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Enrico Sappia, misterioso cospiratore mazziniano, di Achille Ragazzoni

Ieri

Il 30 novembre 1850, proveniente da Civitavecchia, sbarcava a Napoli un giovane poco più che diciassettenne, cittadino del Regno di Sardegna, prontamente arrestato dalla polizia borbonica che lo tratterrà prigioniero a Castel dell’Ovo sino al gennaio del 1854, accusato di far parte di una setta che lo aveva incaricato di assassinare Re Ferdinando di Borbone, il sovrano delle Due Sicilie. Era questo giovane Enrico Sappia, nato a Toetto di Scarena, nell’entroterra di Nizza, il 17 aprile 1833 da Giuseppe e Marcellina Simon. Suo zio, colui che gli fornì la prima istruzione ed un grande amore per la cultura ed il sapere, era il canonico don Pietro Sappia, professore di Retorica all’Università di Torino e, all’epoca, apprezzato uomo di lettere. Talento precoce, fugge di casa assai giovane per andare a combattere con Garibaldi nel 1848. L’anno seguente lo troviamo a Roma tra i difensori della Repubblica. Qui stringe amicizia con Mazzini e a lui rimarrà sempre fedele. Alla caduta della Repubblica Romana, con un falso passaporto sardo intestato ad Ernesto Sigilli (il primo dei suoi tanti pseudonimi, quasi sempre caratterizzati dall’iniziare con le lettere dei suoi veri nome o cognome, o col cognome ispirato da quello della madre) si imbarca da Civitavecchia per Costantinopoli, dove frequenterà l’ambiente dei fuoriusciti italiani, assieme ad alcuni dei quali risalirà il Danubio per portare aiuto – ma non vi riuscirà, poiché i volontari verranno fermati in Serbia – agli insorti ungheresi. A Costantinopoli entrerà in una misteriosissima società segreta, il cosiddetto “Gruppo dei Diciassette”, della quale avrebbe fatto parte anche un altro nizzardo, Giovanni Battista Orengo, guidata da un certo Francesco Parravicini, che si spacciava addirittura per il fratello di Mazzini. Qui riceverà l’incarico di attentare alla vita di Re Ferdinando di Borbone, sovrano delle Due Sicilie. Ritorna quindi a Nizza e, avendo ufficialmente l’incarico di rappresentante di alcune note case commerciali della città e di Marsiglia, parte alla volta di Napoli, facendo tappa nello Stato Pontificio, ove ha la dabbenaggine di mettere al corrente dei suoi piani un informatore dei servizi segreti borbonici. E, infatti, il 30 novembre 1850, quando praticamente non ha ancora toccato col piede il terreno napoletano, viene arrestato e rimarrà prigioniero del Borbone sino alla fine di gennaio del 1854.

Se tanti sono, alcuni destinati per lungo tempo a rimanere tali, i misteri nella vita di Enrico Sappia, quelli relativi alla sua lunga prigionia a Napoli, vengono ora risolti da due validi studiosi, Elso Simone Serpentini e Loris di Giovanni, nel libro “Il prigioniero dimenticato” (pp. 478, Euro 30,00) pubblicato pochi mesi fa dalla casa editrice abruzzese Artemia Nova (www.artemianovaeditrice.it). Con l’ausilio di documenti assolutamente inediti e prima d’ora mai consultati dagli studiosi, localizzati tra archivi di Napoli e Palermo, esce un libro di storia la cui lettura è appassionante come un romanzo giallo. La perquisizione cui il giovane venne sottoposto, fece ritrovare una lettera di un ex-studente di Francesco De Sanctis, Francesco Veneti, in esilio a Marsiglia per motivi politici, indirizzata all’antico maestro. Sarà questo ritrovamento la causa dell’arresto del De Sanctis e da qui nascerà, in certi ambienti patriottici, la leggenda nera di Sappia quale spia e provocatore, leggenda esplicitata nel bel libro (bello dal punto di vista letterario, ma non da quello storico, pieno com’è di fantasie…) “Il paradiso dei diavoli”, di Edmondo Cione, pubblicato da Longanesi nel 1949. Edmondo Cione si rifaceva, in gran parte, agli scritti del letterato Marco Antonio Canini (tra i primi a far conoscere la letteratura romena in Italia), dapprima amico del Sappia, poi suo acerrimo nemico e dal Canini nacque l’accusa, variamente ripetuta in tante occasioni, della sodomia del Sappia (allora il Gay Pride era ancora da venire…).

