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L’idea della ricchezza, e del potere che ne deriva, ha sempre affascinato l’uomo. In origine la si è fatta coincidere con l’oro, associato al concetto che la sua quantità sulla terra sia finita. Ne consegue che chiunque, per aumentare la propria quota, deve sottrarla a qualcun altro. Dal 1600, idea mercantilista: protezionismo, le colonie americane devono essere spremute il più possibile per portare la ricchezza in Inghilterra. Ne segue la rivolta del Boston Tea Party, quindi la guerra di indipendenza, guidata da George Washinton, che i soldati del re non riescono a fermare. Battuta a Saratoga, la corona perde soldati, colonie e gli introiti che ne derivano. Nel 1700 il pensiero evolve e qualcuno inizia ad intuire che, se con l’oro posso comprare il grano per poi rivenderlo in cambio di altro oro, allora la ricchezza è data anche dalla quantità di grano complessiva. Che non è fissa nel tempo, ma può crescere: se è vero che ad un chicco seminato l’anno dopo corrisponde una spiga che di chicchi ne ha settanta (fatte salve le rese, si intende). La fisiocrazia è la prima scuola di pensiero, figlia dell’illuminismo, a far propria l’idea della crescita economica. Fino a quando? Qual è il limite della sua espansione? Malthus risponderà successivamente ipotizzando la saturazione di terreni via via meno fertili, con conseguente contenimento della popolazione. Di fatto un equilibrio oscillante del tipo prede-predatori descritto da un sistema di equazioni differenziali non lineari del primo ordine. Discorso molto tecnico e sostanzialmente errato perché non tiene conto dell’enorme aumento di produttività dato dalle rivoluzioni industriali e tecnologiche. Questo è il forte limite degli economisti ottocenteschi, a cominciare da Marx. Sull’idea fisiocratica di crescita, Adam Smith costruisce la teoria economica classica, ancora oggi la base di tutta la materia. Ne è il capostipite, come Adamo, omen nomen. Pur con limiti riconosciuti. In fondo Einstein non negò il lavoro di Newton (legge di gravitazione universale), ma si limitò a dire che al di fuori di certe condizioni non era più applicabile (teoria della relatività). Per molti versi Smith ricorda Pangloss, il filosofo, educatore di Candido, con cui Voltaire mette alla berlina Wolf, Pope e Leibnitz. Un inguaribile ottimista, un po’ giuggiolone, convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili. Secondo la teoria economica classica, tutto andrà bene, indubitabilmente. Se, per un certo periodo può sembrare che non sia così, basta aspettare e le cose si sistemeranno da sole. Perché? Non è chiaro nemmeno ad Adam Smith, ma la sua fiducia in una longa mano che sistema tutto, è incrollabile. Continua ad esserlo anche per i suoi seguaci, fino agli Anni Trenta del ‘900. Dopo la crisi del ’29, milioni di americani sono in rovina, come interi paesi, la Grande Depressione si prolunga ben più del consenso politico di chi aspetta la longa mano, nel 1932 al Presidente Hoover, subentra Rooswelt. Non basta più laissez faire, laissez passer. Si affaccia un nuovo pensiero: quello di John Maynard Keynes l’inventore, o meglio lo scopritore, del ciclo economico. Keynes sostiene che la crescita c’è, ma non è puramente lineare, oscilla ciclicamente intorno ad un trend crescente. Il ciclo ha quattro fasi: crescita, crisi, recessione, ripresa; due di espansione, due di contrazione. Non solo, ma è importante che lo stato intervenga, calmierando il ciclo, come un ammortizzatore. Mi spiego con una metafora tratta dal mondo meccanico. Tutti avranno notato le grandi balestre, collegate alle ruote, su cui appoggiavano le cabine delle carrozze; alla prima buca per strada, la cabina iniziava ad oscillare e, dopo un po’ di oscillazioni, i passeggeri rischiavano di liberarsi del pranzo, se non della colazione precedente. Una vitaccia. Oggi le automobili hanno sostituito le balestre con grosse molle ed hanno aggiunto al loro interno degli ammortizzatori (pistoni che si muovono in un liquido fortemente viscoso) i quali smorzano, in breve tempo, le oscillazioni, sia verso l’alto che verso il basso. Keynes propone che sia l’intervento pubblico a smorzare le oscillazioni del ciclo economico, sia verso l’alto che verso il basso. Iniettando stimoli alla crescita, con la spesa pubblica, nelle fasi di contrazione; ripristinando le risorse, con la tassazione, nelle fasi espansive. Pensiero non poi così originale, in quanto ricorda molto l’interpretazione che Giuseppe dà ai sogni del faraone: dovrà costruire grandi granai per accumulare l’eccesso nei sette anni di vacche grasse, in modo da avere risorse per sfamare l’Egitto, nei sette anni di vacche magre. Oggi l’idea di ciclo economico è universalmente accettata, quella di intervento pubblico ancora molto dibattuta. In Italia decenni di governi sciagurati hanno interpretato ogni pretesto come un viatico per continuare a spendere, sempre e comunque, accumulando un debito pari al 150% del PIL. L’ottimismo, nel frattempo, è andato a farsi benedire. Dopo qualche tempo, sale alla ribalta Phillips, l’uomo del bicchiere mezzo pieno. Lui accetta il ciclo economico, ma ha capito che le cose non possono mai andare veramente male. Every cloud has a silver lining, dicono gli inglesi. Secondo Phillips, quando le cose vanno bene c’è inflazione, simbolo di crescita, ma da contenere se eccessiva, quando le cose vanno male, invece, c’è disoccupazione, da ridurre con stimoli economici. Stando alla sua legge, disoccupazione ed inflazione sono inversamente proporzionali, se una sale l’altra scende e viceversa (per i matematici la curva è un iperbole del tipo y=1/x). Non solo, i banchieri centrali hanno uno strumento semplice da utilizzare alla bisogna: i tassi di sconto. Se l’espansione genera troppa inflazione, si alzano i tassi e si raffredda l’economia, se la contrazione genera troppa disoccupazione, si abbassano i tassi e voilà, l’economia riparte. C’è sempre un solo problema e pronto il suo rimedio, dunque possiamo tornare ad essere ottimisti. Oggi le banche centrali di tutto il mondo fanno esattamente questo mestiere. Poi arrivano gli anni ’70, i principali produttori di petrolio del mondo si accordano per un cartello, l’Opec, che con due shock ne decuplica in un decennio il prezzo, generando un’inflazione consistente, cui si accompagna una recessione economica. Già, perché questa non è un’inflazione sana, da crescita del sistema, è un’inflazione importata dall’esterno (acquisti da estero) che aumenta i costi soprattutto per i paesi più dipendenti dall’importazione di materie prime, Italia in primis. Stagnazione + inflazione = stagflazione. Brutta rogna perché la leva dei tassi non funziona più: se li alziamo, si rischia la recessione, se li abbassiamo, l’inflazione fuori controllo. Banchieri centrali, più o meno impotenti, in uno stretto sentiero. Che è la situazione attuale (giugno 2022): sia la Fed che la Bce sono intervenute con manovre restrittive per contenere l’inflazione causata dalla guerra in Ucraina, accettando il rischio di bruciare la ripresa post-covid. E il bicchiere mezzo pieno di Phillips? Vi sono più cose nel cielo e nella terra di quante non ne racconti la vostra filosofia, Orazio.