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Nella raccolta di scritti e racconti Rami secchi ( 1989 ), Mario Soldati ( Torino 1906 – Tellaro 1999 ) immagina che nell’anno 1801, dopo il trattato di Campoformio, mentre l’astronomo Giuseppe Piazzi della Valtellina scopriva il primo pianetino di mille chilometri di diametro, chiamato Cerere, da Alfa Centauri altri astronomi extraterrestri fossero in grado di vedere la Terra con un telescopio “ormai sofisticatissimo”, molto meglio di come il Piazzi con il suo “giocattolo” vedesse Cerere, di tanto più vicina alla Terra che non questa alla galassia.

Il gioco permette al Soldati di chiedersi: “Che cosa dunque vide, poté vedere quel formidabile astronomo ?” – “Creature in grande ritardo sui tempi dell’evoluzione, e così li catalogarono chiamandoli murméikon, che in greco significa appunto ‘piccolissime formiche’”  ( il racconto-saggio è dedicato “All’ Amico Mario Battegazzone”, grecista ). – “Chiaro: in principio ci avevano scambiato per formiche; poi, vedendo automobili e camion, per scarafaggi di varie dimensioni; infine, vedendo aerei, per scarabei. Non basta. Secondo successive comunicazioni astroelettroniche dell’Alfa Centauri pare che, a partire dal 1960 in poi, le dimensioni, la velocità, soprattutto il numero dei murméikon continui a evolvere, a moltiplicarsi e a occupare gradatamente, inesorabilmente, spaventosamente, un sempre maggiore spazio sulla superficie del pianeta Terra. La rapidità dell’evoluzione aumenta. Si prevede un cataclisma, un’apocalisse totale, che prestò invaderà l’intero globo. I Murméikon si distruggeranno a vicenda e la Terra stessa tra un paio di secoli non avrà più abitanti, ogni fenomeno di vita scomparirà dalla sua superficie”.

Soldati si pone nel solco del problema del “male di vivere” montaliano ( 1922 ), che – allargando lo sguardo – va dalla conclusione della Coscienza di Zeno di Italo Svevo  ( 1923: “Ci sarà una esplosione enorme” ) al “tuono assordante della fine del mondo” in cui si perde il grido de “Il lebbroso della città di Aosta” ne La torre di Gustaw Herling ( 1961 ), per recuperare “Il bene sia con voi!” di Vasilj Grossman ( 1955 ) ed arrivare all’ ‘Inferno che tutti noi formiamo stando insieme’ nella “Andria” di Italo Calvino delle Città invisibili ( 1972 ): sì che la critica italianistica ha potuto avvertire, con tratti joyciani, Tutto il creato finisce in un libro, nella recensione di Michele Dell’Aquila ( “La Gazzetta del Mezzogiorno”, del 21 dicembre 1989 ), unita all’ ammirazione di altri lettori  ( Geno Pampaloni, Enzo Siciliano ).

Alla fine, divagando piacevolmente sulle vacanze trascorse a Fiascherino, in Liguria, con il generale e amico scozzere Archibald Colquhoun ( da leggersi: “Co.un” ), che aveva preso parte alla Resistenza, quindi gran traduttore in inglese e diffusore nel mondo dei Promessi Sposi, Soldati viene concludendo.Teilhard de Chardin definì quest’epoca ‘la grande ondata di un mare sconosciuto in cui stiamo appena entrando, appena doppiando il capo che ci riparava’. E Lawrence, se assieme a me avesse assistito fino dal primo giorno a tutto ciò che si costruiva qui, avrebbe detto, con Henry Breuil, che non dobbiamo assolutamente spaventarci: ‘per il momento noi abbiamo soltanto finito di mollare gli ultimi ormeggi che ci trattenevano ancora nella civiltà del neolitico’. Sì, viviamo, ormai, nell’epoca dell’atomo, del nucleare, delle grandi collettività, dell’informazione universale. Ma sbaglieremmo se, affascinati dalle immagini di Breuil e di Teilhard, credessimo alla priorità di questo ‘distacco’. Al contrario. L’ultima guerra ci ha dimostrato che l’evoluzione non è un progresso assoluto anzi comporta un pericolo, ogni volta che cediamo a una qualsiasi ideologia come a un dogma: il pericolo di precipitare in atrocità, ferocità, follie che non accaddero neanche nella preistoria. La verità è questa: che si progredisce davvero soltanto se conserviamo o almeno cerchiamo di conservare tutto quanto era buono e bello nel passato” ( cfr. Romanzi brevi e racconti, a cura di Bruno Falcetto, Mondadori, Milano 2009, pp. 1536-1548 ).

