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Molti , al giorno d’oggi, i temi sui quali c’è da perdersi tra blabla, strumentalizzazioni, linguaggio improprio, fanatismi, finti fanatismi, luoghi comuni. Razza e razzismo li metterei in cima alla lista: parliamone?  Un esordio possibile è “c’era una volta la razza, poi l’hanno abolita”, che però richiede di precisare: l’abolizione deve ovviamente intendersi come limitata alle razze umane  (nessuno contesterebbero che esistono la chianina e la maremmana). E tuttavia non mancano indizi che istillano dei dubbi. Per esempio, dell’abolizione nessuno deve avere messo al corrente i produttori di farmaci ed i laboratori di analisi. Personalmente consumo un farmaco classificato come “antagonista del recettore dell’angiotensina”, del quale il bugiardino porta scritto “Alcuni pazienti di colore possono avere una risposta ridotta a questo tipo di farmaco” e “possono richiedere una dose più  elevata”. Non si vede perché quel paziente non possa avere anche altri recettori similmente portatori di differenza. Cito dal bugiardino di un altro dei miei farmaci: “alcuni pazienti di razza nera possono rispondere a questo medicinale in maniera ridotta e possono avere bisogno di una dose più alta”. Vero, ma politicamente scorretto.  Assai meglio il referto del mio esame del sangue. Spiega che un certo dato non è applicabile per le “etnie orientali”, mentre “per etnie afro-americane” il valore va moltiplicato per 1,21.  Ecco, questo è politicamente corretto: comico,  ma corretto; e risultato raggiunto. Nei referti di analisi, in effetti, non è infrequente trovare notazioni tipo “i valori di riferimento possono variare con  l’età, il sesso e la razza”.

I biologi invece, non si sognerebbero di scrivere che la risposta ad un farmaco varia “con l’etnia”. E’ “etnia” la parola che si usa più spesso quando si vuole pudicamente evitare la parola “razza”. Zoologi e primatologi un termine se la sono dato, ed è “sottospecie”, ma usare “sottospecie” per gli umani sarebbe imbarazzante, e infatti il termine è esplicitamente rifiutato dai manuali. I quali scrivono che Homo sapiens è una specie “senza sottospecie”.

Già, Homo sapiens è una specie e, di più, appartiene ad una famiglia, ciò che, come dice Yuvah N. Harari, è stato per secoli un segreto ben custodito. Ma questo è un altro discorso.

Allora, quale è la posizione tassonomica di quel gruppo di “neri” del quale parla il mio bugiardino, accomunati da alcuni caratteri trasmissibili alla discendenza, tra i quali il diverso “recettore dell’angiotensina”?  La mia risposta (con questo arrivo al punto più importante) è: non lo so, e non me ne importa. Esiste un gruppo di persone che hanno in comune dei caratteri  riconoscibili nel fenotipo. Di questo gruppo che non so come chiamare  l’unica cosa che mi interessa è la “Cultura”, col che sono arrivato alla parola chiave. Cultura. Che mi serve da introduzione alla seconda parte di questo mio discorso: da “razza” a “razzismo”.

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Hitler odiava gli ebrei e li considerava una razza inferiore. Io, in base soprattutto a certe considerazioni storiche, considero gli ebrei un gruppo – in questo momento non mi viene un’altra parola – superiore. Razzista lui e razzista io, secondo un certo, moderno modo di vedere. Inutile dunque il mio debole tentativo di nascondermi dietro la terminologia? Siamo, Hitler ed io, da censurare ugualmente? Spenderò il resto dell’articolo per argomentare che non è così.

Quando, sessanta anni fa, i piemontesi scrivevano “non si affitta a meridionali” quella che rifiutavano non era una razza, era una cultura, nella fattispecie una cultura che a loro dispiaceva in quanto portatrice di un costume che a loro dispiaceva. Il piemontese di quell’epoca non buttava cartacce per terra, rispettava le regole, non parcheggiava (neanche “sostava”!) in via Roma, parlava con volume di voce moderato e andava in ufficio alle 8: tutto un costume che non riconosceva al meridionale. Oggi io, se devo ospitare un giapponese oppure un pakistano, scelgo il giapponese perché la cultura del pakistano ha aspetti che rifiuto. Che cosa c’entra tutto questo col razzismo?

