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Per ricordare i cento anni dal Governo Giolitti, il Pannunzio Magazine ripubblica uno scritto del Ministro Zanone, pubblicato sugli Annali del 2003.

Per età giolittiana si usa intendere il periodo dall’inizio del Novecento
alla vigilia della Grande Guerra. Ma quella periodizzazione è riduttiva, perché per un verso sminuisce l’opera di Giolitti nell’Italia umbertina, e per
altro verso non rende il merito dovuto all’ultimo Giolitti che nel 1919 pervenne con il discorso di Dronero alla più compiuta espressione della sua
visione politica.
La vastissima letteratura sul giolittismo è tuttora sottoposta a revisioni di
segno diverso e contiene soprattutto per il passato interpretazioni severamente critiche anche sul versante liberale. Ne ho tratto alcune conclusioni
nel 1999 nello scritto Interpretazioni del liberalismo giolittiano, pubblicato
nel volume La svolta di Giolitti (Ediz. Bastogi). Ci ritorno adesso per chiedermi cosa rimanga del liberalismo giolittiano, e resto fermo alla convinzione espressa allora: nell’arco lungo che intercorre da Depretis a
Mussolini, il giolittismo fu per la storia d’Italia la sperimentazione più consistente della democrazia liberale; ossia di una democrazia che aveva la sua
arena nel parlamento, e di un liberalismo che aveva per programma strategico l’accesso nell’arena politica dei ceti più vasti, che erano stati lasciati
a margine dal liberalismo tricolore della Destra Storica.
Della Destra Storica Giolitti riconosceva i meriti patriottici, incluso il risanamento del bilancio dello Stato; e vi ravvisava le glorie più alte del vecchio Piemonte, ritrovandosi per intero nella fedeltà al partito di Cavour,
D’Azeglio, Rattazzi, Lanza, Sella. Fu nel nome di quella fedeltà che nel 1924
Giolitti contrappose la lista liberale al listone governativo, seppure con i
distinguo che vedremo; e l’anno seguente lasciò la presidenza dell’amministrazione provinciale di Cuneo per non rinnegare quella continuità che
durava dal 1848. Ma non sfuggiva a Giolitti l’arretratezza in cui il governo
patriottico della Destra aveva di necessità lasciato vaste aree del paese; e
quei ceti popolari che avevano subìto le spietate “imposte sulla miseria”, e
VALERIO ZANONE
CIÒ CHE È VIVO DEL LIBERALISMO GIOLITTIANO
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dovevano essere avviati alla partecipazione della vita pubblica, se si voleva allargare il fondamento delle istituzioni democratiche.
La visione di Giolitti fu, in relazione al suo tempo, il caso più coraggioso di riformismo liberaldemocratico conosciuto nella storia unitaria d’Italia.
Non sorprende quindi che i suoi avversari più implacabili fossero i reazionari ostili al parlamentarismo, e i letterati dell’irrazionalismo retorico, in una
parola gli ambienti in cui fermentavano già i germi che avrebbero portato
al fascismo.
Ma critica del giolittismo fu anche in buona parte la cultura liberale del
tempo, e il fatto merita qualche notazione in più. Antigiolittiani erano i liberisti e gli elitisti. Antigiolittiane erano le note di Einaudi sull’ “Economist” a
commento dei governi di Giolitti. Antigiolittiani erano gli articoli della
“Rivoluzione liberale”, dove Gobetti arrivava a ravvisare nel primo
Mussolini un nuovo Giolitti, soltanto meno serio. Però Einaudi già nel 1922
corresse almeno in parte il tiro, facendo credito ai governi giolittiani del
culto per la buona amministrazione; e il suo ultimo articolo per
l’”Economist” fu scritto nel 1945 in memoria del fedelissimo giolittiano
Marcello Soleri.
E quanto a Gobetti, la graduale revisione del suo giudizio sui governi
giolittiani è documentabile dall’inizio del 1924: anzi fu proprio Gobetti a
tentare un accostamento azzardato, nonostante gli opposti temperamenti
dei due personaggi, fra le idee di Giolitti e quelle di Salvemini.
