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Vico e il riformismo, di Giuseppe Brescia

Saggi

Giuseppe Ceci, tra i fondatori del primo nucleo della Società di Storia Patria per la Puglia, dedicò un puntuale saggio a “Viaggio di Ferdinando IV a Lecce nel 1797” ( Giurdignano, Lecce 1915 ), soffermandosi sulle lagnanze espresse già in quel tempo per il prosperare della delinquenza nelle campagne tra Trani e Altamura; ed ebbe poi il merito di ritrovare la rarissima copia della “Vita di Andrea Serrao Vescovo di Potenza”, scritta da Domenico Forges Davanzati ad onore del prelato di prospettive giansenistiche finito sul patibolo a causa delle idee liberali: copia messa a disposizione di Benedetto Croce, che la pubblicò nella “Biblioteca della Cultura Moderna” del Laterza, nel “tragico” 1938, ringraziando apertamente l’amico di antichi studi e criticando la contemporanea “morale accomodante dei preti”. Intendo ora proporre alcune linee inedite del rapporto tra la filosofia del Vico e il riformismo nella età che fu di Carlo di Borbone, poi Carlo III, sul piano etico-politico e giuridico. Anzitutto, nella Pratica di questa Scienza Nuova del 1725 il Vico, nostro europeo Altvater ( come riconobbe il Goethe ), assegna alla propria opera un valore “diagnostico”, dal momento che permette di riconoscere a quale stadio del suo corso si trovi una nazione, sia in rapporto alla propria “acmé” sia nella prospettiva dello stadio successivo di dissoluzione del suo stato. E’ a questo punto che “bisogna lottare duramente per restaurare il senso comune perduto” e riavviare il “ricorso”. Dopo gli studi degli amici Alain Pons, Antonio Verri, Paolo Rossi e altri, mi soffermai su tale tematica a lungo e ultimamente in Le ‘Guise della prudenza’. Vita e morte delle nazioni da Vico a noi ( Laterza, Bari 2017 ), restituendo l’apporto di giureconsulti ed eruditi settecenteschi alle “origini della modernità” e disegnando – non senza audacia – nuovi assiomi per la “religione della libertà” e il ritrovato “senso comune”: 1) E’ quando si sommano due o più opposti errori, che si forma ed avvia il “declino delle nazioni”; 2) Ogni sistema politico ed economico sembra avere ragione nel contestare limiti ed errori del “sistema” opposto ( “Welfare” – liberismo economico, in esempio esponenziale ); 3) Bisogna recuperare l’esigenza del “De Constantia Jurisprudentis”, o del “Diritto universale”, per superare l’ampiezza e complessità delle “nuove crisi”; 4) I peccati della nuova “religione della Libertà” sono i reati di “lesa modalità” ( Le “Guise della prudenza”: vedasi il disastro ferroviario o ambientale in Puglia, anche qui in eminente esempio ). Nella Biblioteca “Giovanni Bovio” di Trani – Sala Beltrani, è custodita la rarissima prima edizione della dissertazione di Giambattista Vico, De nostri temporis studiorum ratione ( Napoli, Felice Mosca, 1709 ), alla segnatura “B – A VIII – 99 “. Ma la curiosità è data dalla dichiarazione annotata sul retro della copertina  della importante memoria vichiana, stampata in 124 pagine, con tutti i paragrafi scanditi elegantemente dalle pecette nel testo. L’appunto così registra: “Nelle note alla Tabacheide del Barufaldi, edizione di Ferrara 1714, a pag. 169, verso 1360 dice: Il sig. Giambattista Vico Napoletano, professore di eloquenza, e signore di molta, e varia, e profonda dottrina ha stampata una dotta dissertazione De nostri temporis studiorum  ratione”. Si attinge al fondo più antico della gloriosa Biblioteca Comunale “Bovio”, risalente al complesso- base del Convento domenicano, poi confluito nella raccolta Beltrani ( cfr. Benedetto Ronchi, La Biblioteca Comunale “G. Bovio” nel primo centenario, Edizioni del Centro Librario, Bari – Santo Spirito, 1970 ). Ma ora scopriamo che l’erudito o giureconsulto settecentesco, tra i primi a conquistarsi una copia della vichiana memoria, ne aveva tratto notizie dalla nota del poema Tabacheide. Ditirambo del ferrarese Girolamo Barufaldi ( o: Baruffaldi ). Nato a Ferrara nel 1675 e deceduto in Cento il 1753, autore della Istoria di Ferrara del 1710, Baruffaldi fu in contatto con Ludovico Antonio Muratori in una contesa tra la Chiesa e il Duca di Modena per i diritti su Comacchio, sospettato tra l’altro di aver trasmesso al proprio interlocutore documenti favorevoli alla tesi opposta allo Stato della Chiesa, e perciò esule in Veneto per alcuni anni. Sia detto qui di passata, il Baruffaldi è anche noto per alcuni falsi di poeti e letterati ferraresi, costruiti per nobilitare le storie patrie con tale abilità di ingannare persino il giovane Leopardi, che dava