Gente che privilegia la sua “razza” (nel senso antico della parola) ne conosco pochissima, mentre ne conosco molta che ama e privilegia la sua “cultura”. Una volta in tram mi è occorso di vedere un giovane che leggeva un libro, cosa ormai di per sé insolita. Il giovane, di aspetto medio-orientale – palesemente un immigrato – stava leggendo Italo Svevo! Confesso che il cuore mi si è riempito di gioia e speranza, e non sto a spiegare perché. Razzista? No: amo la mia cultura e spero che sopravviva. Léopold Senghor, poeta senegalese e grande leader politico, fu il vate della “Négritude”, e cioè di un’idea con la quale rivendicava l’identità della sua gente. Forse il suo era il vero antirazzismo. Certo non pensava che i benpensanti avrebbero trasformato “negro” in un termine impronunciabile. Tra il poeta e i benpensanti, faccio il tifo per il poeta.

Le cose sarebbe più semplici se gli uomini tutti fossero dello stesso colore, ma così non è. E allora, ecco la caccia al sinonimo “gradevole”, che soddisfi l’ansia di uguaglianza, tipica della moderna società occidentale. La quale, come constatiamo giornalmente, tra Rousseau e Hobbes ha scelto Rousseau. Di solito, come già accennai, il termine prescelto è “etnia” che ovviamente vuol dire tutt’altro e può produrre risultati addirittura comici (cf. il caso del mio referto).

Sul termine “razzismo” una notazione importante è che non esisteva prima del 900, come trovo testimoniato, ad esempio, dal più vecchio dei miei vocabolari, quello di Antonio Sergent (1873), dove la parola non esiste. Un buon esercizio è chiedersi perché non esisteva: a me sembra evidente che la  parola non esisteva perché la cosa era data per scontata. C’era invece, a quel tempo, un generale consenso sulla “missione civilizzatrice dell’uomo bianco”. Oggi quell’idea è derisa, ma proviamo a riformularla con cura di concretezza. Via la “missione civilizzatrice”, via anche il colore bianco, approderemo a qualcosa di questo tipo: “in quello che una volta chiamavamo terzo mondo, l’uomo occidentale ha portato la modernità, comprensiva dei suoi aspetti demoniaci”. A me, dopo lunga frequentazione dell’ex Terzo Mondo, sembra che questa formulazione sia difficilmente contestabile. Ma oggi, quella modernità (che comprende il benessere) non basta. Noi occidentali ne abbiamo di più. E quella modernità è ciò che cercano milioni di [candidati] migranti i quali, a differenza di ciò che detta la vulgata,  non sono certo i “disperati”, che di quella modernità hanno sentore vago ed esperienza non necessariamente positiva.  Sono piuttosto quelli ai quali la modernità ha fornito i mezzi per conoscere la modernità: quelli che ora ne vogliono di più  E’questo un punto importante e generalmente ignorato: troppo bella ed efficace l’immagine del “disperato”. I Francesi li chiamano “migranti culturali”, ma ora stentano a difendere la posizione ed il termine. Stenta anche Macron.

Il tempo del dizionario di Sergent era di massima fioritura del positivismo: la modernità era vista come progresso. Ecco allora perché il razzismo era dato per scontato: la parola chiave è progresso. Certi gruppi umani erano meno progrediti, e per questo considerati inferiori. In realtà, come da Princeton ci segnala il letterato Avram Alpert,  già Rousseau e  Hegel erano razzisti (bella scoperta), in quanto consideravano che la colonizzazione europea avrebbe tolto i selvaggi dal loro stato di selvaggi.

Quello del progresso, naturalmente, è un punto su cui si può discutere, quanto si vuole. I pastori somali mangiavano unicamente latte di cammella. Dagli italiani hanno imparato a mangiare anche spaghetti. E’ questo un progresso?  San Simeone Stilita, che viveva in cima ad una colonna, non era stato toccato dalla piccola modernità del suo tempo, ma forse era un illuminato. Se fosse sceso dalla colonna, che ne sarebbe stato della sua Luce? Il tempo di Antonio Sergent era, sì, quello del positivismo, ma aveva visto anche la polemica leopardiana sulle “magnifiche sorti e progressive”

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E tuttavia quando si parla di razzismo c’è anche un aspetto politico importante. A partire dal’ultimo dopoguerra, i comunisti spinsero il topos dell’antirazzismo per stabilire una gerarchia nella quale l’odio di classe, implicito nella dottrina, aveva tratti di nobiltà ed era da privilegiare rispetto a quello razziale, ignobile. Quando ero ragazzo, 1950, il papà del mio amico, grosso dirigente industriale, arrivava con la scorta quando veniva a prendere il figlio in palestra, e nessuno ci faceva su del moralismo. L’idea che qualcuno gli sparasse nell’ambito di una guerra di classe era considerata deplorevole, ma non ignobile.

