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Premessa

Matteo Renzi è stato accusato da molte persone contigue al suo partito di non sapere o volere prendere atto che i motivi della sua disfatta elettorale dipendono dal non essere stato abbastanza a sinistra, ma, a mio giudizio, la realtà suggerisce altre spiegazioni.

l’Unione Sovietica è implosa su sé stessa; la Cina ha accantonato, in economia, il marxismo-leninismo, abbracciando, con grande successo, il libero mercato. Nei Paesi Occidentali i partiti di sinistra sono spariti o ridotti ai minimi termini ed è impossibile non pensare che il difetto stia nel manico, cioè proprio nei valori che la sinistra professa.

 Quali sono questi valori? Norberto Bobbio, nel suo breve e fortunato lavoro Destra e sinistra, li ha descritti con efficacia anche per contrapposizione con i valori della destra. Per Bobbio il criterio di distinzione è il diverso atteggiamento di fronte all’ideale dell’eguaglianza. Egli afferma: “si possono correttamente chiamare egualitari (di sinistra) coloro che, pur non ignorando che gli uomini sono tanto eguali che diseguali, danno maggior importanza, per giudicarli e per attribuir loro diritti e doveri, a ciò che li rende eguali piuttosto che a ciò che li rende diseguali; inegualitari (di destra) coloro che, partendo dalla stessa constatazione, danno maggior importanza, per lo stesso scopo, a ciò che li rende diseguali, piuttosto che a ciò che li rende eguali”.

Se la ragion d’essere della sinistra è questa descritta da Bobbio, ci sono evidenti motivi per criticare. Anzitutto è ambigua la premessa. Come si può essere, nello stesso tempo, eguali e diversi? Questa affermazione mostra una certa parvenza di verità, ma solo per chi confonde eguaglianze con condivisioni. Persone molto diverse possono condividere pensieri, comportamenti, diritti, doveri e una infinità di altri argomenti ma queste condivisioni, anche se numerose, non cancellano il fatto che siamo e rimaniamo comunque diversi l’uno dall’altro.

L’ambito in cui siamo eguali non è lo stesso in cui siamo diversi e inoltre le condivisioni sono accidentali e le differenze sostanziali e non c’è motivo per preferire le condivisioni piuttosto che le differenze perché sono ambedue importanti e necessarie. Per esempio: la condivisione di valori, l’idem sentire, è il miglior collante per aggregare gli uomini, mentre le differenze sono la migliore garanzia per il progresso e l’evoluzione.

L’eguaglianza assoluta

All’interno della specie umana ognuno di noi è un unicum. Noi differiamo l’un l’altro per il patrimonio genetico e per il vissuto. Genesi ed epigenesi sono uniche per ognuno di noi e questo ci rende esseri unici e irripetibili e rende l’eguaglianza assoluta irrealistica. Siamo costituzionalmente diversi e desiderare l’eguaglianza assoluta o addirittura pretenderla significa non rispettare la reale costituzione dell’uomo e quindi non rispettare la vita e le sue richieste.

L’eguaglianza assoluta impedisce di riconoscere meriti e colpe e impedisce l’etica della responsabilità, perché vengono negate le differenze tra migliori e peggiori, capaci e incapaci, responsabili e irresponsabili ed è molto grave sottovalutare la responsabilità delle nostre azioni nei riguardi degli altri…

Se siamo tutti eguali non ci possono essere promossi e bocciati, sia nella scuola sia nella vita. Così, non imparando a superare le difficoltà, si rimane immaturi e irresponsabili e si taglia il legame tra diritti e doveri.

Anche i diritti hanno una loro causa: bisogna meritarseli. Non basta essere al mondo per avere diritto alla casa, al lavoro, al benessere economico, alla salute e a molto altro, compresi i figli promossi a scuola. Tutte queste cose, invece, bisogna sempre meritarsele, lavoro compreso. Non si può pretendere una casa se non si contribuisce ad edificare case e non si merita un lavoro se non si contribuisce a renderlo proficuo, altrimenti ci si approfitta degli altri. Bobbio e la sinistra hanno sottovalutato colpevolmente l’importanza delle differenze.

Non può considerarsi sana una società dove non si fa differenza tra il pigro e il volonteroso, tra il capace e l’incapace, tra chi crea e chi distrugge e tra chi collabora con gli altri e chi ne approfitta. In tale società troppo spesso si toglie a chi se lo merita per darlo a chi non se lo merita compiendo una doppia ingiustizia e creandosi, inutilmente, dei nemici.