principio alla propria Crestomazia italiana con due poemetti presunti ferraresi, dati per autentici sulla fede del presbitero e letterato settecentesco. Tornando alla scheda viciana, è lecito, a questo punto, azzardare una ipotesi. L’importante erudito corrispondeva, forse, al nome di Ludovico Antonio Muratori, esperto non solo di storie ferraresi e memorie italiche, ma specialmente di ogni novità storiografica e filosofica di rilievo, apparsa in ambito nazionale. Era in contatto con Baruffaldi. Mantenne, riebbe e attestò intrecci epistolari, diretti o indiretti, con amici ed estimatori del Vico, in una fitta trama di rimandi, attestata da Fausto Nicolini nel celebre Commento storico alla seconda Scienza Nuova ( Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1950, alle voci 431, 471, 485, 699, 783 e 873, 1027, 1046, 1051 e 1390 ). In particolare, Muratori, nelle “Antichità italiche” ( tomo VI, dissertazione 73 ), fu autore coevo della ricerca De monasteriis in beneficium concessis ( 1742 ), che trattava lo stesso motivo  del libro di Vico alla sua terza edizione (1744), al paragrafo 1390. Inoltre, Vico fece pervenire biglietti e anticipazioni di copie della propria opera al Muratori, per i buoni ufficii dell’ebreo massone di Livorno, e fondatore colà della prima Loggia massonica italiana, Giuseppe Athias, di cui Vico parla distesamente nella Autobiografia del 1725 ( v. la edizione Bompiani del 1947, curata dallo stesso Nicolini, ai medaglioni illustrativi dedicati al gran tema: n. 4.Un ebreo massone: Giuseppe Athias, pp. 184-190 ). “Qui va detto a maggior chiarimento che sin dal 17 agosto 1725 il Sostegni aveva preannunciato all’ Athias l’imminente comparsa della Scienza Nuova prima, inviandogli da Napoli questo biglietto, che, mandato poi dall’ Athias stesso al Muratori, è stato rinvenuto tra i carteggi di quest’ultimo: ‘Tutti questi letterati, che in Napoli l’avevano conosciuto, hanno brillato d’allegrezza in sentir di sua persona, specie Paolo Mattia Doria e Giambattista Vico. Il quale ultimo ha in ordine un’operetta di nuovo e profondo sapere intorno al diritto delle genti ed istoria delle nazioni, scoprendo infinite cose, oltre quelle che ne hanno scritto Grozio, Seldeno, Obbes, Puffendorfio, e mostrando, benché con somma modestia, ciò che costoro hanno errato. Il volume sarà in dodici, ma pregno di lumi innumerevoli, onde potrebbe ingrandirsi con un copioso commento, additando l’erudizione che verrebbe in conseguenza di quello. Giacché di questa egli non fa pompa, ma quella sola ne porta, la quale è necessaria per una ripruova de’ suoi principii. E poiché l’opera è indirizzata alle Università di Europa, vorrebbe qualche canale sicuro per trasmetterla in Inghilterra ed in Olanda, la comodità del quale non potrà mancare al signor Athias. Che però la prego in di lui nome che, uscita l’opera, voglia prendersi questa briga di farla colà pervenire, ché, per quello che riguarda la spesa, do ordini al signor Mazzoni, che le sborsi quanto ci sarà di mestiero ad ogni di lei richiesta’” Dove si vede che, parlando di “lumi innumerevoli” a proposito della Scienza Nuova seconda, l’amico di Vico, canonico regolare lateranense, Roberto Luigi Sostegni, prefatore degli Ultimi onori di letterati amici in morte di Angiola Cimmini, bene serbava a mente, per contrasto, la definizione di “lumi sparsi”, conferita nella Autobiografia, invece, ai Pensieri di Blaise Pascal. Quando il Vico aveva detto, conversando di Cartesio: “Né la sua metafisica fruttò punto alcuna morale comoda alla cristiana religione, perchè non solo non la compongono le poche cose che egli sparsamente ne ha scritto, e ‘l trattato delle Passioni più serve alla medicina  che alla morale; ma neanche il padre Malebranche vi seppe lavorare sopra un sistema di moral cristiana, ed i Pensieri del Pascale sono pur lumi sparsi” ( ed. Nicolini, citata, del 1947, pp. 35-36: donde programmaticamente derivò il titolo Alfredo Parente, per il suo Croce per lumi sparsi, La Nuova Italia, Firenze 1975 ). Comunque, la posizione centrale del Muratori, anche  “mediana” tra il ferrarese Baruffaldi e il napoletano Vico, autorizza la conclusione che la copia del 1709 del De nostri temporis studiorum ratione, posseduta dalla Biblioteca Civica tranese, sia transitata dalle mani dell’erudito, letterato e storiografo settecentesco a quelle di un altro emerito studioso, giurisperito e storico coevo: e di qui successivamente, nel fondo più antico della Biblioteca “Bovio”, per le acquisizioni di Giovanni Beltrani. In merito, ci soccorre ancora una rarità stupenda, serbata nella