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Albert Schweitzer nacque a Kaysersberg, nell’Alto Reno, nel 1875 e morì a Lambaréné, nel Gabon (Africa) nel 1965. Figlio di un pastore luterano, egli non fu sempre medico. Fin dalla giovane età intraprese gli studi di letteratura, di filosofia, di teologia e di musica, divenendo un ottimo docente universitario a Strasburgo. Fu un eccellente musicista ed entrò a far parte come organista della prestigiosa Société J.S. Bach, ottenendo in breve tempo numerosi riconoscimenti in campo nazionale ed internazionale. Come studioso, si dedicò non solo alla musicologia (famosi un saggio su Bach del 1905 e un’edizione critica delle opere per organo nel 1912-1914), ma anche a ricerche storiche e teologiche sulla vita di Gesù’ e gli inizi del Cristianesimo. Di alta statura, magro con i grossi baffi spioventi, elegante, sempre vestito di bianco, Schweitzer era sicuramente non solo un bell’uomo, ma anche un uomo bello, che piaceva alle donne e mieteva successi in tutti i campi dello scibile umano, dalla musica alla filosofia, alla teologia, all’arte, alla letteratura. Gli studi filosofici lo portarono a scrivere una importante opera sull’etica, intitolata CIVILTÀ’ ed ETICA, in cui maturò in tutta la sua grandezza la sua idea missionaria. Il concetto morale che ha ispirato la sua opera si può riassumere nella sua famosa formula “Rispetto per la vita”. Schweitzer non smetteva mai di rilevare che “il bene che facciamo agli uomini di colore è un atto non di carità, ma di riparazione……per cui le nazioni che possiedono colonie devono sapere che si sono accollate una grave responsabilità’ dal punto di vista umanitario”. Per poter realizzare la sua idea missionaria, il grande dottore iniziò a studiare medicina dopo i 30 anni, specializzandosi in malattie tropicali, e nel 1912 si trasferì con la moglie in Gabon, a Lambaréné, dove costruì un piccolo ospedale per la cura dei lebbrosi. Le 45 modeste e povere costruzioni di legno a un solo piano che costituivano il complesso ospedaliero ospitavano 500 malati, di cui 150 erano affetti da lebbra, e nonostante i mezzi fossero inadeguati, si registravano giorno per giorno molte guarigioni e la sconfitta inesorabile della stregoneria. Dal 1913, Albert Schweitzer, svolse la sua opera di medico in questo angolo lontano dell’Africa. Folgorato dal desiderio di alleviare le sofferenze delle più misere popolazioni della terra, portò ai popoli arretrati il primo sollievo curando i mali del corpo, condizione essenziale per migliorarne l’intelligenza e l’istruzione. Quando un individuo primitivo si sente libero dalla sofferenza fisica potrà disporsi ad accogliere l’insegnamento della intelligenza. Di fronte alla miseria fisica degli indigeni della foresta vergine, il dottore ebbe l’intuizione che il rispetto per la vita è l’idea fondamentale dell’etica. “Il principio fondamentale della moralità consiste nel conservare, assistere, migliorare la vita; mentre distruggere, nuocere ed ostacolare la vita costituiscono l’essenza del male. Il grande dottore bianco identificava la religione con la morale e dichiarava che troppo spesso si commette l’errore di elevare una barriera tra l’una e l’altra”. Per Schweitzer, la vita come tale è sacra e va rispettata in tutti gli esseri viventi: la vita di un nero va rispettata al pari della vita di un uomo bianco. Nell’etica scriveva più’ tardi: “Per l’uomo veramente morale la vita come tale è sacra; egli non frantuma un cristallo di ghiaccio che brilla al sole, non strappa una foglia dall’albero, non stacca un fiore, mentre cammina sta bene attento a non calpestare un insetto. Se lavora alla luce di una lampada in una sera d’estate, preferisce tenere chiusa la finestra e respirare un’aria viziata, piuttosto che vedere un insetto dopo l’altro precipitare sul tavolo con le ali bruciate”. La presenza di questo grande dottore alsaziano in Africa ha indicato al mondo intero a quali altezze lo spirito umano possa salire. Per la sua straordinaria opera umanitaria, nel 1952 gli fu conferito il premio Nobel per la pace, che ha contribuito ulteriormente a creare intorno al famoso Grand Docteur Blanc un alone di leggenda. Con i soldi ricavati dal prestigioso premio fece costruire il villaggio dei lebbrosi inaugurato l’anno successivo con il nome di Village de la Lumiére (villaggio della luce). “Schweitzer non volle più tornare a vivere nella sua terra natale, preferendo morire nella foresta vergine vicino alla gente a cui aveva dedicato tutto sé stesso”. La morte lo colse il 4 settembre 1965, ormai novantenne, poco dopo sua moglie, nel suo amato villaggio africano di Lambaréné, e li fu sepolto. Migliaia di canoe attraversarono il fiume. I giornali occidentali ne annunciarono la morte con queste stupende e semplici parole: “Schweitzer, uno dei più grandi figli della terra, si è spento nella foresta”. La rivista TIME lo considerò il più grande uomo del mondo. Dagli indigeni con cui visse e dai quali fu tanto amato, fu denominato “OGANGA” Schweitzer, lo “Stregone Bianco”.