Contrariamente al parere di Bobbio, la ragion d’essere della sinistra va cercata, a mio giudizio, nel desiderio di aiutare gli ultimi e nell’attitudine ad applicarsi ai problemi di tutti piuttosto che di pochi. E’ infatti ormai chiaro che la società ci guadagna se si eleva il numero di chi contribuisce al suo sviluppo e al suo benessere. La Sinistra dovrebbe, a mio giudizio,  incentrare il proprio messaggio sulla necessità di garantire a tutti pari opportunità, perché tutti possano avere la possibilità di mettersi in gioco. Le società hanno bisogno di aiuto e rispetto reciproco, più che di eguaglianza in senso stretto. Le società dove vige il rispetto reciproco sono più gratificanti, stimolano l’appartenenza e favoriscono il manifestarsi di comportamenti altruistici e, in definitiva, diventano più efficienti e competitive.

Non bisogna dimenticare che la competizione fa parte della vita; è ineliminabile e la decrescita felice è una enorme illusione. Il debole verrà fatalmente fagocitato dal più forte e per questo si dovrebbe sentire il dovere nei riguardi dei nostri figli e discendenti di essere il più efficienti e competitivi possibile. In una società efficiente e competitiva gli ultimi si aiutano meglio.

L’ideale dell’eguaglianza si mostra particolarmente dannoso proprio riguardo all’efficienza della società. Se siamo tutti eguali non c’è differenza tra sapiens e insipiens, tra competente e ignorante e le scelte degli insipientes non giovano certo all’efficienza della società.

Tutto il pensiero di Marx e della sinistra è permeato da un forte discredito delle capacità individuali. Le fondamenta del pensiero marxista stanno, come è noto, nella sua teoria del valore. Per Marx il valore di un prodotto è dato esclusivamente dal lavoro manuale necessario a produrlo e con ciò, conclude, il “plusvalore” (l’eventuale utile) dovrebbe spettare al lavoratore e non al capitalista. In realtà lavoro manuale e capitale sono solo la materia bruta, sono due fattori che, da soli, non producono nulla. Occorre qualcuno che li utilizzi e che sappia anche farlo con sapienza.

In mano ad un insipiens capitale e manodopera possono essere sprecati e generare perdite e danni, invece che profitti. Per Marx l’uomo è solo faber, non sapiens, e per questo il marxismo non rispetta la reale costituzione dell’uomo e le sue esigenze. Malgrado questo enorme deficit, il marxismo ha avuto molto successo. Come si spiega? Si spiega con il mito dell’eguaglianza e il conseguente discredito delle capacità individuali.

Il marxismo, apparendo giusto a chi è stato improntato dall’ideale dell’eguaglianza, e molti lo sono nel nostro ambiente cristiano, viene accettato perché il “giusto fa aggio sul vero” ovvero ciò in cui crediamo (il giusto) incide sulle nostre scelte molto di più di ciò che sappiamo (il vero) e soprattutto ciò che riteniamo giusto incide, in modo quasi esclusivo, sui progetti per il futuro, che notoriamente è ignoto alla ragione.

Per questo il marxismo e certa sinistra hanno trovato tanti estimatori, non certo per le dimostrazioni pseudo-scientifiche di Marx. Per concludere, anche il successo (e i disastri) del marxismo sono da addebitare al mito dell’eguaglianza.

En passant, ciò che spiega il successo del marxismo spiega anche l’insuccesso di Matteo Renzi, il quale, obbedendo ad una esigenza di realismo, voleva, con le riforme, introdurre (un poco) di meritocrazia per rendere l’Italia più efficiente e competitiva, ma con questo ha anche urtato la suscettibilità dei più accaniti difensori dell’eguaglianza, che sono emigrati in massa nel Movimento Cinque Stelle.

Non è un caso infatti che in quel Movimento si siano ritrovati i più strenui dispregiatori di ogni forma di competenza e di merito. Il loro slogan “Uno vale uno” è l’evidente dimostrazione che sono mossi dall’eguaglianza assoluta, con tutte le conseguenze che ciò comporta per loro e per tutti. L’eguaglianza assoluta è una medicina che può uccidere il malato.

Molti giustificano l’eguaglianza perché ritengono che le capacità individuali siano un dono e non una conquista e quindi il singolo dovrebbe sentirsi in dovere di restituire ciò che ha ricevuto gratuitamente. E’ indubbio che madre natura a qualcuno doni più e ad altri meno, ma questo fatto non giustifica il principio di assoluta eguaglianza, casomai ci fornisce una spiegazione delle diseguaglianze.

