695 utenti hanno letto questo articolo

Credo che Ungaretti abbia letto in fretta l’Infinito e non sia riuscito a cogliere
l’essenza completa di questo frammento, che non è in una sbrigativa “logica
ironica”, nel testo e nel titolo, offrendo invece esso una meditata confessione scoperta
dell’infinito, che nasce come attuazione progressiva di un modo di
sentire irreale ciò che è apparentemente reale, come evasione dal nostro io
empirico in una sorta di contemplazione che ci accomuna all’asceta, che
all’improvviso sente accendersi intorno e dilatarsi le grigie ristrette pareti della
sua spelonca, e spaziare vuole come pensiero che da un altro pensiero è
mosso, lì improvvisamente, senza ordine di tempo o di spazio, in una
dimensione crescente che è tutta interiore, forse a lungo ricercata ed attesa, e
perché è sentita inesprimibile la si paragona all’infinito, al silenzio, allo spazio
di cui avvertiamo la presenza solo nel nostro io metafisico, come intuizione
imparagonabile, più che per averne avuto esperienza. Non so proprio come
Ungaretti abbia fatto a trovarvi dell’ironia, sia pure di quella che conoscono le
anime dolenti, di quella che nasce dal sentimento del contrario, poiché la sua è
una blandizia intellettuale piuttosto che una più cogente verità poetica, perché
Ungaretti punta tutto il suo argomentare sull’uso di termini usuali, siepe,
foglie, piante, come se per parlare di infinito si dovesse ricorrere al linguaggio
straordinario dei surrealisti, degli ermetici, configurandolo in una situazione
simbolica da poeta visionario. E’ così che mi pare che egli ragioni, e per altri
versi mi sembra affrettato nel commento di tutto l’idillio non sforzandosi di
intendere nel modo più intimamente poetico e storico la ragione di questi versi,
proiettati tutti nel presente, financo nei tempi espressi al passato, come
avviene per quel famigerato “mi fu”, che Ungaretti sente come passato remoto,
per giustificare che “ a muovere gli affetti qui opera una reminiscenza”, laddove
da tutto il contesto il “fu” risulta piuttosto al passato prossimo, “mi è stato”,
poiché non avrebbe senso qui il passato remoto, dal momento che non c’è
passato neppure nel mi sovvien, di più sotto, se ben si intende il valore
profondo e la suggestione di questo verbo, che indica piuttosto attualizzazione
di un sentimento, più che ricordo di una esperienza passata, che sarebbe allora
veramente banale ed incomprensibile il senso dell’infinito che è intuizione che
si muove oltre ogni ricucitura di memorie. Ma torniamo al “fu”. Ci pare
enormemente errato pensare che il poeta potesse qui staccarsi dalle sue
sensazioni presenti, intendendo il “fu” al passato remoto, mentre esse
continuano a vivere anche in quel presente poetico in cui il Leopardi si desta
come da un sogno di contemplazione interiore e mormori la beatificante
scoperta dell’estasi che si fa suono della parola poetica: “sempre caro mi è
stato” e continua ancora ad essere e non mi fu, che con la loro proiezione al
passato raffredderebbe il calore umano che in esse ancora vive nel presente.
Anche in Dante nel canto di Farinata si ha “ebbe” un passato remoto con la
stessa pregnanza poetica temporale di “fu” al passato prossimo ad indicare una
continuità nel presente di una situazione emotiva che si è iniziata nel passato
ma che perdura come attualità e non come ricordo e reminiscenza. Del resto
tutti gli altri verbi del testo sono al presente, specie quel “fingo” e i gerundi
semplici e il “sovvien”. L’Infinito non nasce da rimembranze come detto ma è
un modo d’essere presenti a sé stessi in una contemplazione interiore come
rare volte suole accadere e comporsi in una astrazione sognante di poesia.
Ungaretti ancora scrive: Penetra nelle ricordanze il poeta condotto dal suo
orecchio vigile….. “e mi sovvien l’eterno”. Anche l’eterno è un ricordo, un
passato. Assurdo.! Ungaretti legge in fretta e si sofferma troppo in superficie
con un’analisi scolastica. Dico che in “mi sovvien” non c’è affatto ricordo di un
passato ma l’atmosfera spazio temporale che il verbo suggerisce è, semmai,
scoperta di una presenza psicologia interiore e non sua proiezione temporale,
perché l’eterno, come detto, non si può ricordare se non è esperienza reale
della mente, esso solo a livello d’anima è percepibile, scoperta durevole come
condizione di una finzione interiore. E veniamo al punto centrale, se è vero che
Ungaretti crede che in esso si celi dell’ironia, sia pure, a suo pro, quella che
nasce dalle dissonanze della lirica moderna. Egli scrive: e quando si pensa che
una siepe è stata a muovere tutto questo, e sono state foglie mosse da un
alituccio di vento-si pensa che sono state piccole cose, fatti insignificanti: erano
foglie vento le cose, cose che di solito raffigurano la caducità, la fugacità.
