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A proposito dei rapporti fra Oriente e Occidente, di Carla Sodini

Ieri

Il problema della conoscenza reciproca fra Occidente e Mondo islamico ha origini molto lontane nei secoli. In un libro intitolato L’Oriente dei viaggiatori, e pubblicato nella prestigiosa collana “A EstOvest” (L’Aquila, Textus Edizioni, 2021) con prefazione di Franco Cardini – uno degli studiosi europei che meglio ha indagato la storia dei rapporti fra Occidente e Islam – Ilaria Sabbatini, attraverso lo studio del pellegrinaggio gerosolomitano, affronta questo argomento da un’ottica tutta particolare. Cioè prendendo in esame gli oltre due secoli «di frizione nei rapporti tra Oriente e Occidente che segnò il passaggio dal tardo Medioevo alla prima età moderna». In particolare indaga con attenzione e una sensibilità tutta particolare, la percezione dell’Oriente da parte dei pellegrini occidentali. Utilizza, a questo proposito, un “corpus” fiorentino estremamente ampio – edito e inedito – di diari di pellegrinaggio gerosolomitano d’età tardo medioevale che inizia con il Liber peregrinationis (1288-1291) di Ricoldo da Montecroce per giungere fino al Diario di Andrea Vettori del 1443. Grazie, quindi, all’utilizzo esperto di queste fonti sostenuto da un’ampia bibliografia riportata al termine del libro, l’autrice percorre un suo “viaggio” personale per approfondire i rapporti – come scrive Franco Cardini nell’introduzione, fra la società e cultura occidentale e quelle «non cristiane – anzitutto, spesso, esclusivamente l’Islam – e le loro modalità, sia gli ambienti e gli scenari nei quali l’incontro con “l’Altro” ha avuto luogo (il santuario, la città, il giardino, il deserto, ciascuno con i suoi abitatori non solo umani, ma anche naturali, quindi animali e vegetali)» (Ibid., p. 9). Nella narrazione si alternano voci di religiosi, mercanti, diplomatici e perfino artisti; ognuno con la propria fisionomia ma con, alle spalle, una stratificazione storico-culturale comune molto pesante che individuava nell’”Altro” il nemico secondo due accezioni. La prima di carattere storico-politico che definiva i musulmani come barbari invasori e distruttori della civiltà cristiana derivata dall’invasione musulmana della penisola iberica (iniziata nel 711). La seconda connessa alla volontà di una primazia religiosa da parte cristiana e quindi nell’identificazione di Maometto come l’apostata e il traditore della “vera religione”. L’ipotesi si basava sulla convinzione che Maometto non rappresentasse una fede diversa dal cristianesimo «bensì una «diramazione illecita della confessione cristiana la cui fuorvianza portava i segni dell’impostura» (Ibid., p 38). Quest’ultima visione dell’Islam pagano ed idolatra era stata funzionale anche ad alimentare l’idea di crociata che, a sua volta, enfatizzò la propaganda antimusulmana. Per questo motivo i cavalieri che vestivano la croce diventavano, nell’immaginario occidentale, i nuovi martiri cristiani mentre i saraceni erano interpretati come pagani persecutori e quindi nemici da uccidere. Dalla seconda metà del duecento fino alla fine del XV secolo (che corrisponde al periodo compreso nei diari di pellegrinaggio fiorentini analizzati dall’autrice), cioè nella fase storica corrispondente alla parabola del dominio mamelucco basato su un’aristocrazia militare di stampo feudale, la percezione della Terrasanta era, però, quella di una regione retta in modo pacifico dai saraceni. Si trattava di un’immagine che non solo facilitava, almeno in parte, il percorso dei pellegrini ma che li rendeva anche meno aggressivi nei loro giudizi e quindi più propensi a raccontare anziché interpretare – seppure attraverso individualità assai diverse – le loro esperienze. Per certi aspetti il loro atteggiamento mentale risultava, forse, più diretto e meno condizionato di quanto non siano certi modelli interpretativi attuali.

