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  L’articolo dell’amico Pierfranco Quaglieni comparso sabato 20 febbraio sulle colonne di questo giornale, se, da un lato, offre una lucida – per quanto poco confortante – disamina della situazione politica attuale, dall’altro solleva problemi di non trascurabile entità. Perfettamente condivisibile, nella sua impietosità, è l’analisi dell’attuale “stato di salute” delle forze politiche del nostro Paese: da un Movimento 5Stelle a rischio di implosione per le sempre più evidenti divisioni interne, a un Partito Democratico che sembra ormai un soggetto senz’anima, senza identità e senza direzione, a una coalizione di Centro-Destra che, pur avendo certamente in questo momento i numeri per vincere le elezioni, nondimeno si rivela anch’essa divisa e poco omogenea, come anche sembra testimoniare il diverso atteggiamento assunto da Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia nei confronti del governo Draghi. Prendendo le mosse da questa disamina, Quaglieni auspica un “rimescolamento” che, in vista delle prossime elezioni, produca nuovi schieramenti nati dalla scomposizione di quelli vecchi, e, in particolare, “la nascita di uno schieramento liberale, moderato e riformatore, l’unico che storicamente si è rivelato capace di governare l’Italia dal Risorgimento in poi.” Se i nomi di Cavour e Giolitti possono sembrare lontani nel tempo, quelli di De Gasperi, La Malfa, Spadolini e Malagodi lo sono assai di meno. Sulla necessità di un radicale riassetto degli schieramenti politici, credo ci siano pochi dubbi: quanto alla nascita – o alla rinascita – di uno schieramento liberale, moderato e riformatore, mi sa che l’amico Quaglieni non sia l’unico ad auspicarla. Proprio qui, però, si annida il problema. L’area in cui dovrebbe nascere – o rinascere -questo soggetto politico – quella di centro – è attualmente occupata da una serie di piccoli partiti – “Italia Viva”, “Azione”, “+Europa” – che, presi singolarmente, non sembrano vantare grandi numeri, come anche paiono rivelare i deludenti risultati delle ultime Elezioni regionali del 2020, che, nel caso di “+Europa”, si sommano a quello delle Elezioni politiche del 2018, in cui ottenne appena il 2,6% dei voti.  È chiaro, però, che la nascita del polo “liberale, moderato e riformatore” auspicata dall’amico Quaglieni presuppone che questi partiti non solo si coalizzino, come hanno fatto in occasione di varie consultazioni del 2020, ma si fondano in un unico soggetto politico, dotato di un programma comune e capace di aggregare a sé, unificandole, altre forze dell’area moderata, a partire dall’UDC fino – perché no? – alle correnti centriste dello stesso Partito Democratico e di Forza Italia. Come favorire questo processo di fusione? A proposito di “Italia Viva”, “Azione” e “+Europa”, temo fortemente che siano divisi da incompatibilità personali tra leader più che da divergenze di vedute – e qui molto ci sarebbe da dire sull’eccessiva “personalizzazione” della politica, lascito non positivo dell’era Berlusconi –, oppure che ragionino ancora secondo la logica per cui: “Uniti, prenderemmo meno voti che da divisi.” È una logica deprecabile, che nel nostro più recente passato ha prodotto disgregazione e dispersione del voto, e che soprattutto condannerebbe tutti questi partiti alla marginalità: attenendosi ad essa, potranno diventare tutt’al più “spalla” – o “stampella” – di altre forze di governo, ma mai forza di governo autonoma e capace di assumere la guida del Paese; la stessa fine li attende se i loro leaders non si dimostreranno capaci di guardare innanzitutto a idee e programmi, mettendo da parte le ambizioni personali e le personali antipatie o incompatibilità. Al di là di tutto, è però questo il momento dell’iniziativa politica. Se “rimescolamento” dev’esserci, ora ci si deve muovere per porlo in essere e per far nascere nuovi soggetti politici, tra cui quello che tanto a cuore sta all’amico Quaglieni e a me. Di qui alle prossime elezioni mancano due anni: possono esser tanti, possono esser pochi. Il tempo c’è, ma scorre, e sappiamo bene quanto siano fragili ed effimere le alleanze e le fusioni che nascono nell’imminenza delle elezioni e unicamente in vista di esse. Invece, non vedo muoversi nulla, e – con non poca preoccupazione – mi chiedo: “Che fare?” Un’ultima osservazione: l’amico Quaglieni auspica anche un recupero del rapporto tra cultura e politica, o, meglio, tra intellettuali e politici, e ne intravvede i segni nell’avvento del Governo Draghi, i cui “professori” gli sembrano diversi da quelli del Governo Monti. Come non condividere il suo auspicio? Tuttavia, non bisogna dimenticare che troppo spesso i veri intellettuali sono risultati invisi ai politici proprio per il motivo per cui avrebbero dovuto essere ascoltati, ossia perché non hanno mai sacrificato il loro cervello sull’altare delle “Direttive di Partito o di Governo” (qualcuno ricorda ancora la polemica fra Togliatti e Vittorini?), e soprattutto che, parafrasando Felice Balbo di Vinadio, agli intellettuali i politici debbono chiedere di guardare lontano per orientare la rotta della nave dello Stato e impedire che finisca sugli scogli, non di dare una mano a disincagliarla una volta che ci è finita.