1,094 utenti hanno letto questo articolo

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione, la numero 18600 del 30 giugno 2021, ha negato il (secondo) riconoscimento di una minore, da parte del padre, a seguito dell’opposizione della madre al suddetto riconoscimento successivamente, tra l’altro, di una serie di condotte violente e prevaricatrici nei confronti della madre della bambina, quali, tra le altre, minacce da parte dell’uomo di fuga con la piccola nel proprio paese al fine di poterle dare una corretta educazione musulmana e tentativi di far abortire la donna.

La Corte d’Appello, conformemente al Giudice di prime cure,  respingeva il ricorso della madre e autorizzava, quindi, il padre, a riconoscere la figlia, in forza della circostanza secondo la quale le condotte sopra meglio evidenziate non erano tenute nei confronti della bambina, ma della madre, come tali ininfluenti ai fini del  diritto del padre al riconoscimento della figlia.

Di diverso avviso, invece, la Corte di Cassazione la quale, infatti, ribaltando le statuizioni dei Giudici di merito, ha ritenuto che il secondo riconoscimento, in caso di opposizione da parte dell’altro genitore che per primo abbia proceduto al riconoscimento, possa essere impedito qualora sussistano gravi e irreversibili motivi, tali da far ritenere  la probabilità di una significativa compromissione dello sviluppo psico fisico del minore.

Inoltre, la Suprema Corte ha precisato, in modo chiaro ed inequivocabile che,  il giudice, nel decidere in merito al secondo riconoscimento, deve accertare la sussistenza o meno di un interesse del minore, tenuto conto del caso concreto, in quanto il provvedimento adottato deve  consentire uno sviluppo equilibrato dal punto di vista psicologico, affettivo, educativo e sociale del minore medesimo. E ciò al fine di valutare se il suo interesse ad uno sviluppo sano ed equilibrato rischi di venire  pregiudicato da quello del genitore al riconoscimento. In caso positivo, quest’ultimo diritto  dovrà essere negato, come avvenuto nel caso in commento.

Al di là delle questioni strettamente giuridiche, la problematica che fa da sfondo a questa decisione della Suprema Corte, ad avviso dello scrivente, è un’altra: la condotta violenta e prevaricatrice nei confronti della ricorrente, conseguente ad un “modello culturale” di rapporti familiari e di genere, può essere oggetto di valutazione da parte di un Giudice? E l’adesione ad un modello culturale, in che rapporti si pone con il principio dell’interesse del minore che, come ci insegnano anche la normativa e la giurisprudenza sovranazionale, è un principio inderogabile, di sistema, che non può essere violato a pena di censura  delle Corti interne e sovranazionali?

La questione, come i fatti di cronaca di queste settimane dimostrano, è davvero delicata e va ben oltre il diritto. Infatti, non si può e non si deve nascondere che in alcune culture, la prevaricazione e le condotte violente  e discriminatorie nei confronti delle donne e delle bambine siano del tutto tollerate e scriminate, con conseguente assenza di percezione di disvalore, da parte di chi  le pone in atto. Infatti, se comportamenti quali quelli descritti nella sentenza, fossero stati commessi nel Paese di origine del padre della minore, avrebbero rappresentato una mera  modalità ordinaria di esercizio dei propri doveri di marito e padre, in conformità ad un “modello culturale”  ed  a  regole sociali consolidate, e non certo episodi in contrasto con l’interesse dei minori o tali da giustificare l’impossibilità di poter riconoscere una figlia.

Tuttavia, si deve anche osservare che condotte violente e prevaricatrici, quali quelle poste in essere dal padre della minore devono essere contrastate con tutti gli strumenti di legge, in quanto non è tollerabile che un ordinamento giuridico consenta che rimangono impuniti o senza sanzione episodi come quelli descritti dalla ricorrente, in quanto potenzialmente lesivi del diritto della minore a crescere in modo sano ed equilibrato, oltre che della dignità della madre.

La questione è complessa e costituisce, a mio avviso, l’evoluzione del rapporto tra laicità e laicismo, tra Stato confessionale e principio di separazione del potere temporale e potere spirituale, tradotto dal Conte di Cavour nell’enunciazione del principio “Libera Chiesta in libero Stato”.

Il problema di fondo riguarda proprio i rapporti e la convivenza, se possibile, tra cultura occidentale e sistemi sociali fondati su principi antitetici a quelli democratici, tra difesa dei valori dell’Occidente e culture che non riconoscono come propri i valori diversi da quelli religiosi, intesi anche quali principi informatori del diritto.

Il dialogo interreligioso svolge sicuramente un ruolo importante e di avvicinamento di questi diversi modi di concepire la società e l’individuo all’interno di essa: tutti ricordiamo il viaggio di Francesco d’Assisi per incontrare il Sultano, così come i viaggi di Giovanni Paolo II in terre lontane e la giornata da lui organizzata ad Assisi, nel 1986, con i capi di tutte le più importanti religioni, oltre che l’attività di studio e approfondimento della cultura islamica ed ebraica di Benedetto XVI, al fine di un dialogo costruttivo di pace e comprensione reciproca, contro ogni fondamentalismo, frutto di una fede priva di ragione.

Tuttavia, a fronte di tali, importanti, gesti di buona volontà, la situazione non sembra aver subito, complessivamente, un’evoluzione positiva e che, purtroppo, che prenda sempre più corpo quella che il Prof. Quaglieni ha definito “La profezia di Oriana Fallaci”, giornalista e scrittrice che già nel 2001, a seguito dell’attentato delle torri gemelle, metteva in guardia l’Occidente dal tentativo da parte dell’Islam più radicale di cancellare la cultura occidentale, in nome della sharia.

Le recenti vicende che hanno colpito il popolo afghano, ed in particolare le donne, seppur ancora una volta abbiano dimostrato che un Islam moderato stenti ad emergere, tuttavia hanno evidenziato che soprattutto le donne siano sempre più consapevoli dei loro diritti e della necessità di combattere, in modo ancora più forte, per la propria dignità e per la propria libertà individuale.

Sotto il profilo  giuridico, invece, in assenza di altri precedenti, sarà interessante verificare se la giurisprudenza, in futuro, riterrà di proseguire nella valutazione circa l’effettiva adeguatezza al ruolo di genitore sulla base dell’adesione per etnia, religione o per motivi diversi ad un “modello culturale” e quali conseguenze ne deriveranno nel caso in cui tale modello fosse incompatibile con quello occidentale, soprattutto con riferimento a modelli teocratici, ontologicamente  non fondati su una netta distinzione tra legge civile e legge religiosa.

La questione è aperta,  e gli esiti non sono affatto scontati.