La gratuità dei doni ricevuti dovrebbe farci riflettere sulla fratellanza e farci capire che ognuno di noi avrebbe potuto trovarsi tra i più sfortunati. Il nostro dovere è sollevare i più indigenti, non negare o sminuire i meriti altrui, quando ci sono.

Senza meritocrazia la società è perdente nella competizione mentre i poveri saranno sempre più poveri e numerosi. Inoltre, come anche il campo più fertile non dà frutti se non viene coltivato, così l’individuo più dotato non emerge senza un adeguato impegno. I doni di natura sono forse necessari, ma non sono certo sufficienti se non sono, anche loro, coltivati; in nessun caso sono una colpa da espiare.

Il merito, dunque, non può essere negato, anzi va riconosciuto dando a ciascuno il suo e non a tutti lo stesso. Presumo che il successo economico di tante società asiatiche dipenda, in forte misura, dal fatto che in quelle società è sconosciuta l’invidia sociale. Il successo del singolo in quelle società gode addirittura di un pregiudizio favorevole, perché è spiegato con un comportamento onorevole nella vita precedente e per questo le società asiatiche sono tutte molto meritocratiche e molto efficienti.

L’arte di vivere insieme

Abbiamo già visto che ognuno di noi è un unicum perché frutto di genesi più epigenesi, eredità e ambiente. Agli esperti il compito di stabilire quanto dobbiamo all’uno o all’altro di questi fattori, a noi basta sapere che eredità e “vissuto” sono unici per ognuno di noi e questo ci rende appunto esseri unici e irripetibili. Siamo diversi ma dobbiamo, comunque, vivere insieme perché “da soli si perisce” e per questo l’arte di “vivere insieme”, l’arte politica, è difficile da praticare. Per fortuna madre natura ci ha fornito un rimedio: praticare comportamenti comuni. Se la natura ci divide, comportamenti comuni possono riunirci.

Il vero problema di ogni società è, infatti, l’adeguamento della volontà individuale con quella collettiva e questo adeguamento risulta spontaneo e senza fatica quando tutti vogliono le stesse cose perché condividono gli stessi valori. L’accordo è spontaneo, per definizione, con chi la pensa come noi. Ovviamente possiamo essere tenuti insieme anche da altre cause, da un uomo forte, per esempio, o da un nemico esterno, ma non sono questi i casi che interessano, perché è preferibile essere tenuti insieme da una convinzione piuttosto che da una costrizione.

Se siamo diversi, e lo siamo, ma vogliamo comunque stare insieme, l’unica possibilità è praticare il rispetto reciproco. La storia dimostra che nelle società dove viene riconosciuta e difesa l’esistenza di legittime differenze (dove si pratica il rispetto per la persona e il rispetto reciproco tra i soci) si facilita l’espansione della personalità umana e si permette a ciascuno, volendo, di dare il meglio di sé stesso, con la conseguenza che la società risulta più efficiente e competitiva, e gli ultimi si aiutano meglio. Il rispetto reciproco non esclude la solidarietà, ma, al contrario, la permette con più efficacia.

Questo è il punto dove la sinistra fallisce. Con l’eccessiva enfasi sull’eguaglianza, fatalmente si finisce con il togliere a chi se lo merita per darlo a chi non se lo merita, dividendo così la società e impedendo un mos communis senza il quale le divisioni si perpetuano e gli errori dell’uno diventano meriti per l’altro. Per questo Berlusconi, con la risibile scusa di salvarci dai “comunisti”, ha trovato consensi sufficienti a farlo stare tanto a lungo sulla cresta dell’onda.

Un deficit di Umanesimo

Tutto mi fa pensare che la Sinistra patisca di un “deficit di Umanesimo”, e che essa debba assolutamente colmarlo se vuole tornare ad incidere sulla società. A ben guardare, secondo il mio parere, non è solo la Sinistra ma tutta la società a non aver ben compreso la lezione dell’Umanesimo, vediamone il perché.

            L’Umanesimo nasce dalla riscoperta dell’antico mondo greco-romano e dei suoi valori. Molte sono le cose stupefacenti in natura, ma nessuna è stupefacente quanto l’uomo recita il coro dell’Antigone di Sofocle che dimostra quanto, nel Mondo antico, l’uomo fosse tenuto in considerazione. Con l’Umanesimo Rinascimentale, e si chiama Umanesimo proprio per questo, ritorna in auge la stessa ottimistica visione.

