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Il mio primo contatto con la musica di Leonard Cohen (Montréal, 21 settembre 1934 – Los Angeles, 7 novembre 2016) avvenne verso la fine degli anni Ottanta. Non ricordo come, perché e in quale circostanza, ma è impossibile dimenticare che oggetto della conoscenza fu il suo CD, uscito nel 1988, I’m Your Man. Una folgorazione, amore a prima vista. Da quel momento ho seguito appassionatamente la carriera di Cohen, accostandomi – s’intende – anche alla produzione precedente e la musica di Leonard è divenuta una compagna fissa della mia esistenza, una sua componente essenziale – un po’ come il poeta Blaise Cendrars accoglieva come una ragione di vita la musica di Duke Ellington. L’intero arco della sua creatività è straordinario, ma ritengo che l’album I’m Your Man resti il più perfetto e significativo. Non per ragioni sentimentali, avendo costituito la mia prima scoperta, ma per fondate ragioni musicali – almeno a mio modo di vedere – di organicità, coerenza, livello artistico, senza anelli deboli e flessioni di intensità. E “ragioni musicali” si riferiscono all’inscindibile nesso musica-parola, laddove la “parola” – frutto creativo del medesimo autore della “musica” – è quella inventata da uno dei maggiori (se non il massimo) poeti canadesi di espressione inglese della sua generazione. Ché tale è Cohen, non solo un “cantautore” (sia pure il «più grande e più influente» secondo lo definì Lou Reed) e polistrumentista di sommo talento, ma poeta appunto autore di numerosi libri di versi (il primo pubblicato nel 1956), nonché romanziere di dura e complessa originalità (The Favourite Game, 1963; Beautiful Losers, 1966): i molteplici riconoscimenti internazionali alla sua figura di artista – tralasciando quelli specificamente relativi allo scrittore e al musicista – culminarono nell’attribuzione dei titoli di Ufficiale dell’Ordine del Canada (1991), Compagno dell’Ordine del Canada«per il suo immaginario sorprendente e le suggestive descrizioni della condizione umana» (massima onorificenza nazionale, 2002), Grand’Ufficiale dell’Ordine Nazionale del Quebec (2008), a cui è da aggiungere il prestigioso Premio spagnolo “Principe delle Asturie” per la letteratura (2011). L’ «immaginario» di Leonard, per quanto riguarda sia l’intera sua produzione letteraria sia quella poetica messa in musica, abbraccia un panorama tematico tanto vasto quanto intimamente connesso e intracciato in cui le varie declinazioni trovano una coerente e coesa convivenza. Volendo schematicamente individuare alcuni filoni, se ne potrà riconoscere uno sostanzialmente religioso, fondato su un drammatico e sofferto dialogo con il divino e con il sacro della Bibbia e non estraneo a venature mistiche, orfiche, esoteriche; uno socio-politico-civile, su posizioni democratiche, progressiste, pacifiste, mai però conformistiche e acriticamente correct perché innervate non tanto da nuclei ideologici quanto da pulsioni sentimentali e umanitarie (umanistiche), con un convinto rifiuto del materialismo e del meccanicismo contemporanei; uno intensamente erotico, con una tensione a individuare nella sessualità anche più acre e tormentosa le presenza di una trasfigurante o salvifica spiritualità (e con un convinto rifiuto della pratiche abortive); uno di colorito storico, con una geniale rilettura di momenti o figure della storia passata o recente; uno di profonda e talora dubitosa riflessione sulla musica stessa, sul proprio fare artistico, sul senso e sul perché della sfera estetica ai nostri giorni. Il tutto all’ombra di un amaro pessimismo politico culturale esistenziale (Cohen fu spesso vittima di acute crisi depressive), forse parzialmente arginabile da una finale, ancorché altalenante, speranza nelle virtù consolatrici della bellezza e dell’amore condite da una certa dose di ironia e  disincanto. 

Quando desidero farmi del male (pulsione che si manifesta spesso in virtù del mio carattere fondamentalmente masochista) non trovo di meglio che riascoltare Take This Waltz (“Balla questo valzer”), brano compreso in I’m Your Man, e l’effetto è garantito per ore e per giorni. Invitando caldamente a un ascolto, qui impossibile, nella sede adatta, mi limito a trascrivere la splendida poesia che ne costituisce il testo.

Now in Vienna there are ten pretty women.

There’s a shoulder where death comes to cry.

There’s a lobby with nine hundred windows.

There’s a tree where the doves go to die.

There’s a piece that was torn from the morning,

and it hangs in the Gallery of Frost –

Ay, ay ay ay

Take this waltz, take this waltz,

take this waltz with the clamp on its jaws. 

I want you, I want you, I want you

on a chair with a dead magazine.

In the cave at the tip of the lily,

in some hallway where love’s never been.

On a bed where the moon has been sweating,

in a cry filled with footsteps and sand –

Ay, ay ay ay

Take this waltz, take this waltz,

take its broken waist in your hand. 