Vedete bene l’ironia investe non un vocabolo qua e là ma l’ispirazione”. Credo
che l’abbaglio nasca proprio da una forzatura linguistica, ché non pare possibile
ad Ungaretti che un tema così arduo, così amabilmente moderno, si possa
conseguire con un linguaggio corrente e ad un tempo puntuale e concreto,
oserei perfino dire. Se gli effetti di ciò che non è commensurabile, di ciò che
non è usuale, dico l’infinito, sono conseguiti con mezzi quotidiani, semplici
parole, è perché l’ispirazione ha saputo liberarli in una dimensione trasposta,
dissonante tra l’effetto conseguito, l’infinito, e il loro correlativo di paragone,
umile , che è il presente, la siepe, il vento, il colle; inoltre è da considerare, ( e
questo sembra quasi tacere o non intuire o non dire Ungaretti, che a me pare
nascondersi nella sua meraviglia di poeta moderno, scaltrito di poetica
simbolista, che si sorprende di vedere conseguito un effetto così moderno in un
poeta che rispetta ancora la trama del linguaggio poetico), che con il Leopardi
ancora non è avvenuto lo sfrenamento di tutti i sensi, e che la parola poetica
non è stata smozzicata, come avverrà nei simbolisti ed epigoni, ma c’è invece
ancora visibile e pienamente risonante, pur nell’estrema modernità di una sua
parabola essenziale e quasi pura, liberata da ogni intellettualismo retorico,
l’uso accurato della parola significante, più che della parola evocazione, che
suggerisce senza riferimento, e che vive solo per sé ,mentre qui, in Leopardi,
la parola pur nel significare la rarità, cioè l’infinito, è calata in una trama di
sensazioni conseguite con termini comprensibili ed immediati, laddove più tardi
le parole saranno scorporate in una trama di sensazioni volanti, e più che
armonia si avrà dissonanza, inquietudine più che dolce naufragio. Se ironia c’è,
e nel testo e nell’ispirazione, essa non è incompatibile né col testo né con
l’ispirazione, ma con i parametri distorti di chi applica in modo frettoloso
categorie di giudizio da far combaciare, ad ogni costo, con la propria forma
mentis più che con gli aspetti e le intenzioni che intimamente non ci sono nei
testi poetici. Ho cercato con questa lettura dell’Infinito di esprimere un mio
punto di vista, guardingo e rarefatto, sulla scorta di Ungaretti, ma non per
farne una postillatura scolastica, poco adatta a cogliere le ragioni e le intime
suggestioni di questo frammento lirico, bensì per tentare di scoprire
l’ispirazione e la ragione nascosta, umana e storica, che ne determinano
l’intuizione.
06- 11-1983
Nell’analisi linguistica che dell’Infinito prevalentemente si fa, e con molta
dottrina, ci si dimentica tuttavia che esso è stato scritto da un uomo e che,
come in ogni opera d’arte, vi è dietro e dentro una storia, un sentimento, una
vicenda, un bisogno. L’analisi strutturale ha freddo, lascia freddi e non
consente di penetrare le emozioni, le intenzioni, non ci fa chiedere perché
Leopardi l’abbia scritto così, e con quei richiami geografici, con quelle
figurazioni spaziali e quelle scansioni logiche e verbali che hanno il compito di
portare avanti il suo pensiero in una linea di sviluppo continua e crescente, per
concludere il loro pellegrinaggio mentale in un naufragio di silenzio, e che per
tale percorso ancora ci chiediamo che cosa egli abbia voluto ricordare, quale
fatto ci sia alle spalle, quale esperienza interiore l’ abbia determinato ed
espresso così. Queste cose l’analisi strutturale non ce le dice e tratta l’opera
come una forma conclusa da sezionare, un’architettura di cui ammiriamo le
disposizioni singole, le modanature, le volute che formano l’insieme ma non ci
dice del materiale usato e del suo reperimento anteriore, la cava di
provenienza e la scelta estetica, perché si tratta sempre di scelte estetiche da
assemblare, che il poeta ha operato per obbedire a certe sollecitazioni esterne
con cui formare certe esperienze interiori. Ogni opera è il risultato di eventi
esterni, che sono le correnti culturali, filosofiche, le idee diffuse nella società
sulla morale, sulla scienza, e quelle interne e personali, le quali vengono
sollecitate, secondo il proprio sentire, ad aderirvi per divenire parte storica e
culturale di un’idea in cui calare un’esperienza privata, un sogno o una
delusione, sicché allora la fredda architettura si apre e ci consente di entrare
dentro il pensiero dell’artefice, per respirarne le emozioni, le esitazioni, che si
andavano proponendo e realizzando psicologicamente, a mano a mano che egli
costruiva quel particolare edificio poetico in cui trovavano forma e vita e le idee
esterne, che offrivano sollecitazioni emotive di canto, e i casi interni, propri,
quotidiani, umani che in essa armonicamente si giustificavano, sicché l’opera,
quell’opera particolare, che alla fine si compiva, a ragione poteva dirsi
l’avventura sentimentale di un avvenimento personale, interiore e biografico.
