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La “tradizionale” conferenza stampa di fine anno del Capo del governo organizzata dall’Ordine dei giornalisti, tradizionale non lo è affatto. Nacque   una trentina di anni or sono – pochi per chiamare in ballo la tradizione-  e ad inaugurarne il corso fu l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti. L’iniziativa, in seno al Consiglio Nazionale dell’Ordine dei giornalisti nacque –si parva licet- da un’idea di chi scrive, il quale, pubblicista eletto per il Piemonte, del CN faceva parte e presiedeva una Commissione di lavoro. Parlò col Presidente Saverio Barbati il quale fu subito entusiasta del progetto e lo portò vittoriosamente all’approvazione alla seduta del CN che si tenne a distanza di qualche settimana. Dopo Andreotti fu la volta di Giuliano Amato; ed i leaders dei successivi governi si succedettero puntualmente ogni anno quali conferenzieri, fino a Mario Draghi. Il quale in tale elenco, è l’unico capo di governo eletto non in rappresentanza specifica di partiti configuranti una maggioranza politica- inattuabile nella realtà partitica attuale – ma nel nome di una intesa di “unità nazionale”. Una assoluta novità è stata quella del ruolo di primo piano svolto, per una intesa politica che ha assolutamente voluto, dal Presidente della Repubblica. Sergio Mattarella non ha scelto il primo ministro seguendo linee politiche imposte da partiti maggioritari, ma lanciando una formula nuova di governo, il quale si ponesse al di sopra delle polemiche svolte dai partiti in nome di un proprio potere dirigenziale diretto. Egli non ha svolto un ruolo protocollare di vidimazione politica, ma costruttivo, di primo piano: per la costruzione di una democratica intesa che desse vita ad un governo il quale per la sua compattezza e per la sua lungimiranza ha poi subito ottenuto un rilevante successo internazionale sul piano economico e politico (malgrado dovesse agire da subito nello sfondo terribile della covid pandemia). II governo, presieduto con grande prestigio e competenza da Mario Draghi ha dato seguito sul piano istituzionale ad un completamento armonico dell’azione politica intrapresa dal Capo dello Stato. Tutto ciò ci porta a pensare alla eventuale apertura di un’ampia e proficua discussione sulla revisione costituzionale del rapporto in Italia fra Capo dello Stato e Capo del governo, nel segno tutelare dell’impronta del primo dei due poteri. Senza con ciò sminuire fortemente la funzione dei partiti, i quali resterebbero al centro del dibattito politico; vitali in campo parlamentare, ove si rifletterebbero in un potere scelto pur anch’esso dal popolo con democratiche elezioni. Naturalmente, sarebbe presupposto fondamentale un più breve mandato presidenziale (come negli USA ed in Francia). E’ questa una problematica che appare indubbiamente di primario interesse politico-costituzionale, per affrontare la quale il popolo italiano dovrebbe   presentarsi in un prossimo domani preparato. SI tratta in ogni caso di problemi che è il tempo di porseli ormai! SI tratta di voler compiere una scelta epocale e di porre fine, fra l’altro, alla avventurosa nascita, estemporanea e continua, di forze politiche le quali si pongono a fianco dei partiti senza aver nulla da proporre se non il successo personale dei loro fautori.  E’ tempo di lasciare ad un passato nettamente superato il mondo politico degli impatti in parlamento fra rigide fazioni dominanti. Troppo comoda la scelta retorica di “lasciare…ai posteri” l’ardua questione di operare una scelta determinante: sarebbe un modo, soltanto, di accantonare la reale urgenza dell’impegno di voler risolvere problemi che travagliano in modi sempre più gravi la gestione politica del nostro Paese.