medesima istituzione bibliografica, la prima edizione dei Cinque Libri di Giambattista Vico de’ Principi d’una Scienza Nuova d’intorno alla comune natura delle nazioni, in questa seconda impressione ( Napoli 1730, A spese di Felice Mosca, qui alla segnatura “1 – A  – 794” ): dove, in anteporta e in calce, è diligentemente riportato, dal “precedente possessore”, il nome di “Johannes Donatus Rogadeo”. E’ lui, il bitontino avvocato e giureconsulto, storico e massone, Giovanni Donato Rogadeo, o Giandonato Rogadeo ( 1718-1784 ), autore di una Breve risposta alla scrittura formata in difesa della Università di Palo ( Napoli 1753 ), e Dell’antico stato de’ popoli dell’Italia Cistiberina ( Napoli 1780 ), oltre che della riedizione “novissima” Dei delitti e delle pene del Beccaria, con ampio commento ( Napoli 1781 ), nonché donatore di proprii libri in quasi tutte le più importanti biblioteche italiane; è proprio lui, il felice tramite tra le “scoperte” muratoriane, le “citazioni” di area ferrarese, e le donazioni susseguenti delle prime edizioni di originali opere vichiane. Risulta dagli inventari della Biblioteca romana del Collegio Romano dei Gesuiti, il nomen del “possessore precedente”, Giovanni Donato Rogadeo: ad esempio dei testi di Johannes Stobaeus, Gemistio Pletone Giorgio; Canter Willem ( Muret Marc Antoine éditeur, 1542-1575 ); e soprattutto del fondamentale, per il preminente interesse vichiano, Justus Lipsius, Antiquarum lectionum Commentarium, tributus in libros quinque; in quibus varia scriptorum loca, Plauti praecipue, illustrantur aut emendantur ( Antuerpae, ex Officina Christophori Plantini, 1575 ); oltre che di tante  opere di Virgilio, Alessandro Piccolomini, Johannes Leunclavius e altri umanisti. Per formazione e dottrina, Giandonato Rogadeo difendeva i diritti delle “universitates civium”, le “università” come “comunità” civiche, di Palo del Colle, Terlizzi, Bitonto, nei rispetti delle pretese ducali e baronali. E lasciava traccia del proprio lavoro giurisprudenziale, e insieme filosofico-storico per interesse connaturale: donde il recupero dei testi del magistrale Vico, l’  “Altvater”, o “patriarca” della filosofia italiana, giusta la classica definizione datane da Volfango Goethe nel Viaggio in Italia. E’ spontaneo, e doveroso a un tempo, chiedersi, se mai, giunti a questo punto dell’investigazione storico-erudita, ci sia, presso la stessa Biblioteca “Bovio” ( cui auguriamo ogni autorevole conforto e appropriata direzione ), altra opera donata, o acquisita, dello stesso Giandonato Rogadeo. Ebbene, la risposta è sì: alla segnatura “ 2- B – 1564 “, essa c’è, e consiste nella splendida traduzione italiana dell’opera Del ricevimento de’ Cavalieri e degli altri fratelli dell’insigne ordine Gerosolimitano della veneranda lingua d’Italia ( Napoli, Vincenzo Orfino, 1785, pp. XXII-404 ).Questa traduzione, dall’originale latino compilato dallo stesso Rogadeo, porta in frontespizio il sigillo editoriale di libro e compasso, a significazione dell’appartenenza storica dell’ autore: ma soprattutto conferma, come chiudendo il cerchio, la vicinanza di Rogadeo e Muratori al Vico: e, attraverso questi, alla costituzione della Biblioteca “Bovio” di Trani e insieme alla funzione civile della “Nuova Scienza”. Approfondendo l’indagine, e ripigliando il corso di studi giovanili sul rapporto tra Vico e il “riformismo”, ne troviamo altre tracce nel rapporto tra Damiano Romano ( Napoli 1708-1766 ) e Nicola Fraggianni, il primo studioso dello stesso Vico in merito al tema dell’ “erramento ferino” e della eterodossia “cattolica”; il secondo giurisdizionalista di Barletta ( 30 aprile 1686 – Napoli 9 febbraio 1763 ), di chiara fama anche napoletana ed europea. In particolare, Damiano Romano ( citato anche nella laboriosa “Bibliografia vichiana” di Croce-Nicolini, Ricciardi, Napoli 1947, vol. I, pp. 234-235 e passim ) fu autore di un’operetta stampata a Napoli da Serafino Persile nel 1749, dedicata a Nicola Fraggianni, dal titolo Il vero senso della favola del Ciclope. Dissertazione epistolare, collocandosi nel quadro della disputa sulla usura, passata dai giansenisti olandesi agli illuministi italiani, e in cui il “Ciclope” è visto come allegoria della usura, in quanto personaggio mitico “il quale portava un occhio solo sulla fronte”, simboleggiando così “al vivo il carattere dell’usuraio tenace ed ingordo, (..) tutto dedito a far acquisti illeciti” ( cfr. Franco Venturi, Settecento riformatore, Einaudi, Torino 1959, p. 136n., oltre che in vari altri luoghi sul carteggio di Bartolomeo Intieri alla “Corsiniana” di