La critica, in generale, non si è interessata di questa enunciazione del poeta,
che ci chiarisce che l’Infinito e gli altri piccoli idilli, massimamente sono da
considerarsi avventure, emozioni, esperienze storiche, cioè non letterarie non
passatempi arcadici ma espressioni di emozioni realmente vissute e sofferte
dall’autore. L’Infinito è l’idillio più ammirato ma anche il più incompreso del
Leopardi. Si è scritto su di esso, del suo materiale esterno dei suoi passaggi
spaziali e fonetici graduali e graduati ma non ci si è mai chiesti a quale
avventura storica, a quale esperienza morale egli intendesse alludere. A questo
punto, poiché il testo ci dice poco della sua preistoria, ci deve soccorrere il
tempo cronologico della sua composizione, il momento autobiografico, che è
anche il momento culturale ed emozionale dell’idillio. L’anno deve essere quello
della fuga fallita da Recanati, come si può argomentare da certe allusioni
iniziali, specie dal modo dolente e ironico dell’aggettivo “caro”, che
amaramente ed umanamente sancisce la fine di quei sogni che spaziavano
oltre l’orizzonte, e il “colle”, che si fa “ermo”, privo di quei sogni che si pensava
di iniziare a vivere di là. E in questo modo l’infinito poetico si allarga, cessa di
essere pura rappresentazione linguistica e mentale, e si dispone ad accogliere
la vita più sentimentale, più impalpabile del poeta, i suoi sogni, le sue delusioni
in una proiezione spaziale che supera il puro dato espressivo. E dietro quella
profondissima quiete, quegli spazi interminati, vedremmo sorgere, come
controcanto, delle ironiche presenze deluse, delle pulsioni compresse e umiliate
dallo scarto di estensione tra l’immaginarle e l’amara realtà dell’ermo colle,
specchio crudele della desolazione e della delusione biografica di una fuga,
quella del 1819. E questo frammento, che per la sua singolarità di purezza e
castità di enunciati resta esperienza unica nella poesia del Leopardi, si fa pure
espressione di quel suo particolare modo di vivere le proprie avventure
sentimentali in una sfera non lamentata, non patetica ma di pura e assoluta
ironia mascherata dalla valenza di quei due aggettivi, l’iniziale “caro” dell’ermo
colle, di cui solo un pazzo o un masochista potrebbe compiacersi, chiamando
caro il luogo del suo supplizio, e il conclusivo “dolce” del naufragio in cui tutto
si sommerge in un abissale silenzio ulissiaco, da cui più nulla traspare o giunge
alla vista o all’udito, neppure il metaforico “bianco fianco” di una sirena
sparente tra i flutti, la cui assenza ci dice che pure c’era stata in Mallarmé la
simbolica presenza di un ricordo affettivo a cui sperare di tendere. Se il
Sensismo induceva a fuggire il dolore per conseguire il piacere, fisico o
intellettuale, qui manca il dolore, a meno che esso non sia da scorgere
psicologicamente e storicamente nel limite conoscitivo eretto dalla siepe, cosa
da poter anche escludere perché il luogo e la siepe sono sentiti come frequenze
che suscitano diletto, “sempre caro mi fu”, per cui mi è sorto il sospetto che
L’Infinito sia stato un resoconto ironico, e in questo concordo con Ungaretti, un
pianto contenuto, una disperazione repressa dopo il tentativo, fallito, di fuga da
Recanati. Rivedersi e ritrovarsi in quei medesimi luoghi da cui aveva progettato
di fuggire fa sgorgare una meditazione ironica di canto sommesso al proprio
esilio, alla propria prigionia, e quindi alla propria estraneità ad ogni vicenda
storica del proprio tempo. La lirica non contiene nessun cenno di
contrapposizione o di rinnegamento della propria condizione esistenziale, che
spesso si accompagnano nel suo meditare. A parte il suo alto valore poetico,
l’Infinito potrebbe essere letterariamente un biglietto pasquale per rassicurare i
genitori sulla sua nuova posizione in famiglia: tornava quieto a riprendere la
sua vita di recluso e sottomesso, anzi trovava anche dei luoghi piacevoli per
evadere almeno con la fantasia e il colle Tabor era uno di questi, per fingere
anche un naufragio che si appaga di sé in un sensismo astratto. Il fascino
dell’Infinito, il suo eccezionale segreto poetico sta anche in questa mancanza di
identità filosofica e culturale per farsi movimento di sensazioni più che di
concetti.
