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I dati sono importanti, ma il modo di presentarli è altrettanto importante, come vorrei dimostrare con due esempi d’attualità. Partendo dalle bolle d’aria. Quelle antiche conservate in profondità nei ghiacci dell’Antartide hanno rivelato che negli ultimi tre secoli il contenuto di CO2 nell’atmosfera è aumentato di 100 ppm passando (valori arrotondati) da 300 a 400. E’ naturale mettere in relazione questo aumento con l’immissione di CO2 in atmosfera, iniziata  con la rivoluzione industriale, quando abbiamo preso a utilizzare combustibili fossili: in pratica, l’uomo sta restituendo all’atmosfera carbonio che i giacimenti di combustibili le avevano “sequestrato” milioni di anni fa. Quel dato seminale, vecchio di qualche decennio (lo illustravo trenta anni fa ai miei studenti di Scienze Naturali) è stato decisivo per innescare la “rivoluzione” verde che per molti aspetti sta cambiando il mondo con conseguenze colossali sul piano economico. Dato decisivo, perché volgarizzarlo è stato facile. Gli studiosi lo hanno offerto e “la gente” lo ha accettato. Orbene, io credo che alla universale accettazione di questa nuova visione ha contribuito il fatto che 100 è “un numero grosso”. “Raggiungeremo insieme il firmamento / dove le stelle brilleranno a cento” la cantava ancora Pavarotti.  E “ppm” (parti per milione) non è una abbreviazione molto popolare Se all’uomo della strada fosse stata data notizia che tre secoli fa l’aria conteneva tre parti su diecimila di CO2, e adesso ne contiene quattro su diecimila probabilmente l’informazione avrebbe sollevato, almeno inizialmente, qualche scrollata di spalle. Al contrario, proviamo ad esprimere il dato in ppb (parti per miliardo), ed ecco, una frase tipo “CO2 è aumentata di 100.000 ppb in tre secoli” ha un suono oscuro, ma terrorizzante. E il dato è sempre lo stesso.

Secondo esempio. Quando si parla di vittime del covid-19, se si vuol dare un ‘idea realistica della situazione nei vari paesi, i dati dovrebbero essere espressi rapportandoli alla popolazione. Invece, c’è la universale e ingannevole abitudine di fornire valori assoluti, e allora esce la classica graduatoria che, per numero di morti,  vede al primo posto gli USA. Ove le cose sono andate male – si sa – e probabilmente costeranno la rielezione a Donald Trump. Se però si vuole fare – è l’esempio più ovvio – un confronto con l’Italia, allora bisogna ricorrere a quello strumento matematico utilissimo e semplice  (si impara in seconda media) che è la  proporzione. Così facendo si trova che se noi (popolazione 60 milioni) lamentiamo 35.000 defunti,  gli USA (330 milioni) per “fare pari” dovrebbero averne avuti 190.000. Invece il loro dato a oggi (23 agosto) è 175.000, il che significa che, solo sulla base di quel rozzo parametro, negli USA è andata un pochino meglio che da noi. Però, noi siamo (pare) additati al mondo come esempio di successo, e gli USA come esempio di disastro. Il Belgio ha avuto “solo” diecimila morti, e però provate a fare una proporzione….

Eh sì, i dati sono importanti, ma presentandoli si può giocare molto, magari solo per renderli più “sexy”, e i modi sono spesso sofisticati. Tutti i ricercatori lo sanno, e la tentazione è sempre lì. A livello dei media, invece, niente di sofisticato. Nel secondo esempio quel modo aberrante di porgere il dato è una scelta politica, oppure è figlio di pigrizia? Forse un po’ l’uno, un po’ l’altro.