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Nel linguaggio comune il convitato di pietra, figura ideata da Tirso de Molina come contraltare moralistico di Don Giovanni, è una presenza incombente ma invisibile, una sorta di spada di Damocle che, pur senza intervenire direttamente, influenza gli altri e ne condiziona l’agire. Questa è la condizione in cui si è trovato Emanuele Filiberto II Duca d’Aosta e, più in generale, tutto il ramo cadetto dei Savoia-Aosta rispetto al trono d’Italia. Sarebbe riduttivo e financo fuorviante guardare al passato limitandosi ai fatti senza prendere in considerazione il clima, sentito dai contemporanei, che spesso ne ha influenzato le decisioni. Nella fattispecie è fin troppo facile osservare che mai il ramo cadetto è subentrato ai discendenti diretti del Regno d’Italia, ma questo avvicendamento è stato sfiorato, sostenuto, forsanche agognato in parecchie occasioni. Questa eventualità ben presente, ha influenzato non poco le decisioni dei protagonisti, in particolare in quel fatidico 28 ottobre 1922.

«Di due figli vivea padre beato…», così inizia il Trovatore verdiano, riferendosi al Conte di Luna che con due eredi può stare tranquillo circa la successione del proprio casato; ma più spesso i cadetti, o sono un ingombro o sono una minaccia, per il primogenito. Per questo Vittorio Emanuele II ha pensato di risolvere il problema lasciando il trono italico al figlio Umberto (nato nel 1844) e quello spagnolo al secondogenito Amedeo (nato nel 1845). Purtroppo però, Amedeo non essendo, o non volendo essere, abbastanza energico da domare la rissosa Spagna, anche a seguito di un attentato nel 1872, abdica dopo appena tre anni di regno. Nel frattempo, nel 1869 sono nati i figli, coetanei: Vittorio Emanuele Principe di Napoli, da Umberto I, divenuto Re nel 1878, ed Emanuele Filiberto dal Duca Amedeo. Al rientro in Italia del Duca, i ragazzi crescono insieme e manifestano personalità molto diverse tra loro. Se Vittorio Emanuele è introverso, riservato e noioso, oltre che di statura e prestanza fisica limitate, il cugino è aitante, atletico, simpatico, poco propenso agli studi e grande amante del bel mondo. Sono già in molti a considerarlo un interlocutore assai più gradevole, al punto tale che la Regina Margherita lo preferirebbe per figlio, ed è pur sempre il secondo in linea di successione al trono. A far pesare ulteriormente la bilancia del confronto dalla parte del Duca, sono le rispettive consorti: Elena, Principessa del Montenegro, voluta da Crispi per Vittorio Emanuele, in modo da ravvivare il casato con sangue giovane e fresco, non è paragonabile per dinastia, ricchezza ed esuberanza con Hélène d’Orleans, divenuta Duchessa d’Aosta.

Nel periodo tra il 1900 ed il 1904, salito al trono Vittorio Emanuele III, il Duca non solo è primo in linea di successione, ma l’unico ad avere nei figli Amedeo ed Aimone una discendenza maschile. L’aver preso a Napoli il posto del cugino, facendo della reggia di Capodimonte il centro della vita mondana della città, e la frequentazione con Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao, alimentano non poco le malelingue ed i desideri di molti in merito a questo avvicendamento dinastico. Da parte sua il Duca rimane sempre nella propria posizione, rispettosa e subalterna rispetto alla corona, ma non sappiamo se in cuor suo non covi qualche ambizione. La nascita di Umberto nel 1904, dopo le sorelle Iolanda e Mafalda, dà poi continuità al ramo regnante.

