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L’intemperanza stilistica, vale a dire il corrispettivo letterario del lasciarsi andare schiacciando sempre più sull’acceleratore, a costo di tagliare qualche curva e finire fuori strada, è un fenomeno ricorrente. Per limitarmi ai secoli a noi più vicini, osserverei che esso ha dapprima coinvolto la narrativa (basti pensare al magma dei romanzi d’appendice ottocenteschi) per poi interessare, nel corso del Novecento, anche la poesia. Chiunque abbia letto Allen Ginsberg e Charles Bukowski capirà al volo ciò a cui mi riferisco, senza bisogno di dotte spiegazioni. Ebbene, passing the time, anche Gabriele Scarpelli si iscrive in questo torrenziale albo degli intemperanti. E lo fa con grande energia, con una foga e una franchezza che inducono il lettore a non guardare troppo per il sottile e a gustarsi la cronaca trasfigurata delle sue vicissitudini. I trambusti, le «rabbie e rassegnazioni», per dirla con Cioran, che vengono evocate in un libro come Sì, ma nella vita cosa fai? (Tipografia Salassa 2020) riescono a sprigionare più di una volta scintille di poesia autentica, specie negli incipit, dove l’insoddisfazione verso il mondo e le sue trappole si cristallizza e il flusso verbale prende la rincorsa, sferragliando senza mai tirare il fiato. Siamo davanti a una poesia dell’esistenza, soprattutto nei suoi lati oscuri, ma non a una poesia tragica, poiché sarebbe in tal caso necessario un elemento che qui manca: la condanna di se stessi. L’edonista Scarpelli ha tuttavia sufficiente materia da trattare nell’ambito di quella insoddisfazione in cui si dibatte e in cui la donna e le relative dinamiche amorose occupano una parte cospicua, intrisa a dovere da un esibito cinismo, frutto ingrato dell’esperienza. Dopo l’Arte per l’Arte è venuto il tempo – da molto tempo – di un’arte senza briglie e senza staffe, che rifugge da qualunque forma di contemplazione, da ogni sosta riflessiva. È una giostra che avvolge il vuoto dell’anima e ce lo restituisce in versi come questi: «Se ti soffermi a pensare / poi non la smetti più; / se ti soffermi a pensare, / poi ti fai male,/ molto male; / se ti soffermi a pensare / poi si farà tardi, / molto tardi; […] / se ti soffermi a pensare / poi ti chiederanno cos’hai / e tu dovrai rispondere “niente”; / se ti soffermi a pensare / poi rimani da solo, / solo per davvero». Raggelato ogni dolore, segregata ogni speranza, il vaso di Pandora della poesia di Scarpelli reclama il diritto a non svelare il suo segreto.