This waltz, this waltz, this waltz, this waltz

with his very own breath

of brandy and death,

dragging its tail in the sea.

There’s a concert hall in Vienna

where your mouth had a thousend reviews.

There’s a bar where the boys have stopped talking,

they’ve been sentenced to death by the blues.

Ah, but who is it climbs to your picture

with a garland of freshly cut tears?

Ay, ay ay ay

Take this waltz, take this waltz,

take this waltz, it’s been dying for years.

There’s an attic where children are playing,

where I’v got to lie down with you soon,

in a dream of Hungarian lanterns,

in the mist of some sweet afternoon.

And I’ll see what you’ve chained to your sorrow,

all your sheep and your lilies of snow –

Ay, ay ay ay

Take this waltz, take this waltz

with his “I’ll never forget you, you know!”

And I’ll dance with you in Vienna,

I’ll be wearing a river’s disguise.

The hyacinth wild on my shoulder

my mouth on the dew of your thighs.

And I’ll bury my soul in a scrapbook,

with the photographs there and the moss.

And I’ll yield to the flood of your beauty,

my cheap violin and my cross.

And you’ll carry me down on your dancing

to the pools that you lift on your wrist –

O my love, o my love

Take this waltz, take this waltz,

it’s yours now. It’s all that there is[1].

Ma… non è tutto, poiché il testo comprende un sottotitolo: After Lorca, cioè alla maniera di Lorca. Il che significa che la poesia è una libera traduzione, quasi un rifacimento, di una altrettanto stupenda poesia di Federico García Lorca, Pequeño vals vienés (“Piccolo valzer viennese”), scritta nel 1929/30 durante la permanenza del poeta a New York e fonte ispiratrice della lirica di Cohen. Vogliamo leggere anche questa?

En Viena hay diez muchachas,

un hombro donde solloza la muerte

y un bosque de palomas disecadas.

Hay un fragmento de la mañana

en el museo de la escarcha.

Hay un salón con mil ventanas

¡Ay, ay, ay, ay!

Toma este vals con la boca cerrada.

Este vals, este vals, este vals,

de sí, de muerte y de coñac

que moja su cola en el mar.

Te quiero, te quiero, te quiero,

con la butaca y el libro muerto,

por el melancólico pasillo,

en el oscuro desván del rio,

en nuestra cama de la luna

y en la danza que sueña la tortuga.

¡Ay, ay, ay, ay!

Toma este vals de quebrada cintura.

En Viena hay cuatro espejos

donde juegan tu boca y los ecos.

Hay una muerte para piano

que pinta de azul a los muchachos.

Hay mendigos por los tejados.

Hay frescas guirnaldas de llanto.

¡Ay, ay, ay, ay!

Toma este vals que se muere en mis brazos.

Porque te quiero, te quiero, amor mio,

en el desván donde juegan los niños,

soñando viejas luces de Hungría

por los rumores de la tarde tibia,

viendo ovejas y lirios de nieve

por el silencio oscuro de tu frente.

¡Ay, ay, ay, ay!

Tomo este vals del «Te quiero siempre».

En Viena bailaré contigo

con un disfraz que tenga

cabeza de rio.

¡Mira qué orillas tengo de jacintos!

Dejaré mi boca entre tus piernas,

mi alma en fotografías y azucenas,

y en las ondas oscuras de tu andar

quiero, amor mio, amor mio, dejar,

violín y sepulcro, las cintas del vals[2].

Su quella che può essere l’ispirazione che ha indotto Cohen a musicare la poesia dell’amato Lorca (epicedio di un mondo splendido e illusorio al suo straziante e pur malioso tramonto), sugli stimoli emotivi e culturali di questo incontro ha fini osservazioni Giusy Frisina  (cfr. giusyfrisina.weebly.com/lomaggio-a-garcia-lorca.html) e non mi soffermo ulteriormente, così come risparmio le possibili analisi filologiche, stilistiche, fonetiche, strutturali sollecitate da un confronto tra in due testi, affidando al gusto e alla sensibilità di chi legge il piacere di rilevare le sfaccettature e le colorature, le analogie e gli scarti, le consonanze e le variazioni che i versi di Leonard comportano rispetto a quelli di Federico. Ricordando che Cohen ha dato nome Lorca alla figlia nata nel 1974, osserverò soltanto che il connubio di una lancinante melodia in ritmo ternario con le stupende parole di così alta paternità è un prova concreta di come il godimento del culmine della bellezza e dell’armonia si possa accompagnare al conseguimento del culmine di struggimento e sconquasso interiore. E viceversa.

Una simile estasiante sofferenza la provo anche quando ascolto Schubert o la musica klezmer, altre scelte obbligate quando voglio angosciarmi un po’ più dell’usuale! E non sarà un caso che  echi della musica klezmer si possano percepire nelle composizioni di Leonard, ebreo canadese di origini polacco-lituane.