Roma; e in Alle origini dell’ illuminismo napoletano, “Rivista Storica Italiana”, LXXI/3, 1959, pp. 416-456 ). Si trattava della volontà particolare di emanciparsi da Roma, come l’elemento più vivo ed attivo della cultura napoletana del primo Settecento, tentativo in cui rientrava la grande prova del “Concordato” tra la Santa Sede e il Regno di Napoli, retto da Carlo di Borbone, il 1727-1729 ( v. Fausto Nicolini, Un grande educatore italiano: Celestino Galiani, Napoli 1951, pp. 63-65; e Giuseppe Carulli, Elogio del Marchese Niccola Fraggianni, In Napoli, presso J. Simoni, MDCCLXIII; Francesco Palermo, Il secolo XVIII nella vita di Niccolò Fraggianni napoletano per Francesco Palermo, Firenze, edito dal Vieusseux, 1885; Sergio Masella, Niccolò Fraggianni e il Tribunale dell’Inquisizione a Napoli, Napoli, Athena Mediterranea, 1972; Elia Del Curatolo, Per una biografia di Niccolò Fraggianni: la giovinezza, Estratto dalla Rivista “Clio”, 1971, n. 2; Raffaele Ajello, Arcana Juris. Diritto e politica nel Settecento italiano, Jovene, Napoli 1976, passim, al Cap. III, Vico e Riccardi nella crisi politica del 1726, e La vita politica napoletana sotto Carlo di Borbone, in Storia di Napoli, VIII, Cava dei Tirreni 1972, pp. 708-713 ). Ma per tornare a Damiano Romano, e ai riflessi della di lui adesione al “riformismo” anche in area barlettana e meridionale in genere, giova altresì ricordare la importante Difesa della sentenza di morte profferita, ed eseguita contro di Saverio, Antonio e Giuseppe Ostuni, ladri di strade pubbliche, di galea ad tempus contro Vito la Rosa, e di Ruggiero, Michele Cilla, e del più che riguarda la persona dell’olim D. Giuseppe Mazza, Regio Governatore di Barletta ( memoria pubblicata in Napoli il 1° Dicembre 1762, contro i reati di latrocinio e usura loro ascritti). Sul Romano, scriveva Bernardo Tanucci: “Nei Tribunali la morte ha molto disarmato. Non sono più Ippoliti, Rocca, Fraggianni, Romano, Ventura, Danza” ( Napoli, 2 giugno 1767, in “Archivio Storico Napoletano”, Libro 23: cit. in Rosa Mincuzzi, Bernardo Tanucci ministro di Ferdinando di Borbone. 1759-1776, Dedalo, Bari 1967, pp. 70-71; a cura della quale Mincuzzi, è da vedersi anche l’edizione regestata delle Lettere di Bernardo Tanucci a Carlo III di Borbone (1759-1776), Roma, “Istituto per la Storia del Risorgimento”, 1969 ). Insieme, Damiano Romano, Fraggianni e Rapolla firmarono tra l’altro la Consulta sulla “giurisdizione feudale” del 27 novembre 1758  ( cfr. Giovanni Masi, L’Azienda pubblica del Regno di Napoli dal 1771 al 1782, Adriatica Editrice, Bari 1948, pp. 92-97 e Raffaele Colapietra, La Dogana di Foggia. Storia di un problema economico, Edizioni del Centro Librario, Bari – S. Spirito, 1972, p. 43 nota ). Ed è in questo ambito, che ripropongo un interessante inedito, quale la lettera-esposto al Preg.mo Gent.mo “Signor Marchese Bernardo Tanucci – Segretario di Stato”,  vergata in “Napoli 15 marzo 1759” dal Dev.mo Damiano Romano, concernente le contese amministrative per i diritti feudali dell’ “Abbazia di Montecassino”: “La Causa de’ Cervaresi col Reverendo Abbate di Montecassino mi obbligò nella esta’ passata a dare alle stampe alcune poche Riflessioni Storiche Critiche sopra la favola del diploma di Gisulfo II, duca di Benevento, sopra la Spureità della Cronaca Cassinese detta Ostiense, e sopra la poca, o niuna fede, che merita oggi l’Archivio di Montecassino. A capo di cinque mesi rispose l’ Avvocato Guidotti, satirizzando contro di mé ( sic ), e ricorrendo all’ Asilo della Prescrizione immemorabile. Il che mi pose nell’obbligo di fargli conoscere la sua temerità, e la sua ignoranza colla mia Confutazione Storica Critica. E perché, divolgatasi appena, se ne andarono via in due settimane tutte le copie, che avea fatto stampare per le inchieste, che n’ ebbi, perciò, avendo risoluto di farla ristampare a mie spese, stimai di ridurre i punti della Controversia a tré dissertazioni Critiche, Storiche, Legali, per meglio chiarire la cosa, e per dileguare i pregiudizii, ne’ quali si è vivuto fin’ ora. Interessano i suddetti punti assaissimo il nostro Regno, non solo perché vengono a rischiarare la Scienza feudale, e la Storia normale, ma ben perché sono di giovamento grandissimo al Comune de’ Vassalli de’ Baroni Ecclesiastici, ed al Regio Fisco per le denuncie, e Risulte, che pendono nella Regia Camera contro de’ Monaci Cassinesi, e contro di altri Ordini Regolari, che posseggono delle vaste Baronìe nel nostro Regno. Per atto di mia atenzione ne rimetto una Copia a V. E., e resto col baciarle dist.(intamente) le mani di V. E.

