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Come liberaldemocratici non possiamo non essere esterrefatti di fronte al colpo di stato dello scorso febbraio che ha cancellato le aperture democratiche degli ultimi dieci anni, imponendo una recrudescenza della dittatura militare. L’arresto di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, riporta la Birmania agli anni più cupi di un regime che, con varie fasi, attanaglia il paese dal 1962. Gli ultimi anni appaiono decisamente controversi se, da un lato, le battaglie di Aung San Suu Kyi, hanno portato ad un processo di democratizzazione culminato con le elezioni del 2015 e la sua ascesa al governo, dall’altro la dittatura militare non è mai stata del tutto rovesciata ed ha sempre detenuto porzioni di potere occulto, pronte a concretizzarsi, come oggi accade. La stessa vicenda politica del premio Nobel, non è esente da lati oscuri, avendo perso smalto nel difendere i militari, in merito al genocidio della minoranza Rohingya. Si potrebbe pensare che nell’ultimo decennio, più che una reale democratizzazione della Birmania, vi sia stata una cooptazione di alcune istanze, con il mero scopo di sdoganare il paese davanti all’opinione pubblica occidentale, mentre si agiva indisturbati contro la minoranza musulmana. Detto in altri termini, il ministro degli esteri è stato usato come paravento, per coprire gli aspetti più impresentabili, poi eliminato nel momento in cui non è più utile allo scopo.

Contesto strategico.

Qualsiasi considerazione sulla politica interna di uno stato marginale e povero, come questo, nonostante gli oltre cinquanta milioni di abitanti, non può prescindere da qualche considerazione sulle esigenze straniere. La Birmania rientra nella sfera di interesse della Repubblica Popolare Cinese. Non solo in quanto diretto confinante, come Laos, Vietnam e Corea del Nord, ma soprattutto per il suo affacciarsi sull’Oceano Indiano che le conferisce una posizione particolare tra i paesi del sudest asiatico. È noto come negli ultimi decenni la Cina abbia scalato la classifica delle potenze mondiali, arrivando al secondo posto, puntando soprattutto sul manifatturiero, fino a diventare la fabbrica del mondo ed il principale fruitore di materie prime. Ad oggi minaccia la supremazia americana ed il sorpasso in termini di PIL è previsto entro pochi anni. Alla crescita economica, le potenze emergenti, hanno sempre fatto seguire un’affermazione politica e militare (si veda Paul Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti, Milano, 1989), giungendo poi allo scontro con le potenze preesistenti o incumbent. Ad oggi è facile prevedere che, fatto salvo il deterrente nucleare, se avessimo una terza guerra mondiale sarebbe tra USA e Cina. Nel frattempo sono evidenti i tentativi, da parte del dragone, di espandere la propria presenza economica, politica e militare, non solo in Asia ma anche in Africa; una cartina di tornasole dell’influenza cinese, e non solo, sarà la distribuzione all’estero del vaccino Covid-19 di propria produzione, nella fattispecie il Sinopharm. L’impetuosa crescita cinese si basa sugli scambi, quindi sul commercio internazionale che avviene in massima parte via mare, su cui la Cina ha molti porti, tutti sul Mar Cinese, quindi verso l’Oceano Pacifico. I flussi commerciali maggiori arrivano dal Medio Oriente (petrolio) e vengono verso l’Europa. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare gli oceani non sono del tutto aperti, il traffico marittimo è costretto ad incanalarsi in alcuni stretti; tra l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico, solo tre sono adatti a naviglio di stazza importante: Stretto di Malacca, Stretto della Sonda poco navigabile per secche e scogli, Stretto di Lombok presso Bali. In alternativa bisogna transitare ancora più ad est, nel Mare di Timor, ragione per cui i portoghesi crearono un’enclave a Timor Est. In particolare lo Stretto di Malacca è la principale porta d’Oriente, per questo fu saldamente controllato dagli inglesi con la fortezza di Singapore; strappata dai giapponesi nel febbraio 1942, con un attacco terrestre, dopo una temeraria marcia nella foresta pluviale. Con questo creavano i presupposti per l’invasione dell’India da est. Le dimensioni dello stretto, limitate a 2,8 km di larghezza e 25 m di profondità, di fatto lo riducono ad un’autostrada congestionata, in cui la navigazione è ulteriormente limitata da scarsa visibilità ed atti di pirateria.

