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La nostra storia militare può essere una risorsa, ma troppo spesso viene snobbata

La notizia di questi giorni, secondo la quale un monumento nazionale come la Cavallerizza Caprilli, il maneggio coperto più grande d’Europa, ora dismesso dal Demanio Militare a favore del Comune di Pinerolo, possa essere trasformato in una biblioteca, fa riflettere su quanto nel nostro Paese sia sottovalutata la storia delle istituzioni militari e come non si voglia ad esse riconoscere quel ruolo fondamentale nello sviluppo del territorio che legittimamente spetta loro.

Prendo come esempio proprio una realtà piemontese a cui sono molto legato -Pinerolo- per dimostrare come la decadenza socio/economica della città negli ultimi decenni, sia legata a doppio filo al crescente e inarrestabile disconoscimento della sua storia, sempre legata alle tradizioni militari, sin da quando sotto la dominazione francese divenne una fortezza poderosa resa celebre anche per essere stata la prigione di un misterioso, ma leggendario personaggio noto come la “Maschera di Ferro“.

Chi avesse avuto il piacere di visitare la Scuola di Applicazione Militare di Torino -l’organismo più importante per la formazione degli alti ufficiali dell’Esercito Italiano- avrà potuto osservare che nel primo quarto del suo stendardo è rappresentata la Scuola di Cavalleria, della quale oggi è la naturale erede.

La Scuola di Cavalleria fu un’istituzione gloriosa creata nel 1823 a Venaria per addestrare all’equitazione gli ufficiali di ogni arma, ma venne ben presto trasferita a Pinerolo, sia per la disponibilità ampia di territorio e strutture, ma anche -leggiamo in una memoria del Generale Martin Montù- “Per aumentare la distanza con Torino, che, specialmente per la gioventù, costituiva un centro di attrazione pericolosa“. Il Generale Montù purtroppo non aveva torto perché sembra sia proprio per una “scappatella” a Torino destinata all’incontro con una nobile e mai scoperta dama residente nel capoluogo, che perse la vita, in un incidente a cavallo, il 6 dicembre 1907, il giovane Capitano Federico Caprilli, l’uomo che rivoluzionò l’equitazione a livello mondiale, ancor oggi ricordato dagli appassionati di sport equestri in tutto il globo.

Caprilli fu lo scopritore ed attuatore del cosiddetto “metodo naturale“, un sistema geniale per condurre il cavallo assecondandone i movimenti che lo fece trionfare al concorso ippico internazionale di Torino. Soprattutto fu un suo allievo -Gian Giorgio Trissino- a conquistare la prima medaglia d’oro italiana nella storia delle Olimpiadi, a Parigi nel 1900. Vi avrebbe dovuto partecipare lo stesso Caprilli, ma all’ultimo gli fu vietato dal Ministero della Difesa. Qualcuno sostiene che Caprilli la disputò comunque spacciandosi per Trissino.

Nel lontano 1987, quando ero assessore al Comune di Pinerolo, delegato -tra l’altro- all’organizzazione delle celebrazioni del tricentenario del glorioso “Nizza Cavalleria“, mi telefonò Valerio Zanone, allora Ministro della Difesa, che ben conoscevo per la comune militanza politica, convocandomi a Torino per una “chiacchierata” della quale non volle anticiparmi il tema. All’occasione mi comunicò che gli avevano programmato una missione diplomatica a Washington nella quale molto probabilmente avrebbe incontrato il Presidente Ronald Reagan. Mi confidò che in un omologo colloquio avvenuto un paio d’anni addietro con il suo predecessore al Ministero Giovanni Spadolini, Reagan -grande appassionato di cavalli- lo spiazzò chiedendogli notizie su Caprilli e la Scuola di Cavalleria di Pinerolo… Facile immaginare l’imbarazzo di un uomo dalla immensa cultura storica nel trovarsi impreparato in un frangente simile.

Così mi chiese di procurargli del materiale informativo affinché potesse recarsi dal Presidente americano adeguatamente “attrezzato“. Con l’aiuto dell’allora Direttore del Museo dell’Arma di Cavalleria preparai del materiale stampato e artistico sulla storia della Scuola, che Zanone consegnò a Ronald Reagan il 6 novembre 1987. Nel gennaio successivo Zanone venne in visita al Museo e ci raccontò l’entusiasmo con cui venne accolto nello studio ovale e quanto fosse sorpreso dalla cultura equestre del Presidente americano conoscitore anche di Pinerolo e della Scuola di Cavalleria.

Il valore potenziale di aneddoti come questo dovrebbe far riflettere sulle opportunità che potrebbero offrire alla programmazione di sviluppo di un territorio. Scrivo “dovrebbe” perché purtroppo non è stato così.

Da allora Pinerolo si è vista portare via l’Accademia Veterinaria e il “Nizza Cavalleria” rimanendo ancora sede di uno splendido e vasto Museo Nazionale della Cavalleria aperto, però, solo tre giorni la settimana e curato da un piccolo presidio dipendente dall’Esercito.

Troppo tardi ci si è accorti di queste possibilità e le strutture costruite per ospitare un centro federale della Federazione Sport Equestri rimangono inutilizzate e destinate all’abbandono.

Per molti anni, purtroppo,  l’amministrazione del Demanio Militare e gli enti locali sono stati in conflitto. L’una per non cedere pezzi del proprio patrimonio, gli altri per l’utilizzo improprio che ne avrebbero fatto.

Ecco perché nel 1990 fu negato al Comune di Pinerolo l’utilizzo del Maneggio Caprilli, che, per le celebrazioni del tricentenario del “Nizza“, avrebbe voluto allestirvi la rappresentazione esclusiva di un’opera teatrale con la partecipazione di cavalli viventi che il grande drammaturgo Eugene Ionesco si era personalmente offerto di portare in quella originale location.

Oggi il demanio ha dovuto cedere ai comuni gran parte del suo patrimonio inutilizzato, ma non ci sono i fondi per destinarlo ad adeguati utilizzi.

Esiste in Francia, nella Loira, una cittadina dalle tradizioni militari cavalleresche meno importanti, e persino più piccola di Pinerolo, che è diventata la capitale equestre della Francia: è Saumur ed è meta di appassionati che possono trovare sul territorio strutture e allevamenti ippici d’eccezione, nonché assistere nel locale maneggio a spettacolari esibizioni di “Dressage” o altri eventi a tema.

Ho l’impressione che dopo decenni di politiche volte a rappresentare il nostro Esercito come un elemento da emarginare, ora l’esempio di tanti uomini e donne impegnati in operazioni di pace e protezione civile renda favorevole un’integrazione dalla quale le nostre comunità potranno solo trarre vantaggio.

Per questo dobbiamo tenerci stretta la Scuola di Applicazione di Torino, non come monumento alla memoria, ma come occasione di sviluppo di una città che non dimentica la propria gloriosa storia.