Nel 1915, avendo il Re avallato il Patto di Londra, di fronte ad un Giolitti deciso a ritiralo si dice pronto, se necessario, ad abdicare il favore del Duca. La cosa non avviene, ma ci dà la misura, di come la figura di Emanuele Filiberto fosse ben presente, come possibile successione immediata (il figlio Umberto essendo undicenne) allo stesso Vittorio Emanuele III. All’inizio delle ostilità il Duca ottiene il comando della Terza Armata, sostituendo il generale Zuccari, uno dei primi silurati di Cadorna. Durante tutta la guerra rimane al proprio posto, senza dimostrare particolari doti militari, ma al di sopra di quel nido di vipere che si rivelano gli alti comandi. La sua posizione di principe di Casa Savoia lo pone al di fuori delle rivalità tra Cadorna, Capello e Badoglio che sono determinanti per le sorti della battaglia di Caporetto. Inoltre la posizione più defilata della III Armata, rispetto alla II Armata, investita in pieno dall’attacco, lo risparmia dalle conseguenze della sconfitta, contribuendo a crearne un mito di invincibilità. Le capacità personali in termini, non tanto strategici e militari, affidati per lo più ai subalterni, quanto politici e comunicativi, sia nei confronti dei vertici, sia della truppa, la calma serafica con cui affronta i momenti difficili della ritirata, ne fanno un punto di riferimento certo per l’esercito. L’avanzamento a sostituire Cadorna, voluto dagli alleati, è bloccato dal Re, per evitare che una eventuale sconfitta travolga direttamente un erede al trono. A maggior ragione nell’ipotesi che la disfatta non possa essere arginata e pensi di salvare il trono abdicando in suo favore.

Dopo la vittoria, il Duca è congedato e la III Armata sciolta perché, con la sua personalità ingombrante non faccia ombra al Re. Da parte sua, affascinato dalla personalità di D’Annunzio, come molti generali e membri di casa reale, simpatizza per il fascismo nascente e da questo viene usato. A scanso di equivoci anacronistici è bene ricordare che nel 1922 il fascismo non ha ancora stravolto lo Statuto Albertino con le leggi fascistissime del 1925, non ha fatto proprio l’antisemitismo del 1938, non ha trascinato l’Italia in una guerra rovinosa nel 1940, culminata negli eccidi della guerra civile nel 1943. Con questo non si vuole negare nulla, ma non possiamo attribuire ai simpatizzanti di allora responsabilità per fatti che sono di là da venire: la percezione del fascismo che hanno i contemporanei nel 1922 è molto diversa da quella attuale.

È proprio nel momento supremo, in cui si decidono i destini dell’Italia, il 28 ottobre 1922, che il ruolo di convitato di pietra del Duca d’Aosta, si concretizza in tutta la sua rilevanza. Nella ricostruzione non v’è certezza delle singole responsabilità: non è credibile che abbia un ruolo attivo nell’organizzare un colpo di stato, poco probabile che si renda disponibile, certo che sia paventato, Emanuele Filiberto è usato da Mussolini e da quanti simpatizzano per il fascismo, come minaccia di alternativa concreta a Vittorio Emanuele III, se questi non cede e cerca la prova di forza. Quanto, di ciò che abbiamo detto dei decenni precedenti, in termini di confronto, di timore psicologico, verso questa figura più carismatica ed amata, pesa nella decisione del Re di non firmare lo stato d’assedio? Di non mettere alla prova la fedeltà dell’esercito, rischiando in prima persona il trono, a vantaggio del cugino? Senza questo convitato di pietra, Mussolini potrebbe minacciare, o un cambio al vertice con un personaggio di minor profilo, o magari una repubblica, avendo decisamente meno attrattiva nei confronti dei militari mandati a fermarlo.

Non risulta che vi sia stato un incontro diretto tra il Duca e Mussolini ed è certo che non partecipò alla marcia su Roma, a differenza di quanto farà Erich Ludendorff l’anno successivo al putsch di Monaco.

Negli anni del regime, come e più di D’Annunzio, viene messo in secondo piano, divenendo il simbolo del reducismo ed un monumento di sé stesso. Di fronte alla strabordante egocentrica figura di Mussolini, il trono d’Italia perde la sua importanza e così anche la temuta alternativa.

Muore nel 1931 ed è ricordato con la tomba monumentale al Sacrario di Redipuglia, tra i suoi soldati sempre presenti e con il monumento a Torino, in Piazza castello di fronte al Teatro Regio. Continua ancora oggi, invece, il dualismo rivale fra i discendenti dei due cugini.