Credo che Take This Waltz sia uno dei capolavori novecenteschi nel campo della canzone di alto respiro artistico in àmbito anglo-americano: insieme con Stardust di Carmichael, Where or When di Rodgers su versi di Lorenz Hart, Something di George Harrison (che Frank Sinatra giudicò la più bella canzone d’amore degli ultimi cinquant’anni), This Guy’s in Love with You di Burt Bacharach su testo di Hal David (di cui Noel Gallagher disse che sarebbe morto felice se fosse riuscito a scrivere una canzone bella anche soltanto la metà). E con poche altre.

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[1]   BALLA QUESTO VALZER. Ora a Vienna ci sono dieci donne graziose. / C’è una spalla su cui la morte viene a piangere. / C’è un vestibolo con novecento finestre. / C’è un albero dove vanno a morire le colombe. / C’è un frammento strappato al mattino / e che pende nella Galleria del Gelo – / Ay, ay ay ay / Balla questo valzer, balla questo valzer, / balla questo valzer con le mascelle serrate. // Ti voglio, ti voglio, ti voglio / su una sedia con una vecchia rivista. / Nell’incavo sulla punta del giglio, / in un passaggio dove l’amore non è mai stato. / Su un letto dove la luna ha sudato, / in un pianto colmo di orme e di sabbia – / Ay, ay ay ay / Balla questo valzer, balla questo valzer / prendi in mano i suoi fianchi spezzati. // Questo valzer, questo valzer, questo valzer, questo valzer / con l’alito solo suo/ di brandy e di morte / che trascina la sua coda nel mare. // C’è una sala da concerti a Vienna / dove la tua bocca ha avuto mille recensioni. / C’è un bar dove i ragazzi hanno smesso di parlare, / condannati a morte dalla tristezza. / Ah, ma chi è che si arrampica sul tuo ritratto / con una ghirlanda di lacrime appena recise? / Ay, ay ay ay / Balla questo valzer, balla questo valzer, / balla questo valzer, che da anni sta morendo. // C’è una soffitta dove giocano bambini / e presto dovrò giacere con te, / in un sogno di lanterne ungheresi, / nella foschia di un dolce pomeriggio. / E vedrò quel che hai incatenato al tuo dolore, / tutte le tue pecore e i tuoi candidi gigli – / Ay, ay ay ay / Balla questo valzer, balla questo valzer / con il suo «Mai ti dimenticherò, lo sai!» // E danzerò con te a Vienna, / indosserò un travestimento fluviale. / Il giacinto selvatico sulla spalla, / la mia bocca sulla rugiada delle tue cosce. / E seppellirò la mia anima in un album, / tra le fotografie e il muschio. / E abbandonerò al flusso della tua bellezza / il mio violino da quattro soldi e la mia croce. / E tu danzando mi farai scendere / fino alle pozze che sollevi sul tuo polso – / O amor mio, o amor mio / Balla questo valzer, balla questo valzer, / ora è tuo. È tutto quel che c’è. (Traduzione di L. M. M.)

[2]   PICCOLO VALZER VIENNESE. A Vienna ci sono dieci ragazze / una spalla dove singhiozza la morte / e un bosco di colombi disseccati. / C’è un frammento del mattino / nel museo della brina. / C’è un salone con mille finestre. / Ahi, ahi, ahi, ahi! / Prendi questo valzer con la bocca chiusa. // Questo valzer, questo valzer, questo valzer, / di sì, di morte e di cognac / che bagna la coda in mare. // T’amo, t’amo, t’amo / con la poltrona e col libro morto, / nel malinconico corridoio, / nell’oscura soffitta del giglio, / nel nostro letto della luna / nella danza che sogna la tartaruga. / Ahi, ahi, ahi, ahi! / Prendi questo valzer dalla cintura spezzata. // A Vienna ci sono quattro specchi / dove giuocano la tua bocca e gli echi. / C’è una morte per piano / che tinge d’azzurro i ragazzi. / Ci sono mendicanti sui tetti. / Ci sono fresche ghirlande di pianto. / Ahi, ahi, ahi, ahi! / Prendi questo valzer che muore nelle mie braccia. // Perché t’amo, t’amo, amor mio, / nella soffitta dove giuocano i bambini, / sognando vecchie luci d’Ungheria / nei rumori della tepida sera, /vedendo pecore e gigli di neve / nel silenzio oscuro della tua fronte. / Ahi, ahi, ahi, ahi! / Prendo questo valzer del «T’amo sempre». // A Vienna ballerò con te /con una maschera / e testa di fiume. / Guarda che rive di giacinti! / Lascerò la mia bocca tra le tue gambe, / l’anima in fotografie e gigli / e nelle onde oscure del tuo passo / voglio, amor mio, amor mio, lasciare / violino e sepolcro, i nastri del valzer. (Traduzione di Carlo Bo)