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Sembra che la politica abbia giusto sbrigato un servizio e che tutto sia rimasto come prima. Di che ci lamentiamo? Nel giro di sei giorni è tornato tutto a posto. Come per miracolo Mattarella, che aveva appena traslocato dal Quirinale, ci torna riportando gli scatoloni dov’erano, Draghi rimane inchiodato per un altro po’ con i dossier del Pnrr, il gen. Figliuolo continua a vaccinare plotoni di italiani, anche la dott.ssa Belloni continua a vigilare sui servizi segreti e abbiamo persino trovato il tempo di nominare un eccellente presidente della Corte costituzionale nella persona di Giuliano Amato. E quindi, tutto questo tourbillon di nomi su cui si sono consumate sanguinose spaccature che s’è fatto a fare? Per nulla? Non proprio. I partiti ci hanno purtroppo offerto un’anteprima della futura campagna elettorale. Incuranti del fatto che l’Italia stia attraversando uno dei momenti più drammatici della storia repubblicana, hanno certificato che sono incapaci di trovare un accordo che esprima un’idea d’Italia maggioritaria, un’identità nazionale che possa essere condivisa e comunicata al mondo. Hanno pasticciato su nomi di tecnici, su nomi di donne fatti solo perché di donne, su nomi di bandiera cambiati in men di 24 ore, senza trovarne uno su cui ragionare seriamente. Una destra e una sinistra indefinibili, incomprensibili e di fatto inutili. Dopo aver toppato col governo hanno toppato col PdR. In effetti da subito c’era il sentore del fallimento e in ultimo c’è voluto l’appello privato di Draghi a Mattarella per trarli d’impiccio e porre fine alla sarabanda. Salvini, un dilettante senza arte, incapace di condurre qualsiasi trattativa con un obiettivo plausibile. Dopo aver bruciato un ex capo del Consiglio di Stato, la seconda carica istituzionale dello Stato e rischiato pure di affossare il capo dei servizi segreti, lascia la destra senza una leadership credibile e mette persino a rischio le future elezioni, troppo frettolosamente ascritte al suo schieramento. Persino Bossi lo silura. Conte si conferma il più inaffidabile di tutti, senza controllo alcuno sul suo partito e il più ridicolo nel suo opportunismo di leader pronto a qualsiasi piroetta. Affonda sotto i colpi di un Di Maio, il che è tutto dire. Letta l’attendista incarna bene il progressismo di facciata, incapace di decidere, diviso su tutto, sempre pronto a piantare bandierine perbeniste e infinitamente presuntuoso. Infatti, invece di preoccuparsi della propria pochezza si intesta l’elezione di Mattarella, ovvero il simbolo della sconfitta della politica. Renzi si conferma un buon tattico, non avendo i numeri, e si accontenta di distribuire battute velenose, stoppa giustamente la candidatura Belloni e salta anche lui sul carro di Mattarella, mentre Calenda non capisce che chi ha in mano i dossier dei servizi segreti è bene che stia dov’è, anche se bisogna candidare una donna come dice il manuale del politicamente corretto. Il rovescio della medaglia è che Draghi rimane al governo, come era necessario che fosse, senza essere sacrificato sull’altare del Colle più alto per rimediare all’inconsistenza dei partiti. E questo è il fatto più importante, che si spera non venga vanificato dalle follie di una campagna elettorale che si annuncia fra le più esagitate di sempre. Un grazie doveroso va a un uomo di ottant’anni che con grande dignità si assume nuovamente un pesante fardello, insegnando a tutti cosa significhi avere il senso delle istituzioni.