Giarre 10 /08/1996
Se Leopardi è poeta della memoria, anche l’Infinito è legato ad un ricordo,
“sempre caro mi fu “che dentro la sua levità autobiografica nasconde una
delusione, un rimpianto, un fallimento. La sproporzione tra le ristrettezze e le
angustie domestiche e paesane, che opprimono le illusioni della sua ancora
giovane età, e il luogo poetico dell’infinito, come attrattiva seducente di libertà
e spazialità esistenziale, testimoniano che Leopardi ha tuttavia trovato nella
dimensione letteraria la compensazione rasserenante: ”naufragare m’è dolce”,
al progetto della fallita fuga da Recanati. E’ l’Infinito, tuttavia, un Idillio
costruito a freddo, e per questo non vi incontriamo la malinconia, né i rimpianti
che pure ricorrono negli altri Idilli. Paradossalmente il poeta nell’Infinito ci dà
un esempio di quella poesia sentimentale pura, che avrebbe potuto scrivere se
fosse stato felice sentimentalmente e socialmente. Preziosa fattura stilistica
con vaghezze di sospiri contenuti, e con architetture compositive a sbalzi,
proprie della natura aristocratica degli idilli settecenteschi. E, in margine, si
potrebbe anche aggiungere che l’unico luogo storico ed esistenziale che gli
resta per privilegiare il suo pensiero poetico è il non umano, è il non temporale,
è il silenzio nudo che insieme generano il mare dell’Infinito, il luogo disumano
dove potrà trovare in finzione quella dolcezza che sognava di vivere tra la
paesana gioventù vestita a festa.
02/05/1990
Perché, in ultimo, la qualità della poesia del Leopardi è anche determinata dal
suo autobiografismo ambientale e quotidiano di isolato. Certi “allunghi”
paesaggistici, certe affettuosità liriche di particolari di paese non sarebbero
giustificabili se essi non avessero profondamente segnato spiritualmente la sua
esperienza come il risultato sentimentale di una dolente contrapposizione di
odio – amore al mondo che lo circondava. Solo chi, appunto, si è sentito
prigioniero, fuori o dietro le sbarre di una reale o immaginata prigione, e penso
al Cervantes, può concepire l’aerea chiarezza di spazi che si aprono fascinosi in
una lontananza, e costruire dentro di sé una psicologia dei rumori e delle voci
che popolano il silenzio della propria reclusione, fisica e spirituale, con effetti
individuati nella vita da vivere. E’ il silenzio la plaga che cinge e fertilizza la
meditazione del Leopardi, in cui i suoni e le voci, notturne o crepuscolari, così
come anche gli oggetti lontani ed indistinguibili, hanno sempre costituito il
tramite fantastico e meditativo, per legarsi psicologicamente anche al nudo
silenzio. Ed altro rifugio, più suo proprio, del silenzio e della solitudine, non
poteva esserci per chi si scopriva relegato da ogni partecipazione alla vita, che
tutt’intorno gli pareva lietamente svolgersi. Non è quindi, come sosteneva Asor
Rosa una scelta poetica il silenzio, ma una circostanza realistica divenuta
categoria spirituale ed intellettuale della sua particolare situazione esistenziale,
e in questo caso forma poetica con la quale il Leopardi poteva intimamente
ancora legarsi alla vita umana del suo borgo, e dare un senso con essa anche
alla propria. Senza questa consapevolezza culturale e psicologica non
sarebbero nati, in modo specifico ed esemplare né il Canto notturno, né Le
Ricordanze, così come neanche quegli Idilli e quelle Operette morali in cui la
vita appare avvolta da un silenzio silenico.
