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Un patriota meridionale: Pietro Colletta, di Achille Ragazzoni

Ieri

Il 13 novembre 1831, 190 anni fa, si spegneva in esilio a Firenze, ove era ospite dell’amico Gino Capponi, Pietro Colletta, non ancora cinquantasettenne (era nato a Napoli il 23 gennaio 1775). Si tratta di un personaggio poco conosciuto o misconosciuto, come oramai capita alla maggior parte dei protagonisti del Risorgimento e non ritengo inutile, quindi, rievocarne qui la figura. Nato in una famiglia della piccola borghesia, preferì intraprendere la carriera delle armi piuttosto che quella forense, cui la famiglia lo aveva indirizzato. Uscito ufficiale d’artiglieria dalla Nunziatella, si batté con valore contro i francesi che avevano invaso il Regno di Napoli. Aderì comunque all’effimera Repubblica del 1799, cosa che gli impedirà, al ritorno dei Borboni, di continuare la carriera militare. Per vivere, dunque, praticò la professione di architetto e ingegnere civile. Nel 1806 il regime borbonico cade per la seconda volta e l’aura di perseguitato dai Borboni (non del tutto ingiustificata, intendiamoci), lo mette in buona luce presso il nuovo re, Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone. Venne quindi reintegrato nell’esercito e continuò la carriera nel Corpo del Genio. Verrà nominato aiutante di campo del generale Parisi, Ispettore del Genio e già fondatore della Nunziatella nonché valoroso studioso di architettura militare, e nel 1813 sarà il suo successore nella carica di Ispettore del Genio. In quel tempo le numerose cariche che rivestiva, con conseguente cumulo degli stipendi, e i proventi del giornale Monitore Napoletano, del quale nel 1806 era stato tra i fondatori (riprendeva il titolo di una famosa testata napoletana del 1799), gli garantirono un’agiatezza davvero notevole. Fu per questo che si diede per un certo periodo ad una vita dissipata (in sostanza: gli piacevamo molto le donne e la vita brillante), cosa che gli verrà rinfacciata dagli avversari e dai detrattori fin dopo la sua scomparsa! Nel 1808 diviene Re di Napoli Gioacchino Murat. Il Colletta diverrà suo aiutante di campo, nonché fidato ed ascoltato consigliere. Murat lo nominerà Intendente della provincia di Calabria Ultra, con capoluogo Monteleone (oggi Vibo Valentia) e svolgerà questa funzione dimostrando notevole capacità sforzandosi, in parte anche riuscendoci, di migliorare le condizioni di vita della popolazione. Fedele a Murat sino alla fine, fu tra coloro che gli proposero iniziative tese a dar vita ad un moto per l’indipendenza italiana. Non per nulla, dopo la sfortunata battaglia di Tolentino, cui partecipò battendosi onorevolmente, fu tra i compilatori del cosiddetto “proclama di Rimini” (in realtà uscito a Napoli quasi due mesi dopo la falsa data e la falsa località di proclamazione), che tanto colpì il giovane Alessandro Manzoni. Il proclama si può considerare uno dei primi documenti del Risorgimento, e vi si auspica l’indipendenza d’Italia dalle Alpi allo Stretto di Scilla. Le cose, però,  si mettono male per Murat e, incaricato dallo stesso sovrano, il Colletta fa parte della commissione che tratterà il passaggio dei poteri. Questa commissione riuscirà ad ottenere molte cose, la conservazione di numerosi provvedimenti presi durante il periodo murattiano, il perdono generalizzato per tutti coloro che avevano operato contro il regime borbonico e l’inserimento nelle nuove forze armate, con lo stesso grado e gli stessi onori, di tutto il personale che aveva servito nell’esercito e nella marina murattiani. Il Colletta continuò quindi la carriera militare finché, nel 1820, sulla spinta dei moti carbonari, promossi da ambienti militari, il re Ferdinando I non concesse la Costituzione. Sotto il regime costituzionale, il Colletta diverrà Ministro della Guerra e della Marina, succedendo a quel generale Parisi del quale era stato collaboratore. Con la fine del regime costituzionale viene, senza processo, condannato all’esilio in territorio austriaco e si dovette recare a Bruenn (oggi Brno) in Moravia. Molto stimato dagli austriaci (potrà sembrare strano ma allora non imperava quell’odio ideologico che oggi pervade tutto e che porta a disumanizzare l’avversario), dal Metternich in particolare, verrà da questi aiutato ad uscire dalla miseria in cui era caduto. Fu allora che il Metternich, facendo un po’ il muso duro coi Borboni di Napoli, li costrinse a fargli somministrare un sussidio e ad acquistare alcune sue proprietà.

Quando la sorveglianza si allentò, gli si diede l’opportunità di scegliere un’altra dimora per l’esilio e allora si trasferì a Firenze, dove si legò di profonda amicizia con Gino Capponi, che gli aprì le colonne delle sua prestigiosa Antologia, una delle rassegne culturali più importanti dell’epoca nell’intera Europa. Pubblicò anche scritti scientifici e di storia letteraria presso le varie Accademie di cui era socio, nel Granducato di Toscana, nel Regno delle Due Sicilie e nell’allora britannica Corfù, dove però predominava la cultura italiana. Tutti questi scritti sono oggi considerati “minori”, in realtà, come vedremo, sono i migliori dell’Autore. Egli, invece, riteneva in assoluto come propria opera migliore quella Storia del Reame di Napoli, cui lavorò per decenni e che uscirà postuma, tre anni dopo la morte per le mitiche edizioni della Tipografia Elvetica di Capolago, curata anonimamente dall’amico Gino Capponi.

Sì, perché come storico di un periodo che riguardava direttamente la propria vita, Pietro Colletta non poteva essere obiettivo, per forza di cose. Oggi quella Storia deve essere letta come un documento ideologico del primo Risorgimento, non come opera storica in quanto tale. Venne contestata da molti personaggi ancora in vita all’epoca della pubblicazione, che ebbero buon gioco nel sottolinearne, documentandole, le molte inesattezze contenute circa i fatti che li riguardavano. Il libro venne criticato anche da personalità sulla cui fedeltà ai valori del Risorgimento nessuno potrebbe dubitare (Benedetto Croce tra questi, tanto per fare un esempio).

Se viene letta, invece, come opera politica ed educativa, la Storia del Colletta ha ancora un suo valore. Scienziato e tecnico di vaglia il Colletta, come storico probabilmente fallì. Ma, se paragonato a certi “storici” attuali, che pubblicano saggi in cui si minimizzano o si negano la tragedia delle foibe e l’olocausto giuliano-dalmata, in cui si nega che il fascismo abbia prodotto alcunchè di positivo, in cui si vuol dimostrare che il padre del fascismo è stato Mazzini per il tramite di Nietzsche, ebbene, di fronte a tali scribacchini il buon Colletta ci appare come un gigante della storiografia.

12 Novembre 2021/da user-pannunzio
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