Il lavoro di Ilaria Sabbatini si divide in cinque capitoli: Il contesto, i rapporti, le culture, l’ambiente, la letteratura di pellegrinaggio. Nel primo capitolo l’autrice sottolinea come, nella crisi crescente del potere dei sultani mamelucchi, i beduini avessero preso il sopravvento con le loro crudeli incursioni. Furono quindi loro, oltre ai pregiudizi del passato, a rappresentare l’oggetto delle paure e delle lamentele dei viaggiatori di allora. Già dalle prime pagine di questa opera il pellegrinaggio viene rappresentato come una delle tante espressioni di una società in movimento avida di esperienze e desiderosa di ampliare i confini geografici e personali della propria conoscenza pur nella contrapposizione delle idee religiose. Alla fine anche i mammelucchi, con le loro ruberie e le loro perquisizioni e “mangerie” rappresentavano qualcosa di diverso, giudicato come tale a seconda della motivazione che avevano indotto i viaggiatori a mettersi in cammino e alla personalità del diarista. A parlare di “mangerie” era stato, ad esempio, Felice Brancacci recatosi al Cairo non per devozione ma per un’ambasceria al sultano. Tra l’altro, anche nella categoria dei mamelucchi, alcuni pellegrini facevano attenta distinzione fra la classe degli amministratori giudicata buona ed accogliente e la canaglia (beduini) dalla quale c’era da attendersi solo ladrocini e vessazioni. In mezzo c’erano i muccheri, ovvero i noleggiatori di animali solitamente molto avidi e i turcimanni, cioè gli interpreti che, quasi sempre, assumevano anche il ruolo di guida e di negoziatori e perciò visti sempre con sospetto dai pellegrini nel timore di venire raggirati. C’era poi, per questi viandanti, il problema del costo dell’alloggio durante il cammino. In questa circostanza i più avidi non erano i mamelucchi ma i cristiani rinnegati come scriveva Simone Sigoli (1384), compagno di viaggio del Frescobaldi e del Gucci. Naturalmente i religiosi come Gaspare di Bartolomeo, prete del duomo di Siena, erano preoccupati soprattutto dei divieti che impedivano ai cristiani di visitare i luoghi Santi. Perfino il tempio di Salomone, centro della fede del popolo ebraico, andava guardato da lontano per timore dei saraceni dal momento che il complesso, all’epoca del prete senese, era tornato ai mamelucchi che l’avevano restituito al culto musulmano. Le ansie si riversavano soprattutto su Gerusalemme e sull’accesso al Santo Sepolcro per cui si doveva pagare ai musulmani una cifra non indifferente. Nel contesto più generale, tra la seconda metà del XV e il XVI secolo, le difficoltà d’accesso ai luoghi sacri e alla Terrasanta fu causa anche dello spostamento verso Occidente dei flussi dei pellegrini e della nascita dei Sacri Monti (Ibid., p. 94). Basti pensare ai complessi del Varallo, di San Vivaldo e di Orta. Comunque, fatte alcune eccezioni, ai viaggiatori non interessavano le distinzioni teologiche e confessionali dei saraceni bensì gli aspetti pratici della loro religiosità. Erano incuriositi dal loro modo di pregare, dai riti, dagli spazi di culto e dalla maniera di affrontare il pellegrinaggio alla Mecca. Interpretavano, però, ciò che vedevano o sentivano dire, attraverso il filtro di categorie occidentali per cui la “moschea” equivaleva alla “chiesa dei saracini” e i muezzin ai “cappellani e ai chierici che gridano il giorno e la notte dai loro campanili”. Pur da questi presupposti, nei racconti dei diari fiorentini venivano individuati implicitamente nel “gruppo d’insieme dei saraceni” i “sottogruppi” degli arabi e dei mamelucchi. Agli occhi di Niccolò da Poggibonsi, poi gli arabi si potevano suddividere in “salvatici e dimestichi”. I primi corrispondevano ai beduini nomadi sicuramente più pericolosi degli altri. Tutti i viandanti erano, inoltre, attratti dai costumi dei saraceni e, più in generale, degli orientali. In particolare dagli abiti femminili perché le femmine portavano i calzoni e coprivano quasi completamente il volto con un velo nell’uscire di casa. La curiosità per questo mondo andava oltre le abitudini del vestire spingendosi fino allo spazio sociale riservato alle donne in Oriente. Leonardo di Niccolò Frescobaldi notava con sorpresa la grande quantità di mercantesse che aveva incontrato ad Alessandria e al Cairo. Queste signore non solo sapevano fare molto bene il loro lavoro ma erano anche abituate a cavalcare su lunghe distanze per portare in giro le merci. Le abitudini alimentari erano un altro oggetto di curiosità da parte pellegrini occidentali che guardavano con stupore all’uso di cucinare e cenare per strada, di prendere con le mani il cibo da un solo piatto stando accovacciati per terra. Di fronte a realtà e abitudini tanto diverse era difficile, per