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 Questo gran discutere sulla morte di Papa Benedetto XVI e della gloriosa grandezza del suo pontificato mi induce ad alcune riflessioni, alcune delle quali tratte dal mio libro di narrativa Il viaggio più lungo. Mandai copia del mio capitolo su religione e spiritualismo a Benedetto. Accadde che poche settimane dopo si dimise dall’alto scranno pontificale. Ho sempre sostenuto scherzosamente, e non me ne voglia Sua Santità, sia pure in spirito, che la lettura del mio saggio ebbe in lui effetti devastanti, tali da spingerlo alle dimissioni. Più avanti ne proporrò un sintetico stralcio. Pacifico lo spessore intellettuale e spirituale di Benedetto XVI. Di grande valore le sue encicliche Caritas in veritate  (2009), Spe Salvi (2007), Deus caritas est (2005). La prima in particolare segna un’ulteriore evoluzione della Chiesa Cattolica a superare gradualmente la cultura sociale della beneficenza a favore di una cultura più avanzata e consapevole della necessità, talvolta anche per spinta della stessa comunità cattolica, di una nuova cultura sociale dei diritti dei popoli e delle classi subalterne. Ricordiamo che la prima presa di posizione davvero significativa in materia da parte della Chiesa Cattolica risale alla prima storica enciclica sociale Rerum Novarum – 1891, di Papa Leone XIII. Ne seguirono altre di importanza fondamentale (Populorum Progressio di Paolo VI –  1967 e Centesimus Annus di Giovanni Paolo II – 1991). Non riesco tuttavia a perdonare tre cose a Sua Santità Benedetto XVI.

   La prima: gli attacchi mistificatori contro il maturo Relativismo novecentesco, cultura che fra Illuminismo e ‘900 è stata, strada facendo, superati i fumi del Positivismo, come dell’Idealismo e del Marxismo, riferimento dei processi di emancipazione sociale, attraverso le grandi rivoluzioni democratiche e scientifiche. Una cultura di libertà che ha segnato e segna dialetticamente, quanto profondamente, insieme al Cristianesimo, le sorti dell’Occidente. Nel tempo è stato insistente questo attacco papale, in linea peraltro ad un filone storico del pensiero della Chiesa Cattolica.

   La seconda: il presunto impegno contro la piaga della pedofilia. Benedetto XVI, a mio umile parere, ha fatto lo stretto necessario, niente di più. Ancora oggi aspettiamo giustizia vera nei confronti dei criminali protetti dalla Chiesa e cospicui risarcimenti a milioni di vittime e alle loro famiglie. Si tratta di un dramma epocale, non risolvibile con dichiarazioni di maniera, benedizioni, e interventi a macchia di leopardo che hanno il sapore di ritocchi alla facciata mentre persiste la tragicità del fenomeno. Una grande politica in materia? Sarebbe stata denunciare i presunti responsabili, in collaborazione con le famiglie delle vittime, alle magistrature ordinarie, esponendoli a severe condanne penali e civili, con la necessaria garanzia della Chiesa in materia patrimoniale e con conseguente estromissione dall’istituzione dei responsabili accertati. Sarebbe emerso un cancro diffuso all’interno del corpo della Chiesa Cattolica? Con tutta probabilità, ma sarebbe anche stato premessa di un profondo e autentico rinnovamento.

   La terza: nessuno ha notato novità significative nei confronti del ruolo della donna nella vita della Chiesa. Tema decisivo, quello del rapporto uomo-donna, sia sul piano ecclesiale che sociale, peraltro verosimilmente alla base delle deviazioni psico-affettive di tanti sacerdoti. Questa tesi è largamente confermata dal confronto con lo stile di vita dei sacerdoti delle chiese protestanti, che manifestano senso di responsabilità e affidabilità nei confronti dei minori ad essi affidati. Il secondo e il terzo tema sono consegnati alle cronache, non c’è molto da aggiungere, è tutto noto e alla luce del sole. Approfondirò invece, sia pur brevemente, il tema della cultura della Chiesa sulle libertà e sulle diversità, anche religiose, e i reiterati attacchi al relativismo, con il marcato ruolo in materia di Papa Benedetto XVI. Attingo al mio testo, cui accennavo in apertura (ll viaggio più lungo, 2017).

