Una riflessione amara e vigile sui fatti di Torino, di Pier Franco Quaglieni

Ogni epoca ha le sue violenze. Questo è l’insegnamento che ci deriva dalla storia. Ci sarebbe la tentazione di considerare i fatti di Torino del 31 gennaio in una linea di continuità, ad esempio, con il gruppo di Lotta Continua, che mise a ferro e fuoco parti della città con l’assalto all’“Angelo Azzurro” (che costò la morte atroce di un giovane lavoratore studente) e alla sede del MSI.

Lotta Continua giunse alla demonizzazione e all’assassinio del commissario Calabresi e parte di essa confluì nel terrorismo armato, mentre un’altra parte nel giornalismo radical-chic alla Gad Lerner. Certo, la violenza è sempre la stessa, ma i fatti di Torino fanno anche pensare al G8 di Genova del 2001, che fu una vera devastazione della città. L’episodio del poliziotto pestato ci riporta al carabiniere che Giuliani avrebbe voluto uccidere con un estintore. Anche a Genova venne reclutata manovalanza violenta all’estero, come in parte a Torino sabato: sono i professionisti della guerriglia urbana.

Ciascuno mescolerà inevitabilmente i suoi ricordi, ma il fatto indiscutibile è che per trent’anni Torino ha tollerato l’occupazione dell’edificio di corso Regina, diventato un covo della violenza in città e in Val di Susa contro la TAV. In Val di Susa gli scontri con la polizia sono stati continui e molto sanguinosi, ma quasi tutti hanno minimizzato.

La procuratrice generale del Piemonte, che si sta rivelando una magistrata davvero fuori ordinanza, ha denunciato la realtà che si raccoglie dietro Askatasuna e ha denunciato la connivenza di una certa borghesia torinese con un coraggio e una lucidità eccezionali.

Gli intellettuali torinesi tacciono o vanno ad applaudire al Palazzetto dello Sport Barbero e D’Orsi, che si ritengono perseguitati e ragionano ormai con slogan preconfezionati.

Gli intellettuali torinesi non ci sono più. Al massimo ci sono professori in cerca di una notorietà che non arriva. Ci sono collaboratori di giornali che scrivono le solite vulgate o parlano d’altro. Solo Carmine Festa ha scritto un editoriale sul Corriere della Sera degno di attenzione e rispetto.

I militanti dell’antifascismo a costo zero, perché il fascismo non c’è più da 81 anni, si trincerano dietro la parola magica “Resistenza”, che non a caso è quella evocata anche dai cortei violenti del 31 gennaio che hanno bloccato la vita di un’intera città. Mentre vorrei chiedere all’ANPI di esprimersi su questo uso improprio della parola Resistenza, mi domando come sia possibile, in democrazia, che 20-30 mila manifestanti possano bloccare una città intera, persino nei soccorsi di emergenza. Questa non è più democrazia, ma prepotenza, mentre l’idea di trattare con i manifestanti per evitare incidenti si è rivelata un’utopia. Non è possibile che le Forze di polizia siano lasciate in balia della violenza senza che l’imperio della legge abbia il sopravvento e tutti gli incappucciati siano identificati e arrestati in flagranza di reato.

I fatti di Torino ci insegnano che la violenza bruta va stroncata, anzi andava da tempo stroncata. Il clima che si respira è quello della guerra civile e del terrorismo brigatista, a cui sicuramente guardano con nostalgia questi estremisti. Eletti nelle istituzioni che sfilano dietro alle insegne di Askatasuna andrebbero denunciati come fiancheggiatori della violenza ed emarginati dalla politica istituzionale. Senza drastici provvedimenti presi in modo tempestivo, Torino non potrà liberarsi da chi vuole impadronirsi della città, come neppure gli squadristi fecero con la Marcia su Roma, perché il Re pavido chiamò subito al potere Mussolini. Il fascismo qui non c’entra e i contesti storici sono diversissimi, ma il biennio rosso dopo la Grande Guerra inaugurò una stagione di ubriacatura ideologica e di violenza che portò a dover drammaticamente scegliere – come disse Croce – tra ordine e libertà.

Quel cartello dietro al corteo di sabato che evoca la Resistenza fa pensare all’abbaglio incredibile dello storico partigiano Guido Quazza, che vide nei contestatori violenti del ’68 gli eredi dei partigiani.

Protagonista di sabato è una generazione bruciata, quella della Generazione Z, che si è affacciata alla violenza marciando per la Palestina, imbevuta di un antisemitismo feroce e ideologico. Anche sabato le bandiere palestinesi hanno sventolato nel corteo e persino negli scontri: un altro elemento da non sottovalutare. L’invito a non strumentalizzare va rispedito al mittente, perché la situazione è così tragicamente chiara da non consentire interpretazioni, e meno che mai usi strumentali.