questi narratori casuali, spiegare e scrivere ciò che non conoscevano e di cui non avevano esperienza. Quindi, ancora prima che agli altri, dovevano spiegare a loro stessi il significato di tante esperienze e cercare di inserirle in categorie più note. Era perciò immediato che questi viaggiatori prediligessero gli aspetti “etnologici” cercando di costruire percorsi cognitivi sulla base delle loro conoscenze e, per certi aspetti, lontani anche da vecchi pregiudizi culturali. Scrive con grande acume l’autrice a questo proposito: «Non si vogliono certo dimenticare i conflitti e le differenze propri di una radicale alterità tra Oriente e Occidente. Ma neppure si può trascurare la lezione di Braudel che, in quel fortunato concetto di confine liquido, definiva il Mediterraneo come fattore di unione piuttosto che di divisione… Il Mediterraneo, con la sua capacità di connettere al proprio interno una vasta gamma di consuetudini, usanze e modi di vita, poteva articolarsi in molti mari differenti senza per questo smettere di essere un unico mare comune» (Ibid., pp. 218-219). L’esperienza di viaggio era sempre legata, in questi diari, anche alla descrizione dei luoghi e delle città visitati. Molto spesso i nodi mercantili del Vicino Oriente non coincidevano con quelli santi della cristianità come Gerusalemme, Betlemme e Nazareth. Anche nella descrizione dei centri commerciali, i pellegrini usavano lo strumento della comparazione con le cose conosciute. È noto che i centri di maggiore attrazione erano Damasco, Alessandria e Il Cairo con i loro palazzi e i grandi mercati dove risultava più agevole muoversi per la presenza di tanti venditori e acquirenti provenienti dai luoghi anche molto lontani. Con la descrizione del palazzo del sultano la narrazione raggiungeva, nei diari, il suo apice. Di solito veniva rappresentato come luogo di mistero dove il signore viveva con le sue mogli, i famigli e gli eunuchi. Viceversa i pellegrini, nel parlare di città e luoghi Santi come Gerusalemme, Betlemme e Nazareth, concentravano l’interesse solo su alcuni particolari soprattutto se “notabili e miracolosi”. «Mentre la città fisica scompare prende consistenza la città spirituale», scrive l’autrice, «quella disegnata dalle memorie cristiane. È la presenza divina che impregna i Loca sancta a farli assurgere a mete privilegiate dell’evento religioso. Questo è ciò che i pellegrini cercano: la tangibilità dei luoghi letteralmente imbevuti di presenza sacra» (Ibid., p. 239). Nel descrivere gli ambienti naturali – giardini, montagne, deserti – i pellegrini usavano parole di meraviglia e stupore. Ma la vera protagonista della loro rappresentazione era l’acqua sia nella descrizione di grandi fiumi come il Nilo – fiume paradisiaco per eccellenza legato all’idea di fertilità – sia nelle condizioni prodotte dalla sua assenza, cioè nell’ambiente desertico. Anche in quest’ultimo contesto arido, sconosciuto e disperante, il pellegrino poteva trovare nell’oasi la consolazione alle sue fatiche e un la consolazione di un segno divino. Nella descrizione di alcuni animali quasi sconosciuti, gli autori dei diari fiorentini tendevano, al contrario del passato, ad aderire al vero, secondo l’idea di realtà naturale che si aveva nel Medioevo. Con la scomparsa dell’impero romano la gran parte delle bestie raccontate da questi diari era svanita dall’orizzonte visibile dell’Occidente cristiano. Elefanti e giraffe destarono nei viandanti, quindi, grande attenzione dal momento che si trattava di animali assai poco conosciuti. Scarsi anche gli incontri diretti con il coccodrillo tanto da essere descritto come un serpente di fiume. Più conosciuto era, invece, il cammello perché spesso utilizzato dai pellegrini come animale da basto e da soma. Dopo questo affresco complessivo tanto particolareggiato, l’autrice conclude il suo libro tornando all’inizio della narrazione per definire meglio, alla luce del proprio lavoro di scavo interpretativo, la fisionomia dei pellegrini fiorentini autori dei diari esaminati in relazione anche all’appartenenza sociale. La maggioranza era costituita da religiosi; quattro frati e cinque preti. Altri cinque autori appartenevano, invece, all’ambiente mercantile borghese. Figurava poi anche un musico e uomo di corte, Dolcibene de’ Tori (Avemaria di messer Dolcibene, 1349) e una figura a metà fra le due categorie. Si trattava di Zanobi del Lavacchio (Santo viagio, 1489), cappellano nella spedizione di Luigi di messer Agnolo della Stufa che, nel 148,8 fu ambasciatore della Repubblica di Firenze presso il sultano d’Egitto e che da lì proseguì il suo viaggio verso la Terrasanta.

5 Febbraio 2022/da user-pannunzio
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