Resta certo come antitesi irreducibile la denuncia salveminiana del
“Ministro della mala vita”: il contrasto fra il realismo di Giolitti, che intendeva il compito dello statista come quello del sarto chiamato a tagliare la
giacca per un gobbo, e il moralismo di Salvemini, che faceva appello alle
“minoranze coscienti che si costituiscono rappresentanti delle moltitudini
mute”. La denuncia di Salvemini non faceva sconti al clientelismo filogovernativo del Mezzogiorno, ridotto a “Dronero del Sud”; salvo il fatto che
Giolitti contribuì ad avviare il riscatto delle moltitudini mute con
l’istituzione del suffragio universale maschile, grazie al quale lo stesso
Salvemini fu eletto al Parlamento nel 1919.
Poi venne per tutti la dura lezione della storia, e nel 1944 Salvemini, pur
senza ritrattare la propria critica del giolittismo, ammise che nell’asprezza
di quella critica, lo spirito del crociato aveva fatto premio in lui sul metodo dello storico. Quando lo storico esce dalla meditazione degli archivi per
vestire l’armatura del crociato, è in obbligo di dirlo; Salvemini lo disse, seppure trent’anni dopo.
Ad alimentare l’insofferenza verso Giolitti concorreva anche lo stile prosaico del personaggio, la sua invincibile allergia alle declamazioni oratorie,
quel parlare pragmatico e laconico che gli era rimproverato dall’arcieloquente Vittorio Emanuele Orlando.
Eppure un elitista come Filippo Burzio arrivò a identificare nell’antieroico Giolitti l’incarnazione del demiurgo, capace di sfidare l’impopolarità
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in momenti di nazionalismo antieuropeo, di immunizzare la politica contro
la “nausea degli ideali”, e persino di compiacersi del grigiore intellettuale
che gli era addebitato.
Non occorre infine ricordare come il più alto elogio del “buonsenso”
(categoria fondamentale del pensiero giolittiano) fu scritto dall’idealista
Croce, in quella Storia d’Italia dal 1871 al 1915 che al fascismo ormai consacrato opponeva la seria devozione alla Patria e il sentimento vero dello
Stato della calunniata Italietta.
Disgraziatamente il buonsenso è virtù di governo in tempi di normalità
della vita pubblica, ma mostra i suoi limiti nelle ore fatali in cui l’etica
assennata della responsabilità deve cedere il campo all’etica intransigente
della convinzione.
Le incomprensioni, le illusioni e i cedimenti della classe di governo liberale di fronte alla prima insorgenza del fascismo sono una pagina ingloriosa nella storia dei liberali italiani, e neppure il vecchio Giolitti, che in età
meno avanzata aveva saputo reagire senza incertezze all’involuzione
repressiva di fine Ottocento, seppe esserne immune.
Nelle elezioni del 1921 a sistema proporzionale, in 22 circoscrizioni su
40 le liste liberaldemocratiche furono sostituite dai “blocchi nazionali” che
portarono alla Camera 35 deputati fascisti, i quali peraltro votarono subito
la sfiducia al governo di Giolitti. Nell’ultimo capitolo delle Memorie che si
concludono con la caduta di quel governo, Giolitti tentò di giustificare il
suo errore con il debole argomento che “tutte le forze del paese devono
essere rappresentate nel parlamento e trovarvi il loro sfogo” ma l’errore
costò caro alla causa liberale. Giolitti tentò di ripararvi nel 1924, contrapponendo al listone governativo di Mussolini la lista liberale che ebbe qualche successo almeno in Piemonte; ma aggiunse per spiegazione che la lista
si riteneva non contraria bensì parallela al listone governativo, ed era stata
formata allo scopo di contendere a socialisti e popolari parte dei seggi di
minoranza. Lo svolgimento della campagna elettorale si incaricò di sgombrare ogni illusione talché dopo le elezioni a Giolitti restò soltanto di augurarsi che la nuova Camera riuscisse a fare dimenticare la sua origine.
La stella di Giolitti era tramontata e i suoi ultimi richiami parlamentari
allo Statuto caddero nel silenzio del Re, che nel 1928 ebbe la pavidità di
non comparire al funerale del servitore della Corona, di cui pure secondo
il cerimoniale dell’Annunziata si professava in calce alla corrispondenza
“affezionatissimo cugino”.
Ciò che rimane del liberalismo giolittiano è appunto ciò che fu interrotto e impedito dal fascismo: il processo verso la formazione in Italia di una
democrazia liberale inclusiva.
