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«Credo – osserva Giovanni Testori – che proprio su questa Crocifissione, dove, per una più concreta
verità scenica, alcune parti sono dipinte in aggetto, Gaudenzio puntasse per convincere, se mai ce
n’era bisogno, i frati e i Fabbricieri ad accettare il suo progetto e a iniziar l’opera; come dicendo:
“Vedete? Il gruppo delle donne non sembra già scultura? E gli scudi? E gli elmi? E le lance? Ma
lassù, dietro le croci e tutt’intorno, metteremo i pastori, i signori, voi, gli amici, mi ci metterò io
stesso, le madri, la valle intera; sempre che non sia stata l’opera medesima, con quell’appieno di
sentimenti, a convincerli da sé…»
G. Testori, Gaudenzio Ferrari, catalogo della mostra di Vercelli, 1956

Le parole di Testori, critico d’arte, ma non solo, innamorato di Gaudenzio Ferrari e del Sacro Monte
di Varallo, mettono in evidenza il legame tra la Crocifissione dipinta in Santa Maria delle Grazie e
quella realizzata nella cappella 38 del Sacro Monte. Il Sacro Monte, progettato dal frate francescano Bernardino Caimi a fine Quattrocento, doveva costituire la “Nuova Gerusalemme”, in grado di consentire ai fedeli di rivivere l’esperienza di Terrasanta senza allontanarsi dalla loro patria. Il Caimi, già custode dei luoghi francescani nel 1478, pensò di realizzare un percorso il più fedele possibile all’originale, utilizzando materiali locali e con il supporto di tutta la comunità; Gaudenzio giunse in cantiere dopo la morte dell’ideatore, ma ben preso assunse il ruolo di “regista”, divenendo figura di spicco nel contesto varallese.
La cappella fu costruita a partire dal 1520, qualche anno dopo la parete, e i lavori proseguirono
presumibilmente fino al 1528. Il complesso è costituito da 87 statue in terracotta policroma e dai due
ladroni sulla croce in legno, eseguiti dal maestro, così come la parte a fresco. Sempre in legno è il
Crocifisso, qui trasportato da una precedente cappella soppressa. Sul luogo detto Calvario esisteva,
infatti, già nel 1514 un sacello molto semplice dedicato a questo mistero; non ci sono prove che il
Cristo attuale sia quello della cappella precedente, ma è sicuramente collegabile ad uno dei luoghi
sacromontani e databile, per caratteri stilistici, alla fine del XV secolo. Le statue di Cristo e dei due
ladroni sono in legno per l’esigenza di fissare opere a quell’altezza, eliminando così i problemi
strutturali; la scena è disposta a est e sfrutta la presenza di un’altura naturale.
Quando si decise di “ammodernarla”, Gaudenzio immaginò di rappresentare il concorso di popolo di
fronte alla crocifissione, proprio come aveva fatto in Santa Maria delle Grazie, ottenendo però un
risultato inimmaginabile: il visitatore diventata protagonista, tra gli altri, della scena. In origine,
infatti, l’accesso al luogo era consentito e i pellegrini potevano camminare ai piedi del Calvario.
Intorno alle croci è disposta quella che, nelle prime guide, viene definita una turba, così serrata che il
paesaggio sembra sparire, per poi ritornare visibile nelle altre pareti. Gli angeli della volta si
dispongono secondo direttrici ordinate intorno al Cristo. Solo quelli verso il centro, sul pilastro, si
muovono in maniera più libera, caratterizzati da quei “moti” che il Lomazzo aveva segnalato come
tipici del maestro. La folla alla destra di Gesù, intorno al buon ladrone, è composta da figure
minacciose, ma quiete, mentre dall’altro lato il movimento diventa incalzante e disordinato. Tale
rappresentazione corale, che prosegue poi negli affreschi, ha permesso a Gaudenzio di dare corpo al
principio della varietas: sono rappresentate tutte le età e le condizioni dell’uomo e, con indescrivibile
varietà, sono descritti tutti i sentimenti umani. La composizione è stata progettata nell’insieme e poi
eseguita in progressione, moltiplicando le pose.
Le pareti che abbracciano la scena centrale, caratterizzate dai dipinti, permettono di seguire il
percorso dell’artista, influenzato dal contesto culturale lombardo che aveva in Leonardo il punto di
riferimento principale. Lungo queste pareti i personaggi sono spesso disposti in gruppi ternari,
secondo il ritmo compositivo dell’Ultima Cena. Anche i tratti fisiognomici di alcuni di loro
testimoniano il debito nei confronti del Da Vinci. Non bisogna però dimenticare l’influenza dell’arte
nordica: basti osservare le pose alla tedesca dei lanzi appiedati nelle pareti nord e sud. Gaudenzio si
ritrae anche in questo contesto, nella parete alla destra di Gesù, congedando i visitatori che, attraverso
la porta a lui contigua, si allontanano da quello che è sicuramente uno dei più alti esiti dell’arte
lombarda del XVI secolo e il capolavoro del Ferrari.