L’abisso, la catastrofe, la junghiana “enantiodromia” che etimologicamente e logicamente vale “la corsa a precipizio tra i contrari e nei contrari” ( dal greco *enantio-dromìa ), incombono ognora sull’umanità ferita, come nelle ricorrenti crisi fondamentalistiche, terroristiche, ecologiche, endemiche o pandemiche. E’ questo il banco di prova presente per I conti con il male ( Laterza, Bari 2015 ).

Da parte sua, Mario Soldati dichiara che è stato il “1929”, l’anno di “svolta” della propria carriera letteraria e missione civile: l’anno del Concordato tra la Santa Sede e il Regime fascistico, che gli fece temere di avere per lungo tempo davanti a sé poche vie di uscita, tra cui restava presidio di libertà specialmente la letteratura, onorata proprio quell’anno dalla pubblicazione degli Indifferenti di Alberto Moravia: libro che Soldati porterà in America di lì a breve con pochi altri ritenuti essenziali ( “Dante, l’Ariosto, il Tasso, Leopardi, tutta la Recherche, Manzoni e Moravia”), e in cui noterà acutamente i prestiti manzoniani, se pur “malcelati” e come “capovolti” in sede critica e per disposizione esistenziale.

 “Addio strade, quartiere deserto percorso dalla pioggia come da un esercito, ville addormentate nei loro giardini umidi, lunghi viali alberati, e parchi in tumulto; addio quartiere alto e ricco: immobile al suo posto al fianco di Leo, Carla guardava con stupore la pioggia violenta lacrimare sul parabrise e in questi fiotti intermittenti colar disciolte sul vetro tutte le luci della città, girandole e fanali. Le strade si seguivano alle strade…” ( Moravia ). – “Addio monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime ineguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendio, come branchi di pecore pascenti; addio !” ( Manzoni ). Il raffronto è istituito da Soldati ne Il successo, dai Rami secchi, anche se non esteso all’altro brano “Le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade pare che gli tolgano il respiro..” ( Romanzi brevi e racconti, cit., pp. 1525-1535 ) . 

Effettivamente, il problema della Provvidenza cristiana e della grazia ritornava in Soldati ( e in Bassani ), a proposito di Manzoni, quando scoppiò – nel 1950 – una polemica sul “male” nella letteratura tra la scrittrice Barbara Allason e il cattolico Antonio Petrucci, severo censore nel “Popolo”del 29 marzo, dell’articolo della giornalista, Cattolici cattivi, apparso sul “Mondo” di Mario Pannunzio il 22 marzo 1950. Tutto ciò riportava al Manzoni e al progetto di una rinnovata traduzione cinematografica del gran libro, dopo quella ormai datata di Mario Camerini del 1940, progetto in cui il Bassani fu coinvolto dalla Editrice “Lux”, con un “esperimento” che non andò a buon fine, proprio per le ragioni profonde di dissenso nella interpretazione della “risposta al male” nella storia.

Bisogna ricordare che nel 1950 viveva ancora il Croce, il quale inviava al Pannunzio le ultime sue schede a proposito della vitalità e delle origini della dialettica, su liberismo e liberalismo, sulle sorti del Partito Liberale e le posizioni dell’ on. Villabruna e altro ancora: Croce che aveva scritto Tornando sul Manzoni, per mitigare la propria ripresa del celebre giudizio di Giovita Scalvini ( 1791-1843 ), secondo cui nei Promessi Sposi non ci si sente “spaziare liberi per entro la gran varietà del mondo morale”, e spesso si avverte di essere non “sotto la gran volta del firmamento, che copre tutte le multiformi esistenze” bensì sotto quella del “tempio che copre i fedeli e l’altare”.

 ( Poesia e non poesia,  Bari 1964, pp. 145 sgg. ).