22/06/1991
L’Infinito di Leopardi è il suo Sublime romantico, è lo sgomento descrittivo e
sensistico che si fa piacere intellettuale senza perdersi nella voragine
dell’universo pascaliano. E’ il luogo lucreziano del sapiente che ha scoperto la
sua superiorità morale nella contemplazione mistica, guidata dalla ragione e
dall’armonia delle passioni. Ma compositivamente si potrebbe anche dire che
l’Infinito è troppo calibrato nella narrazione per gradi sensoriali convergenti,
per crederlo un puro capolavoro dell’intuizione lirica. E’ un episodio dei sensi
guidati dall’intelletto letterario, dalla perizia stilistica e tecnica, un vero
compiacimento da erudito.
15/11/08
Leopardi lega la poesia ad un valore di natura perenne, che è appunto la
psicologia dell’uomo che si rivede sempre in una circolarità di riflessioni
esistenziali che lo soffocano fino negli estremi palpiti di un requiem che intona:
A sé stesso.
20/11/08
Poesia di auto commiserazione esistenziale sapientemente trasfigurata in
simboli l’Infinito del Leopardi. Dietro di esso, nella sua genesi psicologica e
storica, c’è tutto un fermento umano e culturale di libertà bloccata da un
fallimento di fuga reale dal natio borgo selvaggio. Ed infine, a livello poetico è
una rivincita del pensiero spazioso per dare dignità sostanziale al patimento di
un’involontaria inettitudine, disperatamente contrastata da lunghe segrete
lacrime trattenute.
26/05/1991
L’origine e l’archetipo della poesia e della vita interiore e speculativa di
Leopardi sono principalmente il silenzio e il cielo e il paesaggio di Recanati con
le sue viuzze, le sue voci quotidiane vicine e lontane, e le stelle, e la luna. Il
pastore primitivo, non doveva Leopardi trovarlo fuori di sé, errante nelle steppe
dell’Asia in un lamento di nenie, poiché egli già se l’educava e portava dentro
con tutte quelle sensazioni ed inquietudini sentimentali che il silenzio del
deserto e dell’orizzonte invalicabile sanno creare ed illuminare in uno spirito
poetico che vuole popolare di piacevoli emozioni quei nudi silenzi e superare la
delusione esistenziale che fatalmente giunge a fiaccare la prospettiva
inguaribile del viaggio dell’anima.
06/09/2000
Leopardi non conosce l’ossimoro ricreativo e felice del pensiero. È dommatico;
è tutto di un pezzo, psicologicamente e concettualmente. Per questo è godibile
dalla mente anche più comune, dalla mente che segue il senso comune della
vita. La sua problematica esistenziale è fisiologica, e quindi segue il senso
comune, le apparenze, anche quando fa della conoscenza un problema, come
nel Canto notturno. È’ un romantico senza l’esperienza della città. È’ uno
spiritualista che continua a leggere la vita arcadicamente. Forse i Canti più
riusciti modernamente sono quelli del suicidio, oltre al Canto notturno e a La
ginestra, di stampo volteriano questa, una visione cosmica dagli assunti biblici,
da Ecclesiaste. L’uomo è inchiodato nel suo ricorrente disfacimento al pari di
tutte le cose della natura, con in più la consapevolezza drammatica ed unica di
scoprirsi e sentirsi il più infelice, e senza scampo perché circoscritto dalla sola
forza naturale delle sue argomentazioni razionali. Procede, appunto, per
conclusioni e presunzioni di stampo naturalistiche, anche quando esita. Non
sfugge verso soluzioni alternative, che ne possano variare il contenuto
possibile, quello che modernamente noi sentiamo verificarsi nelle parole
impreviste. La forte razionalità non gli concede lo spazio per sostenersi
psicologicamente nella suggestiva sospensione della creazione verbale ancora
aperta. La sua conoscenza è una verità che non ha la gentile complicità del
dubbio. Ogni incertezza, il forse, è sancito dall’affermazione perentoria
negativa di sé, “a me la vita è male” o universale, “è funesto a chi nasce il dì
natale”. Uscire dalle sue proprie conclusioni intellettuali non è facile così come
non è facile abbandonare del tutto le suggestioni metafisiche, che pure si porta
appresso, ma per intristirle, dato che non ne ha più bisogno per recuperare
esitazioni e proporre rimedi e più quieti sotterfugi, per essere stati sfiorati dal
senso indefinito di essi. L’uomo moderno tuttavia è approdato ad una soluzione
nuova e senza compromessi. Ha trovato la propria responsabilità problematica
nella fertilità del suo linguaggio. La sua parola, sia scavata sia sommessamente
pargoleggiata, costituisce la nuova ciclicità culturale da cui partire per fondare
rapporti esistenziali e conoscitivi meno esclusivi, meno drammatici.