     … Durante l’Angelus di domenica 9 agosto 2009, Papa Benedetto XVI ha esternato ancora. Questa volta in materia di nazismo, ateismo e nichilismo. Su queste tre grandi questioni della storia e del pensiero universale, così indipendenti tra loro, Papa Ratzinger avrebbe azzardato un’allarmante equiparazione: nazismo uguale ateismo uguale nichilismo. È da chiedersi come sia possibile su un piano intellettuale, religioso e spirituale di tale eccellenza affermare, per definizione e decreto, che un ateo debba essere considerato un nichilista, e un nazista un ateo, mentre un cristiano per definizione un non violento, quando la storiografia ci propone nei tempi figure prestigiose di atei impegnati contro ogni manifestazione di violenza, atei spesso impegnati nella difesa delle democrazie e della civiltà e, all’opposto, figure di religiosi votati alla persecuzione degli innocenti e alla violenza. Da qui ne è nata un’inevitabile discussione pubblica sulle pagine del giornale La Repubblica e, mentre consegno alle stampe questo articolo, sono già intervenuti su quelle pagine Adriano Sofri e Vito Mancuso. Adriano Sofri ha così commentato: «La storia (…) ha mostrato a quali infamie e quali orrori possa condurre l’umanesimo ateo? Certo: come ha mostrato a quali efferatezze abbia potuto condurre il fanatismo della fede, il mettere Dio alla propria testa, e anche il Dio cristiano». Vito Mancuso, giustificava sotto il profilo filosofico-esistenziale la riflessione del pontefice, ma affermava altresì: «Lascio (…) a Benedetto XVI la responsabilità storiografica dell’equiparazione tra nazismo e nichilismo contemporaneo». Insomma, non si possono rendere banali tali argomenti e mi bastano le lapidarie dichiarazioni dei predetti commentatori, peraltro fra loro così distanti culturalmente, per rimettere al buon senso del lettore il giudizio di merito. D’altronde, ne sono convinto, avremo ancora modo di intervenire su questi e altri temi, oggetto della produzione ecclesiale e intellettuale di Papa Ratzinger. Mi limito a commentare un fatto: la ricorrente nostra pratica di replicare a Sua Santità nasce in parte, certo, dall’importanza del suo ruolo per le sorti del mondo ma anche, più banalmente, dal fatto che in uno Stato laico e democratico come è la nostra Repubblica italiana è assolutamente ordinario raccogliere consensi e dissensi. Certo che se i dissensi, da più parti argomentati, comunità cattolica compresa, si palesano così più frequenti dei consensi, occorre – lo affermo sommessamente – che il protagonista valuti una pausa di riflessione nell’interesse generale. Se il dissenso si ripete, se qualificati professori negano la sufficienza ad una così alta autorità, come si trattasse di uno scolaro, si pone un problema di rapporto con l’opinione pubblica e con il mondo della cultura internazionale, non solo laica. Aggiungo che nelle riflessioni papali, che non abbiano ad oggetto specifico il rapporto interreligioso, i parametri di riferimento dei comportamenti umani sono sempre e soltanto l’umanesimo cristiano e l’umanesimo ateo. In tali riflessioni non entrano mai in discussione l’umanesimo laico non ateo, il variopinto mondo della spiritualità, le altre confessioni monoteistiche, men che meno il buddismo (se ricordo bene il Dalai Lama non fu neanche ricevuto a Roma da Benedetto XVI; fu forse una scelta politica), le altre scuole religiose orientali, le religioni minori. In una fase della storia in cui è all’ordine del giorno la ricerca del dialogo e di una durevole politica di pace e di concordia tra i popoli, in un mondo aspramente contraddittorio, in guerra ma che propone un grande rilancio della spiritualità e della religiosità, questa assenza di attenzione, questa distrazione può considerarsi di giovamento alle ragioni dell’Umanità?

Pace all’anima di Papa Benedetto XVI, per il quale, al netto di queste brevi considerazioni, riservo profonda simpatia umana e rispetto. Anche Papa Francesco ha appena commentato che Sua Santità è stato uomo di grande cultura e spiritualità, buono e soprattutto dedito a tanta preghiera.