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Guardare la serie Netflix “Avvocata Woo” è un’ottima occasione per riflettere sul nostro modo di comunicare e di entrare in relazione con gli altri. I sedici episodi che la compongono, e che raccontano la vita privata e professionale di una giovane donna nello spettro autistico, sono realizzati sulla base di una struttura narrativa davvero originale: un legal drama che si avvale, talvolta, anche di elementi fantastici (come suggestive immagini di cetacei che fluttuano tra i palazzi) e di toni quasi documentaristici. La cornice entro la quale agiscono i personaggi è quotidiana e quieta, ma anche cruda e reale. In un ritmo fluido, scanzonato e ricco di brillanti note umoristiche s’inseriscono, senza stonature, battute di una schiettezza tagliente. Da ogni episodio impariamo moltissimo. Comprendiamo il significato di gesti che può sentire la necessità di compiere chi si trova nello spettro autistico: da quello proteggersi le orecchie con l’uso di cuffie nei luoghi affollati, a quello di consumare sempre le stesse pietanze. Percepiamo il dolore che può provocare un contatto fisico troppo prolungato, ma anche la forza salvifica di un abbraccio. L’arco narrativo si snoda sullo schermo in modo armonico e lineare, ma mai didascalico. I rapporti che Woo vive (quello con suo padre, il suo fidanzato, i colleghi e i clienti), sono situazioni comuni e, al contempo, distanti dalla maggior parte di noi. Il fatto che Woo sia una donna autistica, infatti, produce nello spettatore neurotipico una sorta di “lucida estraneità” dalle vicende che la coinvolgono, che però non si traduce mai in gelido distacco. Questa serie, infatti, ha il pregio di “registrare” ciò che solitamente avviene nella realtà e di veicolare con leggerezza messaggi fondamentali. Primo fra tutti, questo: l’autismo non è una malattia. Non è una specie di morbo dal quale si deve tentare di guarire. L’autismo è – come ripete spesso anche Federica Giusto sul suo canale Instagram “@autistic_red_fryk_hey” – uno dei tanti modi in cui la mente dell’essere umano può funzionare. Per comprendere la maniera di agire e rapportarsi al mondo di Woo è necessario che lo spettatore neurotipico compia uno sforzo: metta cioè da parte le mappe mentali e i collegamenti logici che, generalmente, guidano le sue azioni per osservare la realtà della giovane donna senza pietismi, né retoriche melense. Woo non ha bisogno della compassione di nessuno. È perfettamente in grado di autodeterminarsi e decidere per sé stessa. Il suo cervello ha semplicemente un modo di funzionare diverso dal nostro e questa particolarità l’aiuta moltissimo nel suo mestiere da avvocato nel quale, peraltro, eccelle. La serie, inoltre, veicola anche una riflessione molto più ampia sul nostro modo di comunicare, che ingloba e “oltrepassa” la tematica dell’autismo. Se è vero che comunicare è un bisogno innato di ogni essere vivente, “connesso” – come ricorda Anna Maria Testa nel suo splendido volume “Farsi capire” – “alla sopravvivenza stessa dell’individuo e della specie” ed è quindi “la cosa più semplice del mondo”; è vero anche che comunicare nel senso etimologico del termine –  cioè quello di “mettere in comune”, entrando in relazione con qualcuno e non limitandosi semplicemente a “dire”-  è un’operazione tutt’altro che semplice, che richiede molta cura. Non sempre riusciamo a realizzare uno scambio, ottenendo di comprendere ed essere compresi a nostra volta dalla persona che abbiamo davanti. Una delle tante cause per le quali i nostri tentativi di entrare in dialogo con “l’altro” si rivelano fallimentari è la nostra erronea convinzione che tutti gli individui ragionino e “funzionino” nel nostro stesso modo. Questa considerazione, valida per tutti, mi sembra particolarmente calzante quando parliamo di autismo. Per riuscire a dialogare dobbiamo cogliere le diversità e trovare un linguaggio comune. Dobbiamo abbandonare la concezione troppo ristretta che abbiamo di “essere umano” e ampliare quelle che possono essere le conoscenze utili ad entrare in relazione con “l’altro”, soprattutto quando costui è un individuo che appartiene ad una minoranza come quella di Woo. Lei è – come suggerisce efficacemente l’immagine che apre la serie e che ritorna nella sigla finale di ogni episodio – “una paperella blu in mezzo a schiere di paperelle gialle”. Si alza in piedi, infatti, nel giorno della sua prima udienza in tribunale e annuncia: «Prima di iniziare l’arringa, chiedo la vostra comprensione. Io sono nello spettro autistico. Quindi, per voi, i miei gesti e le mie parole potrebbero risultare goffi». Chiede di comprendere (cum – prehendere) non di compatire. Di accogliere la sua particolarità, non di ignorarla. Ignorare la diversità, del resto, non è solo un atto inutile ma anche, in qualche modo, violento: porta a considerare ogni caratteristica che si discosta da ciò che noi reputiamo “la regola” non un’“eccezione”, ma una devianza. Così nasce il pregiudizio. Così consideriamo le persone come Woo “malate”, proprio come fa un’amica di Lee Jun-ho che, vedendolo passeggiare insieme a Woo, dà per scontato che il giovane stia facendo beneficenza. Ci sentiamo così legittimati a restare immobili, a non impegnarci ad “andare verso” gli altri e finiamo, inevitabilmente, per ignorare il diverso e dialogare solo con chi reputiamo uguale a noi. Significativo, infine, il fatto che il mestiere di Woo sia quello dell’avvocato. Proprio lei, che sperimenta ogni giorno l’incomunicabilità, si fa portatrice del linguaggio tecnico dei codici e difende i diritti di tutti: anche di quella maggioranza che, sistematicamente, la ignora.