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Ricordo indótto di Luigi Pareyson, di Loris Maria Marchetti

Le 9 Muse

Un mio giovane e valente amico, già diplomato in Arti Figurative e laureando in Filosofia con una tesi sull’estetica di Gianni Vattimo, mi domanda ragguagli su Luigi Pareyson (maestro, com’è noto, di Vattimo) che fu uno dei professori il cui magistero incise più profondamente sulla mia formazione umana e culturale. La richiesta dell’amico mi induce a rievocare momenti di un fervido periodo ormai lontano, ma sempre attuale nel mio animo. 

         Liceo Massimo d’Azeglio, Torino, anno scolastico 1962-63, terza B. L’insegnante di Filosofia e Storia, di pochi anni più anziana di Pareyson e come lui cresciuta nell’àmbito filosofico dell’Ateneo torinese, ci fa leggere il Breviario di estetica di Benedetto Croce, sottolineandone la fondamentale importanza e la conseguita autorevolezza, però aggiunge che ormai il “primato” in materia spetta alla «teoria della formatività» di Luigi Pareyson. 

             Università di Torino, anno accademico 1964-65. Studente di Lettere Moderne, seguo lo splendido corso di Pareyson sull’Estetica di Schelling[1], dove si legge: «L’arte in generale rappresenta sensibilmente le idee, ma la musica rappresenta le idee direttamente nella loro incarnazione sensibile. Le sue forme sono le forme delle idee viste da un punto di vista reale, cioè già incarnate e corporificate, realizzatesi in corpi fisici» (parole del docente)[2]. «Le forme della musica sono le forme dell’essere e della vita dei corpi celesti in quanto tali: la musica non è nient’altro che il ritmo percepito e l’armonia dell’universo visibile» (parole di Schelling)[3]. Questi concetti già basterebbero a giustificare il mio entusiasmo in prospettiva musicale. (Da tenere presente, guardando avanti, anche il pensiero di Schopenhauer che, dal canto suo, porterà alle estreme conseguenze le teorie di Schelling incoronando la musica regina delle arti).

             Com’è logico, studio anche l’estetica del mio professore (assolutamente da leggersi, L’Estetica e i suoi problemi, Marzorati 1961, in particolare il capitoloIV della parte seconda, La mia prospettiva estetica) e nel contempo mi innamoro vieppiù della musica, della letteratura, della filosofia del Romanticismo tedesco (dico vieppiù, perché il primo impulso verso il Romanticismo tedesco me lo diede mio padre, che riconosceva in quell’esperienza una delle summae dello spirito umano. Mio padre, poi laureato in Giurisprudenza, ai suoi dì aveva avuto come professore di Lettere al d’Azeglio il giovane Italo Maione, destinato a divenire uno dei massimi germanisti italiani del Novecento, esperto anche di Romanticismo e preclaro studioso wagneriano).

             Ciò detto, sarebbe arduo e complesso specificare in dettaglio – come amerebbe il mio giovane amico – in che cosa l’insegnamento di Pareyson (sua estetica e suo approccio all’estetica romantica tedesca) abbia direttamente influito sulla mia attività letteraria, sulla mia poesia, ma  non posso certo negare che abbia esercitato un grande fascino e sia rimasto una robusta e duratura presenza nel mio “immaginario”, nel mio modo di pensare, nella mia Weltanschauung culturale.

            Posso aggiungere che quello fu l’ultimo anno che il filosofo piemontese insegnò Estetica; nel 1965-66 succedette a Augusto Guzzo come docente di Teoretica, Estetica toccò a Vattimo, che fece un bel corso (però un po’ interrotto da una sua malattia) sulla Nascita della Tragedia dallo spirito della musica di Nietzsche. Ovvio che seguii anche quello, feci un buon esame (Enrico Fubini mi interrogò anche sull’estetica… di Croce) e l’interesse per l’area culturale “germanica” crebbe ancora.   

            .


[1]Pareyson, sulla scia di Heidegger, Jaspers e Marcel, considerava il filosofo di Leonberg un precursore dell’esistenzialismo.

[2]Luigi Pareyson, L’estetica di Schelling, G. Giappichelli, Torino 1964, p. 149.

[3]Ibidem.

14 Dicembre 2022/da user-pannunzio
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