L’Umanesimo ha dovuto essere riscoperto perché la Chiesa aveva fatto proprio il pensiero di Sant’Agostino che, all’opposto, considera l’uomo massa lutei, massa di fango, irresponsabile e incapace di badare a sé stesso. Ad Agostino la concezione dell’uomo irresponsabile ed incapace è servita per giustificare la Chiesa come “organismo voluto da Dio per imporre agli uomini obbedienza” e dare loro una possibilità di salvezza, perché sine Ecclesia nulla Salus, senza la Chiesa non c’è salvezza.

Quanto è distante da questa concezione il “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir vertute e conoscenza”, l’immortale verso con cui Dante esprime l’essenza dell’Umanesimo. E per aiutare gli uomini ad essere uomini e non bruti nacque l’educazione umanistica che, egemone fin quasi ai nostri giorni, ha trasformato l’Europa da Cristianità ad Occidente conferendoci, inoltre, un vantaggio enorme rispetto alle altre società del pianeta: nei fatti, l’Umanesimo sembra rispecchiare con più fedeltà la reale costituzione dell’uomo ed, in ogni caso, è la concezione che ci permette di esplicare al meglio le nostre capacità.

Dall’Umanesimo al Rinascimento, passando per la rivoluzione del pensiero scientifico e poi di quello illuminista, l’Occidente ha costruito i valori liberali, i cui risultati restano di gran lunga le conquiste più importanti che possiamo annoverare nella nostra storia. Le società liberali hanno estirpato la schiavitù, che era stata praticata in tutte le società precedenti in ogni tempo ed in ogni luogo, hanno emancipato le donne, hanno fatto nascere la democrazia rappresentativa, che si sta diffondendo in tutto il pianeta, hanno facilitato ovunque lo sviluppo economico, fonte del nostro benessere, hanno esteso il suffragio fino a renderlo universale. In definitiva si può anche sostenere che il liberalesimo, quello vero, è quanto di meglio, in politica, la nostra evoluzione culturale sia riuscita a produrre. Ed è un delitto non propagandarlo e difenderlo come si può e si deve

Se con l’Umanesimo ritorna alla luce l’antica visione greco-romana sull’Uomo e sul Mondo, che infrange l’egemonia della Chiesa e trasforma l’Europa da Cristianità ad Occidente, tuttavia non possiamo dire che la concezione pessimista di Sant’Agostino sia morta, anzi essa è ancora capace di colpire e mietere vittime; ne ritroviamo gli echi, nel secolo passato proprio nella Sinistra,,che mostrò di avere la stessa visione pessimista di Agostino, quando ostinatamente ritenne indispensabile una organizzazione sociale autoritaria quanto basta per tenere a freno gli istinti dannosi del singolo,  a cui non doveva essere lasciata troppa autonomia.

Poiché gli imprintings avvengono a nostra insaputa e non per scelta consapevole, le polemiche con chi è “diversamente improntato” sono quasi sempre sterili, perché il “giusto”, per sua natura, si accetta indipendentemente dai risultati che provoca, e questo implica che i “diversamente improntati” dovrebbero essere convertiti non convinti, il che è, notoriamente, molto difficile. Questo vizio di fondo è insito in ognuno di noi, ma diviene tanto più pericoloso quanto più muove un pensiero collettivo: ogni totalitarismo è partito dall’impulso di far prevalere il giusto sul vero, e la storia dell’ultimo secolo ci offre una serie di orrendi esempi di ciò che questo produce.

Sinistra e lavoro

Come nostra ultima speranza, per convincere la sinistra a smettere di concedere tanto spazio agli avversari, proviamo ad analizzare il rapporto storico tra la Sinistra ed il lavoro, e certe conseguenze nefaste che ne sono derivate per lo sviluppo di una società veramente efficiente e competitiva.

L’Art.1 della nostra costituzione recita “I’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Paradossalmente potremmo dire che anche le società schiaviste sono fondate sul lavoro. Ovviamente i nostri padri costituenti non intendevano fondare una società schiavista e di conseguenza l’Art.1 deve intendersi “l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro di tutti”. Ergo il lavoro è un dovere, non un diritto, come troppo spesso si pontifica a sinistra. Se leggessimo l’art 1 secondo questa chiave, si ribalterebbero le logiche che troppo spesso hanno guidato la sinistra nelle sue rivendicazioni: tutti siamo tenuti a contribuire alla Repubblica attraverso il nostro lavoro.