L’intellettuale del nostro tempo figlio anche dell’uomo del Leopardi, non vuole
né può acquietarsi in una soluzione appena raggiunta, perché egli è un
indagatore instancabile della propria cultura, della propria storicità. Il male di
vivere, che pure il pensiero si porta serrato dentro di sé, è divenuto non
un’essenza interessante e ferrea ma un problema transitorio che la mente nel
suo instancabile procedere sempre più avanti ha relativizzato, ne ha fatto una
pausa secondaria e necessaria nella virtuosa possibilità che venga smontato e
superato da nuove organizzazioni concettuali, conoscitive e morali per il
tramite del suo laborioso linguaggio. La sua parola, ora restaurata da
responsabilità culturali e storiche più immediate, corre in aiuto dell’uomo più di
ogni salvifica tradizione e di ogni avventura avanguardistica per creare una
visione della vita non più abitata dai vecchi fascinosi pregiudizi né dalle vecchie
certezze razionali, che alla prova della storia sono miseramente franate.
L’uomo che noi prefiguriamo, il poeta che noi cerchiamo di elaborare e sentire
è un sofferente portatore di certezze incespicanti che fiduciosamente tuttavia
vogliono incontrare una mente dinamica e progressista sotto il segno fecondo
del relativismo critico, come fiducia intellettuale nel crescere e variare della
parola umanamente sentita nella Storia, e tale che da sé stessa possa resistere
alle rigide classificazioni morali e culturali di parte.
16/08/1983
Perché in Leopardi la notte, il colloquio notturno, la visione della notte, non
richiamano mai la morte, come invece avviene con i romantici nordici, o con lo
stesso Foscolo? Il fascino del paesaggio notturno si popola sempre di presenze
concrete di vita e rifugge sempre dalla gratuità di suggestioni poetiche alla
moda. Forse perché la morte è un concetto così ovvio che a parlarne e ad
assumerlo risulterebbe inefficace al confronto con il tedio, la noia sublime, il
male e il senso concreto del dolore esistenziale dell’uomo storico. Aggravarlo
con la morte, che è poi un elemento banale e certo della sua esistenza,
sarebbe ozioso; Leopardi, invece, vuole educare l’uomo ad avere coscienza
della sua umanità, come pensiero e come corpo, in questa accidentale
avventura, dove nessun mito, nessuno appiglio può fermarlo dal correre verso
il proprio continuo morire, e perdere la forza generosa delle illusioni, che pure
non lo salvano dalla sua morte concreta. E per questo la morte non compare in
sé, pur essendo sempre presente; e non è morte fisica ma scolorare del
sembiante, perdersi e naufragare del pensiero nella vastità dell’universo, nella
sua solitudine immaginativa, senza entrare più in contatto panico con
l’esistente; neppure il tramutarsi in altro elemento, tuono o fulmine,
assicurerebbe la coscienza del proprio dolore, che non è nella morte ma nella
consapevolezza di avere scoperto il male di vivere, che è male assoluto,
irreparabile.
10/09/1991
Poiché in Leopardi nessuno scritto, in versi o in prosa, appare fine a se stesso,
ma sottende sempre ad una funzione morale, è da supporre che l’Infinito, che
si presenta per la sua concezione come un unicum nella produzione del poeta,
(fu forse suggerito da particolari suggestioni della sua Storia
dell’astronomia? ), non finalizzato ad alcun progetto socialmente dimostrativo ,
potrebbe essere invece come la realizzazione intima della teoria sensistica del
piacere, che si attua in quella particolare dimensione psicologica di spazio e
tempo, che, pur nella loro dinamica inquietudine, si fondono e compensano nel
pensiero, che non più serba niente della sottrazione continua di vita interiore,
che assiduamente opera il fluire biologico nella mente, per cui tale piacere,
goduto da un simile stato d’animo intellettuale, non più potendo dilatarsi né
variare d’intensità, si autonarcotizza nella paralisi dei propri sensi, naufragando
in quel suo particolare mare di dolcezze, che alla fine quietamente si
compiacciono di se stesse. Ma di certo non era questa arcadica o sublime
evasione che il poeta cercava per mascherare o appagare la tensione spirituale
del suo “altrove” esistenziale, che qui in verità ha la maniera indolore di una
pacifica conclusione dal sapore arcadicamente teatrale.
