“Scintille”, il romanzo di una poetessa prestata alla narrativa, di Gian Giacomo Della Porta

Sarebbe giusto iniziare questo articolo dicendo che “Scintille”, di Alice Zanotti, è il romanzo di una scrittrice consapevole, misurata, che governa il suo stile lasciando che la naturalezza poetica si esprima nella sua verità, senza forzare la mano esagerandone le intenzioni. Eppure non è del tutto così, vi è qualcosa di molto più originale nell’utilizzo delle sue parole, di onirico, romantico e primitivo: chi legge si trova di fronte al rarissimo romanzo di una poetessa prestata alla narrativa, e come la grande poesia necessita si verifica una sottomissione del poeta alla parola stessa, da cui viene governato. La scrittura di Alice Zanotti rappresenta al meglio il pensiero dell’inglese John Keats, per il quale “il poeta è l’essere più impoetico del mondo, poiché rappresentante di ogni voce a parte la propria”, e il suo libro, “Scintille”, una sorta di “Canto della sequoia”, celebre componimento di Walt Whitman, in cui la centenaria conifera, assumendo la voce del poeta, celebra la sua fine lasciando spazio alla civilizzazione di una razza mai realmente in armonia con la natura. “Scintille” è ambientato a Montefosca, isolata frazione montana del Friuli-Venezia Giulia, all’epoca confinante con la Jugoslavia, in cui la praticità del dialetto sembra non lasciare spazio alla parola più alta, astratta, sentimentale, vero fil rouge tra l’uomo e il territorio naturale che abita, cruccio estremo delle sorelle Alma, Anna e Buia, bambine e rappresentanti di un’infanzia che, se da un lato conserva tutta la sua purezza, dall’altro sembra la disperazione di chi è consapevole di non poter crescere in una comunità che perde sé stessa e le sue radici.

Quello di Alice Zanotti è un libro che ripercorre, o quantomeno evoca, le orme dei grandi romanzi sul Sogno Americano, mettendo in evidenza quanto la ciclicità delle storie nasca dai comuni desideri dell’umanità fin dalla comparsa della specie sulla Terra. L’incomunicabilità della sofferenza, che ritroviamo in gran parte della poesia italiana (Ungaretti diceva: “la parola è impotente rispetto ad alcuni significati, il ruolo del poeta è quello di provare soltanto ad avvicinarsi a essi), si incarna in Buia, la più piccola delle sorelle di “Scintille”, oppressa dal buio delle parole che non capisce, ed è il sentimento che genera angoscia e mille storie nei personaggi del grande Steinbeck o in Arturo Bandini, il giovane del romanzo “Chiedi alla polvere”, di John Fante, ma anche della rabbia che scaturisce dalla totale incomprensione di “sottolinguaggi” che appartengono a una lingua comune, e la più importante testimonianza ce la fornisce la lettera del capo indiano Seatle indirizzata al “Grande Capo di Washington”, Franklin Pierce, nella quale scrisse: “ Voi ci chiedete di vendervi la terra su cui viviamo, ma noi non possediamo la freschezza dell’aria, lo scintillio dell’acqua sotto il sole o il torrente che custodisce la storia del nostro popolo. Come potremmo vendervi qualcosa che non ci appartiene?”

La verità è che le grandi storie che attraversano le epoche dell’uomo nascono tutte da qualche scintilla pronta a rivelarsi nel buio, nell’abitudine della tradizione, nel folklore che tarda a farsi cultura. La strada, centrale nel romanzo di Alice Zanotti, rappresenta quel simbolo dalla doppia faccia che un tempo ha caratterizzato le ferrovie del West, segno di sviluppo della civiltà e incendio inesorabile, silenzioso e invisibile dei prati della gioventù.

“Scintille”  di Alice Zanotti – Casa editrice Nottetempo

Gian Giacomo Della Porta