In effetti, il termine razzismo prese piede negli anni 30 dello scorso secolo per designare la scelta del Nazismo  di perseguitare ed eliminare alcune razze considerate inferiori  e/o  nemiche e perseguire una propria, supposta “purezza” razziale. Il termine “razzismo” nacque con quel significato ed è poi assurdamente dilagato a coprire distinzioni e discriminazioni di natura  culturale. Non ti piace la shari’a, ah allora sei razzista. Eccetera.

E’ tempo di affermare il diritto a predicare la non uguaglianza dei gruppi umani, quando non si violi  il precetto “alterum non laedere”. Chi è convinto che il suo gruppo (razza, etnia, varietà sottospecie, comunque voglia chiamarlo) sia superiore, non è meglio ne peggio di chi è convinto che la sua religione sia l’unica vera o che con Hegel finisce la filosofia. Tutto dipende dalle conseguenze che ne trae. Se poi uno vuole chiamarlo “razzismo”, affar suo.

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Un caposaldo della democrazia è che ciascuno, purché non passi ad azioni violente, ha diritto di dire quello che gli passa per la testa. Alla luce di questo, un problema che, nel mondo occidentale – e solo nel mondo occidentale –  va ponendosi come più preoccupante del razzismo in questo momento storico è quello dell’antirazzismo e cioè di qualcosa che quel caposaldo tenta (con successo) di abbattere e che è lungi dal limitarsi al piano delle idee. Alain Filkienkraut lo ha definito “il comunismo del XXI secolo”.

L’omicidio di George Floyd è del tutto uguale a quello di Stefano Cucchi: morte conseguente ad uso incontrollato della forza da parte di uomini della Polizia. E’ ben noto che trovarsi ad essere detentore della forza, e dell’autorità per usarla, può dare alla testa e indurre a comportamenti aberranti. Nel caso della morte di Cucchi non è successo niente: una affezionata sorella si è battuta nei tribunali, fino a ottenere giustizia. Invece in USA, grande paese che vede circa 20.000 omicidi all’anno, un singolo omicidio ha scatenato furia, saccheggi, incendi, sommosse, e  tutto questo in nome dell’antirazzismo, quindi da parte dei “buoni”.  Tra le differenze, una ovvia e importante: Cucchi era un bianco ucciso da bianchi e come tale non era interessante.

Chi vuole far l’angelo è facile che finisca per fare la bestia, diceva Pascal. L’antirazzismo in USA non è proprio dei buoni: è semplicemente un’espressione di uno scontro razziale radicato quattro secoli fa’ nello schiavismo e diventato esplicito quando gli afroamericani, raggiunti tutti i diritti civili, hanno capito che avevano raggiunto una parità di diritti, ma che per quella di fatto ci voleva ancora qualche secolo. Oggi è un’arma in una guerra globale tra superpotenze. Anni fa in Toscana qualcuno fece uno studio sui cognomi arrivando alla imprevista (?) conclusione che i cognomi “che contano” sono in misura sorprendente gli stessi del tempo di Galileo. Eh sì, la mobilità sociale esiste, ma ha dei limiti. Da noi! Figuriamoci in un paese con la storia degli USA.

Nel mondo di lingua inglese, la censura del linguaggio e delle idee ha raggiunto livelli assurdi, e da sola meriterebbe un saggio. Nei social, grazie alla tecnologia, si esercita in modo automatico (e selettivo: ad esempio, nessuno censura Kafir, termine arabo spregiativo col quale vengono qualificati gli infedeli). L’antirazzismo, naturalmente, non è solo nel formare il grande flusso del pensiero mainstream, opporsi al quale comporta anatemi. Ma è una parte importante. “Stay woke!”.

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Qualche azzeccagarbugli commenterebbe che hanno abolito la parola “razza”, non la cosa, perché non si può abolire la cosa. L’essere è, ed è eterno, come sosteneva Parmenide. Ma qui è meglio soprassedere: non avventurarsi sul terreno battuto dal compianto Emanuele Severino nel suo libro ultimo e faticosissimo.