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A vent’anni dalla scomparsa, iniziano le prime riflessioni storiche sulla figura di Craxi e sui suoi lasciti. Sotto l’aspetto politico, sono state più volte riprese, ma mai portate a compimento, le sue proposte di modifica degli assetti istituzionali in senso decisionista. Il vero problema rimane però l’aspetto economico: l’enorme debito pubblico che è stato creato in quegli anni e di cui paghiamo ancora le conseguenze. Valutiamole oggi alla luce di quelli che sono i presupposti teorici all’utilizzo prociclico della spesa pubblica.

Negli anni ’30 del secolo scorso, il mondo era attanagliato dalla profonda recessione che seguì la crisi del ’29, aggravatasi negli USA con un ulteriore crollo nel ’37. Crisi da sovraproduzione con forte riduzione dei prezzi di vendita. Le ricette degli economisti classici, dai tentativi di rialzo dei prezzi, alla riduzione dei tassi di interesse, erano già state attuate senza successo. Si mise allora in dubbio la teoria classica stessa, secondo cui, in base alla legge da Say, ci si poteva aspettare un automatico riequilibrio delle risorse produttive. Gli economisti classici, a partire da Adam Smith, erano degli inguaribili ed acritici ottimisti, al punto da ricordare Pangloss il filosofo precettore del Candido di Voltaire, secondo cui «viviamo nel migliore dei mondi possibili ed il castello del barone di Thunder-ten-Tronckh è il migliore dei castelli possibili». Per quale motivo l’economia avrebbe dovuto ricominciare a crescere, espandendosi indefinitamente come il Big Bang? Smith non è chiaro, parla di una longa mano, dal vago sapore esoterico, ma tant’è.

In questo scenario, interviene John Maynard Keynes e rivoluziona il pensiero classico creando una nuova scuola economica. Il punto è che può esistere teoricamente (ed esiste di fatto) un equilibrio di sottoccupazione con una non perfetta allocazione delle risorse. Anzi esiste periodicamente. La crescita non è indefinita ma segue l’andamento di un ciclo economico.

Per uscire dai periodi di recessione occorre che lo Stato utilizzi lo strumento della spesa pubblica, finanziando investimenti in deficit. Keynes giustifica accademicamente ciò che l’amministrazione Roosevelt negli USA e soprattutto quella Hitler in Germania stavano già facendo (GALBRAITH J. K., Storia della economia, RCS Rizzoli Libri, Milano, 1988). Lo Stato assume così una nuova funzione di calmieratore, ammortizzatore, del ciclo economico, con il compito di aumentare la spesa in deficit, nei periodi di recessione e ripristinare le risorse, con un’adeguata tassazione, nei periodi espansivi. A ben vedere questa parte del pensiero di Keynes non è poi così originale, ricorda molto l’interpretazione che Giuseppe fa dei sogni del faraone sulle sette spighe piene e vuote e sulle sette vacche grasse e magre (Genesi XXXVII-L): è necessario accantonare le risorse nei periodi di abbondanza, per averle disponibili nei periodi di carestia.

Keynes è, probabilmente, il più strumentalizzato degli economisti. Sono tanti coloro che lo tirano per giacca, chiamandolo in causa ogni qualvolta vogliono allargare i cordoni della borsa dello Stato, a prescindere dalle effettive condizioni di crisi dell’economia, magari per creare consenso elettorale. A questi fautori della spesa pubblica ad oltranza è doveroso ricordare che Keynes fu professore a Cambridge e non consigliere economico di Stalin. Non esiste una via keynesiana al socialismo.

Chiarita questa premessa teorica, possiamo valutare l’andamento storico del debito pubblico italiano. Per una trattazione approfondita rimando al bell’articolo di Enrico Marro sul Sole 24 Ore.

(https://www.ilsole24ore.com/art/debito-pubblico-come-quando-e-perche-e-esploso-italia-AEMRbSRG)

Fonte: Banca d’Italia (https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2008-0031/QEF_31.pdf)

Relativamente al periodo che ci interessa, è evidente come il debito pubblico italiano sia aumentato ininterrottamente dal 1965 al 1992. Ma, se fino all’81 poteva essere giustificato dall’introduzione massiccia dello stato sociale e dalla recessione, non lo è affatto durante la successiva espansione economica degli anni ’80. Ancor più grave se consideriamo le soglie, fino all’81 si mantiene entro il 60%, un valore comune a molti Paesi europei, poi preso come riferimento dai parametri di Maastricht; dopo arriva al 120% del PIL, livello dal quale non riusciamo più a schiodarci ed è fonte di ristrettezze e pericolosa instabilità. La responsabilità di aver deliberatamente continuato a spendere in deficit, in un periodo di espansione economica, contrariamente a ciò che Keynes ed il più elementare buonsenso hanno indicato è dei governi degli anni ’80. Quindi di Craxi e non solo.

Il problema è aver sperperato grandi porzioni della torta, gonfiando la pubblica amministrazione (parte improduttiva del Paese); pensionando a cinquant’anni un’intera generazione (parte ancor più improduttiva del Paese), regalando così una joie de vivre, come i nobili francesi definivano il dolce far nulla prerivoluzionario, niente affatto proporzionata ai contributi versati; costruendo quelle cattedrali nel deserto che hanno contribuito alla fortuna di Striscia la notizia; elargendo in generale a piene mani.

Poca importanza hanno invece le briciole, di quella torta, che possono essere rimaste attaccate alle mani di Craxi o del suo partito e che tanto accanimento hanno suscitato in certa parte della Magistratura. Accanimento che poi ha prodotto un’esperienza politica di scarsa durata ed ancor più scarsi effetti.

Pertanto il giudizio che, a vent’anni di distanzia, inizia ad essere storico, non può essere positivo. Pur riconoscendogli l’essere stato un capro espiatorio degli errori di molti, pur ritenendo esagerata la tempesta giudiziaria nei suoi confronti, sono troppi i sacrifici che oggi si chiedono alle nuove generazioni, sono troppo ampie le disparità di condizioni tra i nonni ed i nipoti, sono troppo stretti i vincoli di bilancio che i governi di oggi hanno, in momenti di maggior bisogno, per non condannarlo ad un primo tribunale della posterità.