12/12/1991
E’ l’Infinito ,questo del Leopardi, fatto di pause contemplative su un paesaggio
suggestivo e sorprendente dove la mente intuita la sua spaziosità esita, non vi
si avventura in uno slancio irrazionale, che annullerebbe ogni concreta
possibilità di visitarla e dominarla, ma il pensiero pur elevandosi vi penetra e vi
cresce e si espande per successive e nuove esperienze temporali, così da
concretizzare e descrivere quel suo particolare infinito in una summa
totalizzante di sensazioni sperimentabili nella dimensione del divenire umano
dell’anima e dell’intelligenza, che consentono al pensiero del poeta di lasciare
l’inconsistenza di pure idee e pure parole per ricondursi in terra, da dove la sua
visione non si solleva come in Baudelaire “con ala inebriante a nuotare
nell’etra”, se è vero che il suo Infinito è costruito e vissuto a frammenti, a
sbalzi aggiunti a sbalzi che pure sanno condurre la sua anima a sentire e a
godere il fascino sovrumano dell’eterno, fuori da ogni astrattezza o estraneità
della mente, in cui tutto ciò che essa percepisce diventa infinito; le morti
stagioni diventano anch’esse eco e senso dell’infinito e l’attuarsi della stagione
presente, sentita come scorrimento e battito perduto, che la voce del vento
evocando materializza nell’unica forma concepibile dalla mente, come ricordo,
come passato, come memoria appunto. Si direbbe che l’Infinito sia
sostanzialmente coevo alla mente umana, ne sia una categoria spirituale
ineliminabile, che preesiste per materializzarsi negli atti evocativi del puro
pensiero. A partire da “e come il vento” la poesia e la mente si innalzano e
crescono in una concitazione di musicalità cosmiche. Dopo un incipit quasi
guardingo in cui prevale un atteggiamento geografico, fortemente
spiritualizzato dall’avverbio temporale, che pare già concludere più che iniziare
l’operazione mentale verso l’Infinito, anche l’insistere sulla precisione verbale
denotativa, “questa siepe, quest’ermo colle”, che ritorna in “queste piante” e in
“quell’infinito silenzio e in questa voce e in questa immensità” serve a
circoscrivere il primo sbocciare dell’idea dell’infinito come un supporto
necessario da cui logicamente l’interiorità del poeta estende il suo sguardo
verso l’altrove, anche perché il Leopardi classicamente non si perde in
vaghezze metafisiche o simboliste, se è vero che tale viaggio della mente può
farci pensare anche alla resistenza psicologica che può incontrare il pensiero
nell’incorporare la prima idea dell’infinito nella forma essenziale della parola
che può esprimerlo, e pertanto muoversi verso regioni che gli si addicono di
immaginare oltre i limiti terrestri e attingere lo spavento incommensurabile
dell’eterno. A Dante che si trasuma solo nella visione di sé stesso, incapace di
sentire il divino fuori dalle dimensioni umane, il poeta recanatese invece
divinizza il suo pensiero nella totale estraneità d’ogni contatto con la forma
racchiusa e circoscritta del proprio essere. Così in lui l‘immateriale, la pura
sensazione acquista dimensione conoscitiva e poetabile caricandosi di valori
catartici, e “il naufragar m’è dolce in questo mare” sensibilmente ed
umanamente caratterizzato. Siamo più che alle soglie in piena poesia pura,
assoluta, anche se non ancora problematica e storicizzata come quella. Il poeta
moderno non cede, non interrompe la sua estasi, che dura e l’accompagna in
piena e totale coscienza fino all’appagamento, che si genera in lui per forza
propria più che per costruzione simbolica mossa e finalizzata dall’Ente, giacché
la sua divinità non è fissa in un punto paradisiaco, non aspetta che vi si salga
attraverso lucori e candelabri e spazi di luci sfavillanti, essa è invece figlia dei
contrasti, delle visioni della mente interrotte a cui sempre tendere e
virtuosamente ripetersi con nuovi propositi conoscitivi, che si generano e
spaziano di vita imprevista. Il suo orizzonte dell’essere è grazia che sollecita
possessi tanto più fascinosi quanto più oscuri e nebulosi presentano gli
approcci. E’ proprio da questa diversa impostazione che l’infinito del
l’intellettuale moderno esce più totale e si assolutizza in lui nella privazione di