          Napoli, 15 Marzo 1759             

Ecc.mo Sig. Marchese d. Bernardo Tanucci

          Segretario di Stato.                                                  Div. Obbl.mo  Damiano Romano “.

La lettera autografa, proveniente dal mercato antiquario ( insieme con altre due al Marchese di Villarosa, sulle riserve clericali a proposito del pensiero di Giambattista Vico, rispettivamente di Emanuele Muzzarelli, bolognese, Monsignore auditore presso la Sacra Rota, in Roma 24 dicembre 1829, e del Cardinale Giulio Maria della Somaglia, Roma 10 gennaio 1820 ), dimostra l’impegno giurisdizionalistico e anticurialistico dei giureconsulti ed eruditi meridionali, napoletani e pugliesi in genere, e che si inseriscono attivamente nel moto “riformistico” del Regno di Napoli, all’altezza del Re Carlo di Borbone: sempre con débito ideale verso la lezione di “Diritto Universale”, o “Diritto al Diritto”, proclamata da Giambattista Vico, e per quanto a volte persino polemicamente discussa.

                                                                    Giuseppe Brescia

                                                                    Società di Storia Patria per la Puglia – Sezione di Andria

18 Ottobre 2020/da user-pannunzio
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Collegamento a: GIUSEPPE BRESCIA – Radici dell’occidente Collegamento a: GIUSEPPE BRESCIA – Radici dell’occidente GIUSEPPE BRESCIA – Radici dell’occidente Collegamento a: 20 ottobre 1944 – 20 ottobre 2020, la strage di Gorla, di Achille Ragazzoni Collegamento a: 20 ottobre 1944 – 20 ottobre 2020, la strage di Gorla, di Achille Ragazzoni 20 ottobre 1944 – 20 ottobre 2020, la strage di Gorla, di Achille Ragazzo...
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