Qualche anno più tardi, dopo la netta denigrazione esternata da Alberto Moravia presentando l’edizione einaudiana de I Promessi Sposi ( come se i personaggi manzoniani fossero manovrati a guisa di marionette dall’autore: 1960 ), due articoli ‘memorabili’ di Guido Piovene ( Capire Manzoni, sulla “Stampa” del 2 settembre 1973 ) e dello stesso Pampaloni ( Il color Manzoni. A cento anni dalla morte, “Il Mondo”, Nuova Serie, 22 novembre 1973 ) torneranno sulla complessità del problema del “male” in Manzoni, a proposito del travaglio della coscienza morale e del “rovescio aspro” che si avverte “sotto la superficie morbida” dell’opera manzoniana. In particolare, il Pampaloni inserirà nel suo saggio anche uno schizzo di storia della critica: “Infine nel nostro secolo l’abbaglio del Croce e dei suoi ripetitori fu fuorviante, centrando il dibattito sul dilemma: poesia oppure oratoria”. Ma Croce scrisse anche: “Sembra che nel Manzoni all’anima di un Bossuet o di un Bourdaloue, dei grandi scrittori cristiani francesi del secolo decimosettimo, s’abbracci quella di un La Rochefoucauld anzi di un Voltaire”. Dove, a ben guardare, l’accento batte solo formalmente sul secondo nome, che è in realtà il più noto termine, e compimento, di una prospettiva storica sinteticamente ma acutamente inaugurata con la menzione proprio del La Rochefoucauld, che è – infatti – dei moralisti francesi che scoversero e presentirono l’utile, il nesso di vizi e virtù e, particolarmente, la “gioia del male” ( Croce, Filosofia della pratica, Bari 1909, pp. 201 e 285; Etica e politica, Bari 1956, pp. 87-93 ). Ed è questo, appunto, il “rovescio aspro” di cui toccano i più scaltriti lettori del Novecento, o, per stare ad altri termini delle loro analisi, lo “scambio di segnali” per cui il Manzoni svela di non amare tutti i suoi personaggi ed “eroi positivi”, e scopre perfino nel cardinal Federigo, chiudendo la profluvie di elogi, una maligna pecca ( credere nelle streghe e perciò volerle buciare, come indicano le parole sibilline e tremende “sostenne in pratica” e “con lunga costanza” ).

Non è, forse, la “gioia del male” quello che “stava sotto” nella narrazione del romanzo, e che poi “irrompe alla luce” nella Storia della colonna infame, dove si condannano “i giudici che credettero agli untori e li mandarono al supplizio” e, in questa scoperta, si viene esprimendo, come sottolineerà  Leonardo Sciascia, “uno scoraggimento, una specie di disperazione” ?

Ora, per tornare al contributo del Soldati e di Bassani sul tema della “lotta contro i démoni”, la questione riguardava non solo Manzoni ma anche i cosiddetti scrittori “cattolici”, che dominavano il campo europeo delle lettere: George Bernanos e François Mauriac ( Nido di vipere ) in Francia; Graham Greene e Chesterton in Inghilterra; e Julien Green, inglese trapiantato a Parigi. La Allason aveva denunciato il torbido sensualismo, decadentismo e misticismo del male tutto spiegato e vincente, che si individuava in codesti romanzieri e narratori, ritrovando in ciò una incongruenza rispetto alle pretese loro ascrizioni al “cattolicesimo”sulle tracce di riferimenti a San Bernardo e alle Scritture. Il suo critico Petrucci la attaccò, allora, duramente per “anticattolicità”, dovuta alla temerarietà della riserva etico-estetica espressa dalla Allason nei confronti degli scrittori detti ‘cattolici’. La polemica diede lo spunto al Soldati e al Bassani ( Bologna 1916 – Roma 2000 ), amici presenti e futuri di sceneggiature cinematografiche e frequentazioni letterarie, per intervenire con una lettera a Mario Pannunzio sul “Mondo” ( a. II, 16, 22 aprile 1950 !), Cattolici cattivi, che rimetteva le cose a posto, costituendo il primo contributo concesso dal Soldati al glorioso settimanale pannunziano ( poi in Seconda Appendice al volume di Giorgio Bassani. Un esperimento, Sellerio, Palermo 2007, pp. 133-136, a cura e con Nota di S. S. Nigro. Cfr. anche Carla Sodini, Mario Soldati e ‘Il Mondo’, in “pannunzio magazine”, Torino, 25 gennaio 2020  ).