Oggi, nel momento in cui l’espansione cinese è proporzionale all’aumento costante dei traffici marittimi, gli stretti rappresentano il limite, il cui superamento è questione di vita o di morte. Una alternativa praticabile è l’utilizzo di un porto sull’Oceano Indiano, collegato con la Cina via terra. La nuova Via della Seta prevede quello di Calcutta, facendovi affluire le merci via terra attraverso il Bangladesh. L’India è però per i cinesi una potenza ostile, la Birmania potrebbe essere una alternativa migliore al problema. Esiste un progetto il cui percorso ottimale parte da Kyaukpyu, Isola Ramree (cerniera tra le due frecce arancioni nella cartina), Stato Rakine (contornato di rosso nella cartina), Birmania e si dirige, via Mandalay, verso la provincia cinese dello Yunnan, in forte espansione e più prossima a questo sbocco che non ai porti cinesi ad est (cui si arriverebbe utilizzando il percorso indicato dalle frecce verdi). Il lettore può autonomamente cercare su Google Maps i luoghi interessati. Su questo asse è già stato costruito un gasdotto collegato al terminal esistente, i cui dodici serbatoi per lo stoccaggio del petrolio sono chiaramente visibili a Madekyun. Il nuovo progetto consiste nell’edificare ex-novo un porto, con acque profonde, presso Kyaukpyu, ed una ferrovia verso lo Yunnan.

Un’infrastruttura di questo tipo darebbe uno sviluppo economico alla Birmania e la avvicinerebbe ancor più alla Cina: non sorprende che la giunta militare ne crei i presupposti. Lo Stato Rakine è quello abitato dalla minoranza musulmana perseguitata dei Rohingya, oggi per lo più fuggita nel vicino Bangladesh: 800.000 sfollati.

La posizione occidentale.

In prima battuta, le diplomazie occidentali possono rispondere in modo più o meno fermo con ammonimenti verbali, azioni diplomatiche e sanzioni, la cui efficacia è molto dubbia. Interventi concreti, supportati dall’Onu, sono improbabili per l’opposizione di Cina e Russia che possono porre il veto, forti del seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza. Volendo fare un paragone, possiamo attenderci un esito infausto, così come per Budapest 1956 o Praga 1968, quando l’occidente non poté violare la sfera di influenza sovietica. Nel caso invece, in cui le violenze si trasformassero in guerriglia armata, forti dell’insurrezione di alcune delle 130 diverse etnie che popolano la Birmania, con relativo controllo parziale del territorio, l’occidente potrebbe finanziare ed alimentare questo conflitto. Il precedente in questo caso sarebbe l’Afghanistan, quando negli anni ’80 del ‘900 fu invaso dai sovietici. Il dissanguamento che ne seguì li privò della forza di opporsi a Solidarnosc, come avevano fatto con Nagy e Dubcek, e portò alla caduta del muro di Berlino ed al collasso del sistema sovietico. Il problema, per le democrazie occidentali, è che l’armare e l’addestrare i talebani non ha portato alla pacificazione del territorio ed ha creato altri, ben noti, inconvenienti. Vi è poi un altro fattore da considerare. Negli ultimi vent’anni, gli stati in cui è stata rovesciata una dittatura, con l’intervento militare americano, non hanno avuto una pacifica e prospera transizione democratica, ma sono sprofondati nella peggiore anarchia tribale: Somalia, Libia, Iraq, ognuno con le proprie peculiarità. Un paese etnicamente diviso come la Birmania ha questo rischio, se si arrivasse ad una guerra civile ed i militari dovessero perderla, sarebbe la Cina a vedersi costretta a difendere i propri interessi, occupando militarmente il territorio, almeno in parte. Nei 250 della loro storia, gli Stati Uniti d’America hanno oscillato tra la Dottrina Monroe (presidente tra il 1817 ed il 1825) che limita la sfera di interesse al continente americano e la Dottrina Truman (presidente dal 1945 al 1953) che vuole gli USA impegnati a contrastare i sovietici in qualunque parte del mondo. Da cui il Piano Marshall, ma anche la Guerra in Corea 1950-53 ed in Vietnam 1965-75. Se negli ultimi anni Trump aveva preferito la prima posizione, riducendo il ruolo delle coalizioni in favore dell’isolazionismo e dei rapporti bilaterali, l’evoluzione degli eventi in Birmania offrirà al nuovo presidente Biden la possibilità di chiarire la propria politica estera, magari esprimendo una rinnovata potenza americana nel mondo.