sempre diversi dall’AI. Le macchine antropomorfe tenteranno di riprodurre vista, udito, tatto, ma difficilmente riusciranno, almeno per ora, a sostituirsi alla sinergia mente, cuore, corpo che è alla base della creatività.

24 Febbraio 2020/da Redazione
Tags: Cucina, industria, Tecnologia
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