 E’ notevole che la ‘difesa’ della Barbara Allason, prodotta da Mario Soldati e Giorgio Bassani, approdi a una conclusione liberale di vasto respiroe ancora attuale: “Fra la rassegnazione pessimistica di certi cattolici, e l’ottimismo utopistico dei comunisti c’è, per gli uomini liberi, per gli uomini di buona fede, un’infinità di cose da fare. Che dire dei ‘cattivi cattolici’ ( scrittori e politici ) se non che il loro atteggiamento è soltanto un segno della loro cattiva volontà ? Su questo punto la nostra morale laica concorda con quella  della signora Allason e dei Santi Padri, con quella cioè del cattolicesimo tradizionale. E se i rappresentanti ufficiali del cattolicesimo tradizionale evitano, come il Petrucci, di distinguere, ciò significa semplicemente che anch’essi sono bacati”.

Quel che può forse resultare di maggior giovamento nella risposta ai mali è il punto precedente rilevato da Soldati e Bassani, il richiamo – cioè – a quel che pochi anni dopo il Grossman dirà la piccola “fenditura del bene”, e io definirei dei “Limiti alla bestia”, richiamo che appare del tutto assente nello sguardo dei “cattivi cattolici”. “Di fronte allo sfacelo della società e della cultura contemporanea, che cosa affermano questi scrittori ? Offrono forse un primo rimedio alla piaga ? Muovono almeno il primo passo sulla strada della verità ? Nella carne, nel vizio, nelle brutture che avidamente e morbidamente frugano, vanno forse spiando un germe di bene ? Parlano mai della volontà, della buona volontà ? No. Si limitano a scoprire la piaga, e a vagheggiare nell’intimo della coscienza un traguardo ineffabile: la Grazia ! Come se, per ottenere la Grazia, nulla valessero gli sforzi, le opere, gli atti grandi, piccoli e piccolissimi di buona volontà. Conclusione: visto che la salvezza non dipende da noi, tanto vale continuare nel male. La conclusione dei Promessi Sposi, che tuttavia parte da una premessa non troppo lontana, è però completamente opposta: tanto vale perseverare nel bene !”

Perciò, contro la “direzion dell’intenzione”, teorizzata dai Gesuiti e criticata in particolare dal Croce, come la vera attuazione-predicazione del malamente addebitato a Machiavelli “Fine che giustifica i mezzi”, vale una volta di più la morale del “perfezionamento” che si legge nella epigrafe del Manzoni, ricordata dal Colquhoun e dal Soldati:”Ogni finzione che mostra l’uomo in riposo morale è dissimile dal vero”. ( I Promessi Sposi. Un esperimento, cit.,p. 141, nel ricordo dell’amico e  combattente per libertà, Archibald Colquhoun, del 31 marzo 1964 ).

 Se l’arte è “sacra”, il paesaggio è “sacro” e la stessa poesia è “sacra”, per gli eredi della tradizione umanistica e storicistica, questo lascito è da riconquistarsi ogni giorno, mai crogiolando “in riposo morale” e senza concessioni o deleghe alla “spartizione tra i partiti del potere e dello spazio politico”, esiziale per le generazioni avvenire ( Giorgio Bassani ad Alfredo Todisco, il 7 ottobre 1974: v. Romanzi brevi e racconti di Mario Soldati, cit., pp. 1549-1563: – Ho rifuso, nel testo, la nota Croce e Manzoni, già pubblicata sul “Mondo”, N. S., del 13 dicembre 1972, p. 18, poi ampliata nella “Rivista di studi crociani”, XI, 1974/4, pp. 489-490 e in Questioni dello storicismo. II. Il tempo e le forme, Galatina 1981, pp. 251-254 ). La letteratura e l’arte sono risorsa morale, di “perfezionamento” morale, perché postulano la “eterna vigilanza”, perché mostrano l’uomo in tensione creativa verso il bene, ogni guisa o modificazione della mente, intuizione estetica in specie.