Non a caso il liberalismo di Giolitti radicava il proprio consenso nelle
valli piemontesi che avevano custodito per secoli la fierezza della loro
indole democratica; nella piccola borghesia dei contadini proprietari e
poveri, laboriosi ed egualitari.
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L’attitudine di Giolitti a farsi interprete della mentalità e degli interessi di
quel ceto naturaliter liberaldemocratico, si può misurare alla prova dei
programmi dei suoi cinque governi formati nell’arco di un trentennio.
Qualche esempio può bastare. 1892: riduzione delle spese militari, fino ad
allora considerate intoccabili. 1903: campagna contro l’analfabetismo. 1906:
riduzione delle imposte di consumo (le imposte progressive alla rovescia)
e legislazione sociale del lavoro (riposo settimanale, limiti al lavoro notturno, previdenza). 1912: suffragio universale maschile, destinazione alla previdenza sociale dei profitti assicurativi. 1920: avocazione allo Stato dei profitti di guerra, tassazione progressiva dei capitali.
Una ricognizione più larga dell’opera parlamentare di Giolitti mostra
come la sua azione politica, muovendo dalle esperienze iniziali in materia
fiscale, si sia progressivamente estesa alla politica finanziaria a quella sociale, dalla politica sociale a quella interna, dalla politica interna a quella internazionale.
Muovendo dall’esigenza di correggere l’iniquità del prelievo fiscale sui
consumi essenziali il liberalismo di Giolitti sviluppa l’attenzione verso il
malessere sociale come origine di conflitto e quindi perviene alla formula
della neutralità dello Stato di fronte ai conflitti fra capitale e lavoro; dalla
promozione sociale dei ceti popolari approda all’allargamento del suffragio,
in funzione della piena rappresentatività del parlamento, che rimane nella
visione giolittiana la sola voce legittima del paese ed insieme il sinonimo
dell’autorità dello Stato; dalla concezione democratica della politica (contrapposta da Giolitti alla concezione imperialistica) matura il ripudio del
bellicismo e la rivendicazione al parlamento delle decisioni in materia di
pace e di guerra.
Ma qui siamo ormai al Giolitti ottuagenario e al memorabile discorso del
12 ottobre 1919 agli elettori di Dronero: un discorso intessuto ancora una
volta di dati, cifre, calcoli, rendiconti, e progetti di scelte pubbliche per risanare la finanza e l’economia; e che tuttavia si impenna alla fine a toni di
inconsueta solennità.
Fermezza e duttilità erano secondo Giolitti i due connotati complementari del riformismo. Nei confronti dei partiti di massa e delle organizzazioni del lavoro che iniziavano ad accamparsi nella vita pubblica, il riformismo giolittiano poteva far conto sui contrappesi ed equilibri sufficienti ad
una strategia, appunto, ferma e duttile ad un tempo: la prevalenza moderata nel Senato regio, l’establishment dell’alta amministrazione, il controllo
prefettizio utilizzato alla bisogna con durezza spregiudicata.
Molti anni dopo, nel rievocare lo statista cui era legato per tradizione
famigliare, Giovanni Malagodi quasi si dispiaceva per il fatto che nell’Italia
degli anni sessanta mancassero quegli equilibri e contrappesi che avrebbero facilitato l’incontro fra liberali e socialisti, raggiunto poi nel 1979.
L’occasione di questo volume del centro Pannunzio viene a proposito
per ricordare come Malagodi, in contrasto con l’immagine prevalente che è
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rimasta di lui per effetto della sua lunga opposizione al centrosinistra, idealmente fosse un liberale giolittiano.
Suo padre, il senatore Olindo Malagodi, nel 1921 aveva indotto Giolitti
a scrivere le memorie della sua vita, e il diciottenne Giovanni ebbe
l’incarico di correggerne le bozze. Conservo un autografo in cui Malagodi
ne rivendicava il ricordo. E non aveva dubbi di riconoscersi nella sua filiazione giolittiana, evocando lo statista dell’Italia liberale, secondo soltanto a
Cavour, che aveva posto il pragmatismo, e all’occorrenza la spregiudicatezza, al servizio della modernizzazione sociale e civile del paese: opponendo all’irrazionalismo che infine lo travolse, il disegno concreto di promuovere le plebi alla cittadinanza, forte soltanto – scriveva Malagodi – della
“fiducia, ahimè eccessiva, nell’efficacia del buon senso”.