Considerare il lavoro un diritto non è corretto dal punto di vista logico: il lavoro di per sé non esiste in natura, qualcuno lo deve creare, e dunque non si può promettere né rivendicare ciò che non si ha o che non esiste.

Per lavorare occorre essere più bravi degli altri, altrimenti lavorano gli altri (come è giusto che sia). Per questo occorre una libera competizione per selezionare i più idonei. Ciò non significa che lo Stato non debba interessarsi all’economia. Semplicemente lo Stato deve essere un attore che

 intervenire quando e se conviene, semmai per definire gli ambiti di legalità e sicurezza nei quali la libera iniziativa si svolge, o scendere in campo laddove deve prevalere il bene comune sopra qualsiasi altro interesse privato. Garantire a tutti pari opportunità, non diritti inesistenti.

 La libera iniziativa non va né demonizzata né enfatizzata, ma permessa e rispettata. Non è vero che le aziende nascono “al solo scopo di lucro”. L’intraprendente intraprende per lo stesso motivo per cui Pavarotti canta e Susanna Tamaro scrive. Ostacolare la libera iniziativa perché permette “il lucro” è un errore e un danno grave, oltre che un’ingiustizia.

L’aver considerato il lavoro prima di tutto un diritto ha portato tante “anime belle” a non capire che i meriti si guadagnano prendendo i poveri sulle proprie spalle, non facendo una legge che li scarica sulle spalle altrui. Mi riferisco in particolare a certi risvolti nefasti prodotti dal famoso Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Detto altrimenti l’articolo del “chi lo ha assunto se lo tenga”, con il quale molti lavoratori diventarono inamovibili, anche quando improduttivi, ed i loro costi si scaricarono inevitabilmente sulla collettività, attraverso l’inefficienza produttiva.

Non a caso proprio sull’articolo 18 in Italia si è consumata la spaccatura più lacerante della Sinistra nell’ultimo decennio: quando Renzi ne ha proposto il “superamento” tramite il “Jobs Act” la questione è divenuta lacerante: è una legge che attiene più alla goliardia che all’economia e invece da certa sinistra è ancora propagandata come una conquista di civiltà.

Del resto la storia economica di questi ultimi decenni “postcomunisti”  ci mostra altri fatti che che parlano da sé evidenziando come la libera iniziativa sia necessaria. La Cina, che non è certo un paese liberale, ha optato per la libera iniziativa in economia ed ha portato fuori dalla povertà qualche centinaio di milioni di persone e milioni di persone nel benessere. In Venezuela hanno fatto il contrario ed hanno portato un paese potenzialmente ricco alla miseria. Malgrado ciò a sinistra molti optano per Maduro. Sganciarsi da certi pensieri “nostalgici” e dimostratisi platealmente inefficaci deve essere un passaggio necessario, quantunque doloroso. E’ ora che a sinistra riflettano seriamente, perché questi loro errori non solo portano voti ai vari Berlusconi e Salvini, ma, perpetuando le “incomprensioni”, impediscono l’instaurarsi di un mos communis, la cui mancanza è la vera causa del nostro inarrestabile declino.

Conclusione

E’ mio parere, in estrema sintesi, che la Sinistra debba proporsi come una forza di promozione di una socialdemocrazia basata sul Rispetto Reciproco e non sull’Eguaglianza.

Del resto, se proviamo ad affrontare la questione anche dal punto di vista individuale (ed è l’individuo la prima cellula della società), siamo davvero sicuri di voler essere tutti uguali? O non ci sentiamo piuttosto tutti dei “numeri 10”? Esiste davvero la “coscienza di classe” o è un falso mito?

Forse è venuto il momento di interrogarsi in profondità sul significato di “pari dignità” rispetto ad “eguaglianza”, pari opportunità di accesso alla conoscenza e riqualificazione delle capacità, che permettano a chiunque di ricollocarsi in nuovi contesti produttivi, piuttosto che difesa strenua di posti di lavoro divenuti inesistenti o non più sostenibili.

Il mio vuole rimanere un discorso sui valori, e non sulle ricette che la Sinistra dovrebbe far proprie, tema assai ampio che non sta a me in questa sede affrontare. Ciò che mi premeva con questo lavoro sottolineare è la necessità di rimettere a fuoco il contesto dei valori fondanti la Sinistra, e dare il mio contributo per la sua rigenerazione profonda, che ritengo un passaggio imprescindibile per il nostro presente ed il nostro futuro.