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Due “ex” di nuovo alla ribalta. È questa l’impressione che si ha di Giuseppe Conte ed Enrico Letta, entrambi chiamati a risollevare le sorti dei loro partiti. Ieri “l’avvocato del popolo” ha debuttato nella sua prima diretta streaming da leader politico all’assemblea del Movimento Cinque Stelle. «Non è un’operazione di restyling o marketing – ha assicurato – ma un’opera coraggiosa di rigenerazione, senza rinnegare il passato». Una nuova carta dei principi e dei valori e un nuovo statuto sono le chiavi di volta per una rifondazione che si preannuncia lunga e complessa. Sullo sfondo, lo scontro con Davide Casaleggio e il nodo dei due mandati voluto dal garante Beppe Grillo, che renderebbe incandidabili moltissimi esponenti di spicco, da Toninelli alla Taverna. Tanti i temi cari al M5S ribaditi ieri da Conte, dalla lotta alla corruzione alla sostenibilità ambiente, dallo sviluppo ditale alla giustizia sociale. Non è mancata la solita retorica, «chiedo di lanciare il cuore avanti, di non cedere all’istinto di sopravvivenza», e, bontà sua, qualche ammissione di sano realismo: «la democrazia rappresentativa, per quanto in crisi, non appare eliminabile». Totalmente a suo agio nei panni di leader, ha mostrato determinazione nel voler perseguire questo progetto lanciandosi nell’agone politico, segno che il desiderio di comando è ancora vivo in lui. «È il mio movimento», ha infatti più volte ribadito nel corso del suo intervento. Chissà che cosa ne penserà Luigi Di Maio, che lo aveva scelto tre anni fa per fare la foglia di fico nel governo con Salvini. Ora, con un partito che vale la metà dei consensi rispetto a quel periodo, Conte è l’unica chance che i grillini hanno per essere rieletti.
A sinistra non va però molto meglio. Dopo le dimissioni di Zingaretti, un altro ex presidente del Consiglio si ritrova a guidare un partito cannibalizzato dalle correnti e da continue lotte interne. Letta è stato invocato come “salvatore” dal Pd, lo stesso che contribuì a mandarlo via da Palazzo Chigi, sostituendolo con Renzi nel 2014. Anche lui ha parlato di una rivoluzione da compiere: «serve una cura choc», ha infatti esclamato. Contro lo stillicidio interno, l’ex premier ha proposto di far votare online gli iscritti sulle questioni principali così da ridurre l’influenza dei capibastone. Sui temi cari alla sinistra ha poi rivendicato discontinuità, dalla lotta alle disuguaglianze alla parità di genere. A ben vedere, gli argomenti, i temi e le strategie enunciate sia da Conte sia da Letta sono molto simili tra loro ed è plausibile immaginare uno scontro tra i due partiti in futuro, seppur nell’alveo della stessa coalizione, per competersi non solo elettorati molto simili tra loro, quanto, soprattutto, la leadership dell’intero schieramento progressista. Letta ha parlato ieri con David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, sull’ipotesi dell’ingresso del gruppo grillino in quello socialista a Strasburgo, ma ha anche ribadito come spetti al Partito Democratico proporre il prossimo candidato premier alle elezioni. Alleati e rivali, dunque. Come Conte, anche Letta si trova a fare i conti con dei nemici interni, i tanti renziani rimasti, le correnti democristiane di Franceschini e quelle di sinistra vicine a Boccia. I due partiti, un tempo acerrimi nemici, ora sembrano più simili che mai. Entrambi dilaniati da lotte intestine, appaiono forze politiche sempre più attratte dal potere, al punto di allearsi tra loro per formare un governo pur di non tornare al voto. I 5stelle si sono ormai adeguati agli agi dei palazzi romani, si sono fatti casta e casta intendono rimanere. I democratici, nati dalla fusione di autorevoli culture politiche novecentesche, hanno preso i peggiori difetti della Dc e del Pci, senza preservarne il carisma e la cultura. M5S e Pd appaiono così incrostati, immobili, non più capaci di ascoltare i bisogni delle persone. La creatura di Grillo e Casaleggio, dandosi il volto dell’avvocato pugliese, ha scelto una linea: si è istituzionalizzata e si è dimostrata reattiva a dinamiche e compromessi che nulla hanno da invidiare alla Prima Repubblica. Più in crisi il Pd, che ha cambiato 9 volte segretario in 14 anni, scegliendo di volta in volta una linea più riformista o più massimalista. Letta e Conte, nuovi “deus ex machina” della politica italiana, si sono quindi proposti di essere l’ultima possibilità di rilancio per questi due partiti allo sbando. Le similitudini tra i due si possono cogliere anche nel carattere e nell’indole: il nuovo segretario del Pd, di formazione democristiana, è sempre stato attento a dialogare con tutti, così come il leader grillino, che ha saputo cambiare continuamente pelle, mostrandosi concavo e convesso a seconda della circostanza. Da abili tessitori, sono rispettati e stimati “dall’intellighenzia” italiana di cui ne sono diventati l’espressione. Molti ora fanno il tifo per loro, considerati l’unico argine alla destra di Salvini e Meloni. Non sappiamo se riusciranno in questo intento, ma pare certo che, almeno per una parte del Paese, morire democristiani è l’unica opzione valida. Peccato ci si dimentichi del partito di Einaudi. A noi liberali spetta il compito di ricordarlo.