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Medicina e letteratura s’illuminano vantaggiosamente a vicenda e, se vanno di pari passo, ognuna va meglio. Un medico, animato dalla sapienza dello scrittore, sarà più saggio consolatore per i sofferenti; ma uno scrittore, che s’intende della vita e dei dolori del corpo, dei suoi umori e delle sue forze, dei suoi veleni e delle sue virtù, avrà un grande vantaggio su colui che di ciò non sa nulla.

Mi sembra opportuno aprire il discorso su Patrizia Valpiani, presenza attiva e costante del Centro Pannunzio del cui direttivo è membro, riportando alcune frasi di Thomas Mann che la nostra autrice cita in un suo intervento sul Pannunzio Magazine del gennaio 2020. Patrizia Valpiani è medico e scrittore: il suo proposito è, come afferma in una recente intervista, quello di riuscire a dare un contributo al benessere di altre persone non solo attraverso la professione sanitaria, ma anche attraverso le parole scritte in opere letterarie di vario genere, nutrendo in chi la segue il gusto della lettura. La sua attività come saggista, narratrice –spesso con lo pseudonimo di Tosca Brizio-, poetessa, è stata ed è costante e intensa, e le ha valso riconoscimenti ufficiali e numerosi premi, tra i quali ricordiamo il premio CESARE PAVESE, il premio BERGAMO, e recentemente il premio MEDUSA. È presidente dell’A.M.S.I. (Associazione Medici Scrittori Italiani) e membro del Consiglio Direttivo di U.M.E.M. (Union  Mondiale Écrivains Médecins).

Il libro su cui ci soffermeremo oggi è “Liriche d’amore”, una raccolta di cinquanta poesie composte in tempi diversi, proposte qui in ordine sparso, tutte espressione di emozioni che il lettore è indotto a condividere. Il tema è uno, ma senza ombra di monotonia: l’amore qui è declinato in un linguaggio privo di ogni retorica, diretto ed essenziale, nei momenti di gioia, di sofferenza, di stupore, di malinconia. L’esergo Ciao, Franco, a te dedico è un richiamo della poetessa all’amato compagno che la morte  ha azzannato al cuore.  Ma la morte non ha spento l’amore che resiste tenace, custodito nella memoria, e molte di queste liriche nascono proprio da uno scavo nella memoria, come dichiarano i versi che aprono la raccolta con il titolo Il pozzo e che non possiamo non riportare almeno parzialmente:

Le parole dell’amore     /     perduto

Sono cadute nella profondità    /    di un pozzo

Di cui non vedi il fondo.    /   Sporgersi troppo a volte fa paura.

…………….

Butto giù il mio secchio    /    tiro forte e aspetto.

Chissà cosa verrà su.

Il pozzo della memoria è un’immagine già di Montale: negli Ossi anch’egli si affaccia sul quel pozzo, ma nel secchio che sale non riconosce il proprio passato che, vecchio, ora appartiene ad un altro. Per Patrizia invece dal pozzo della memoria emergono i ricordi lieti e tristi nei quali essa si riconosce; rievocando momenti di un passato ora vicino ora remoto, con parole commosse suscita la simpatia, cioè la partecipazione, di chi con lei trova, o ritrova, la via di quel lungo viaggio che è la vita, su cui è difficile procedere soli, e su cui soltanto la memoria offre un appoggio ai passi incerti:

Vivere è un lungo viaggio.    /    Ieri ho sentito che c’eri.

Cammino a passi incerti.    /    Sono ebbra di me, ti chiamo. ….

Ci sarai,    /    quando uno spicchio di luna

pennellerà  d’argento l’erba bagnata,    /    nel buio incerto    /    di una notte di maggio.

Perché vivere è un lungo viaggio.