una meta o di un fine morale per divenire come avventura possibile del suo
pensiero aperto ed indomabile, nella cui tensione pare riscattarsi e rivivere la
santità di ogni presunto oltraggio alla conoscenza
18/07/1986
Come se avesse voluto esorcizzare il fallito tentativo di fuga del 1819 creandosi
un risarcimento spirituale nell’unico modo che gli era congeniale, cioè
“creando”; anzi si potrebbe dire che nell’Infinito il Leopardi si sia ritagliato un
topos edonistico totale ed appagante, irripetibile e che compensa quello
storico, geografico e sociale che sperava di sperimentare con la fuga. Qui pare,
specie per il determinarsi e precisarsi dell’ambiente, che si possa individuare la
prima intuizione della materia biografica e memoriale per il tramite del
paesaggio che ritornerà in alcuni grandi idilli. Il sempre caro iniziale vorrebbe
essere anche una dichiarazione di fede? Ma non potrebbe essere stato una
finzione, un’amara dichiarazione della propria rassegnazione e della propria
sconfitta? Oppure un voler prendersi una rivincita sul padre dimostrandogli che
dopo tutto egli sapeva, per virtù di arte, essere felice anche lì, ribadendo quel
tale concetto proprio con quel “Sempre caro mi fu”, e che come in passato
anche nella presente situazione, pur dopo l’amarezza, ritrovava la forza morale
di riabituarsi a sentire in quei suoi selvaggi luoghi il paesaggio adatto a
procurargli appagamento e dolcezza interiore. Perché Leopardi non dice “mi è”
ora, ma mi “fu” a sottolineare una continuità psicologica ed anche una
assuefazione esistenziale che proietta il passato, sperimentato emotivamente
invariabile, nel presente, il passato che si ripete nel presente per virtù della
forza conclusiva del verbo “fu”, perché esso nella sua perentorietà temporale e
concettuale non indica solo un avvenimento del passato, colto nel passato, ma
conferma anche una situazione sentita nel presente, estensibile nel presente,
che viene catturato dal rigore espressivo del verbo al passato remoto; perché
se avesse voluto indicare che l’azione sentimentale tornava nel presente e non
invece che durava anche nel presente senza soluzione di continuità, avrebbe
adoperato l’imperfetto, mentre l’uso del passato remoto, come proiezione del
suo passato e sua continuità nel presente trova quel luogo ancora attuale se vi
si può riconoscere e sedervi per ritornare alle usate meditazioni e interiori
contemplazioni, mosse queste ultime dal paesaggio esterno, che è appunto
come l’occasione sodale di quelle. Ma per ritornare ancora al sospetto che il
Leopardi avesse voluto ironicamente comunicare al padre soprattutto, o forse
anche a sé stesso, quasi a porre un sigillo definitivo ai suoi sogni di evasione,
con quel “sempre caro mi fu”, che pare appunto una contraddizione con la sua
ricerca di socializzazione e di contatti con il mondo esterno. E l’ironia è tutta
dissimulata nel linguaggio: egli che aspirava a sperimentarsi concretamente
con il mondo di fuori, dice ora di avere sempre avuto caro quell’ermo colle,
estraneità e solitudine, che pur sono le cifre spirituali di ogni poesia e di ogni
suo meditare, qui si rivestono di ambiguità e di vinto sarcasmo. A me l’Infinito
pare, per quelle sottili cesure di tensione e di composizione che a volte vi
intuisco, per quel crescere a singhiozzo di sensazioni, il canto di una sublime
sconfitta; il testamento di chi ha per sempre vista preclusa la possibilità di
evasione. E’ la dichiarazione estrema di chi si sente inesorabilmente
prigioniero; è l’abiura alle proprie tensioni dell’altrove, se ora professa davanti
ad una ideale corte di giudizio, il colle e l’infinito, la propria professione di fede
e di fedeltà ad un luogo dell’odioso Recanati, come a voler dire che fuori di
esso non potrebbe provare le stesse emozioni edonistiche, il proprio
appagamento spirituale, che metaforicamente si materializza in un mare che,
appunto, per la sua vastità, fisica, concettuale e psicologica comprende ogni
altro luogo di fuori, lo circonda e sovrasta ed ingloba, e quindi esclude la
necessità di ogni altra evasione e ricerca, perché tutto in quel mare è
sentimentalmente compreso, anche la stessa sognata fuga.
07/02/1993