Ad alcuni potrà apparire eccessivo il ricorso alle citazioni; ma la poesia, come la musica, non può essere riassunta o raccontata, chiede di essere ascoltata con la mente e col cuore. Per necessità di spazio mi imporrò una misura, consigliando però a tutti voi se lo potete di leggere tutto questo bel libro, disordinatamente, affidandovi al caso, lasciandovi attirare dai titoli, risfogliando le pagine alla ricerca della frase che volete fissare nella mente, che vi è sembrata più vostra. La memoria non procede secondo un ordine logico, ma per stimoli imprevedibili, e la poesia che le dà voce va accolta senza schemi precostituiti, con un lucido, vigile abbandono. Ho una soffitta segreta nel cuore – scrive Patrizia – la soffitta della memoria il cui varco è nascosto dentro di me; c’è solo una strada che può giungervi, la strada della poesia.

Tra i tanti temi, tutti significativi del valore e del carattere del libro, ne scelgo qui tre.

1- Tra i ricordi: un incontro-un destino

Un tema che ricorre in questa raccolta di liriche è quello dell’incontro con l’amato, quasi un miracolo, comunque un segno del destino. Ed è un tema che compare al presente, non velato dalla sofferenza che, sappiamo, seguirà, in due bellissime indimenticabili poesie, I miei sogni di donna, e Colpo di fulmine. Eccone alcuni versi:

Allo specchio,    /    ho parlato talmente tanto di te    /    senza conoscerti,       

nel mio letto,      /    ho sognato talmente tanto di te    /    senza conoscerti,

che quando per strada ti sei voltato    /    a guardarmi

quasi quasi non capivo che fossi tu. ….                                                              da I miei sogni di donna

… Sola sulla via, un trasalimento    /    e mi sei passato accanto.

C’era nell’aria un profumo    /    di lievito e biscotti    /    di muschio e di vento.

E son venuta a te    /    era naturale

E tu a me. Subito    /    senza bisogno di parlare.                                                      da Colpo di fulmine

2-Non tutto è perduto per sempre

Quel che resta di te    /    sono fili di seta    /    che mi annodano l’anima                     da Quel che resta

I fili che legano il cuore degli amanti resistono saldi e lucenti e le liriche ispirate dall’assenza dell’amato non indugiano nel rievocare, come ci si potrebbe aspettare, momenti vissuti e memorabili; sono invece – e qui sta l’originalità di questi versi – dialoghi in cui la voce del poeta ora chiede conforto alla solitudine di chi vive tra le rocce nude del tempo, ora offre conforto a chi, oltre il confine del tempo, evanescente, compare in una diversa solitudine: Amore mio, non avere paura, anche se non mi vedi respiro con te, sono qui. Nessun compiacimento sentimentale, nessun facile abbandono, ma un severo monito a non dimenticare, perché la memoria vive nelle parole condivise della poesia:

E intanto noi due voliamo.    /    Nudi.    /   Affannati.      

E ci guardiamo intorno    /   frastornati   /   con i nostri occhi ardenti   /   di poeti.                                                                  

3-L’amore: un inno alla vita

Una lirica “fuori tema”, in cui scopriamo una voce inconsueta di Patrizia Valpiani, che in questi versi non è presente in prima persona, è Inno alla vita. L’inno disegna un quadro (in un tempo, in uno spazio vicino? lontano?)  prima di rovina e di odio, poi di festa e di gioia: là dove dai volti emaciati piovono lacrime di guerra, dove sono case diroccate e si seppelliscono i morti, dove chi resta barcolla, le mani assetate di amore scoprono di saper ancora accarezzare e ritrovano nel buio tenerezze smarrite. E l’amore risuscita la vita che ritorna, ed insegna ad amarla ancora in una ritrovata armonia: 

Al di là di ogni pudore, liberi e nudi    /    uomini e donne in un arcobaleno di luci

le gambe allacciate, le dita intrecciate,    /    un sussurro all’orecchio e il profumo di caffè

                            cantano insieme l’inno alla vita che ritorna.

Questa lirica è una conferma del carattere davvero speciale della voce della Valpiani, poetessa per cui il tema dell’amore non è compiaciuto ripiegamento su di sé, ma apertura agli altri, a chi sa condividere e accogliere le emozioni, poiché –come scrive lei stessa nella sua breve presentazione- il poeta è consapevole di portare il mistero di questo sentimento primario al di fuori di sé e di ammantarne qualcuno, che scopre o riscopre in sé la linfa della vita.

CARLA ZULLO PICCOLI