Se il Sappia prigioniero del Borbone non stava propriamente in un albergo di prima categoria, nondimeno la sua prigionia fu meno dura di quella di altri prigionieri nello stesso posto. Gli si diede la possibilità di leggere, di scrivere, di tenere contatti con altri prigionieri, col personale del carcere, persino qualche volta di uscire, pur sotto scorta. Tra gli inquisitori c’era chi lo considerava davvero pericoloso e chi, invece, lo riteneva solo un giovane esaltato un po’ contaballe (e infatti di queste sono piene i verbali di interrogatorio e le informative delle spie che aveva accanto). Poliziotti, gendarmi e guardiani che si erano fatti l’idea che si fosse cacciato nei guai solo per una giovanile esaltazione, lo trattavano abbastanza umanamente. Uscì dopo oltre tre anni di prigionia, senza mai essere stato formalmente accusato di nulla, grazie soprattutto ad una campagna di stampa sui giornali di Torino e a forti pressioni diplomatiche esercitate dagli ambienti diplomatici e consolari sardi a Napoli.

Chi vorrà saperne di più sulle ulteriori vicende della sua vita potrà dedicarsi alla lettura del libro scritto a quattro mani dal Serpentini e da Maurice Mauviel (un francese divenuto lo specialista per antonomasia del Sappia e uno storico molto obiettivo per quanto riguarda lo studio e la scrittura di cose nizzarde), “Enrico Sappia cospiratore e agente segreto di Mazzini”, pubblicato nel 2009 dallo stesso editore del libro precedente. Elso Simone Serpentini ha poi raccolto, sempre per il medesimo editore, “Gli scritti abruzzesi”, di Sappia, che visse in Abruzzo per una diecina d’anni, facendosi notare anche lì per la propria erudizione. E per conoscere meglio il Sappia agente segreto mazziniano, bisogna assolutamente andare a leggere cosa egli stesso scrisse, con lo pseudonimo di Ermenegildo Simoni “Mazzini. Storia delle cospirazioni mazziniane”, uscito a Parigi nel 1869 e tradotto dal Serpentini, sempre per l’Artemia Nova editrice, nel 2020. La maggior parte degli studiosi di mazzinianesimo, tra cui lo stesso Terenzio Grandi, sovente preciso fino alla minuzia, hanno ignorato che Ermemegildo Simoni e Sappia fossero la stessa persona.

L’unico libro che Enrico Sappia ha firmato col proprio nome, non è stato letto da quasi nessuno. Si tratta di “Nizza contemporanea”, pubblicato a Londra nel 1871. La quasi totalità della tiratura sparì: pare che l’invio delle casse contenenti il libro alla Libreria Visconti di Nizza (allora esisteva ancora una libreria italiana nella città rivierasca) sia stato intercettato dalle autorità francesi…

Mi risulta che il libro si trovi in Italia, attualmente, solo in tre biblioteche pubbliche. Esso narra la storia di Nizza dal 1845 al 1871 e spiega per filo e per segno, non sulla scorta di chiacchiere, ma di documenti, come Nizza sia divenuta francese. La tesi finale del libro è la creazione di uno staterello indipendente nizzardo nell’orbita italiana sotto la protezione, che allora sarebbe stata puramente platonica, degli Stati Uniti d’America,  invocando Garibaldi che, in quel periodo di tempo, la pensava anche lui più o meno cosi!

Incredibilmente sia il libro, sia l’autore, risultano sconosciuti ad Ermanno Amicucci, che di cose nizzarde pure se ne intendeva (suo il libro “Nizza e l’Italia”, pubblicato da Mondadori in varie edizioni dal 1939; per curiosità: l’Amicucci era abruzzese come il Serpentini e il Di Giovanni…). Io fui tra coloro che suggerirono all’indimenticabile amico nizzardo Alain Roullier –  Laurens (1946 – 2014) di far tradurre il libro in francese, la cosa si concretizzò e il 29 settembre 2006, centenario della morte di Sappia, deposi la prima copia del libro sulla sua tomba, nel cimiterino di Caucada, un sobborgo di Nizza.

Sappia, dopo una vita avventurosa, tornò a Nizza nel 1896 dalla Campania, ove si era stabilito. Docente di italiano alle scuole municipali, nel 1898 fonderà la prestigiosa rivista “Nice Historique”, che esce tuttora e che dal 1904 è l’organo ufficiale dell’Accademia Nizzarda, della quale Sappia fu segretario. L’11 ottobre 2014 ho organizzato a Bolzano un convegno su Enrico Sappia, convegno che ha avuto l’onore di un annullo speciale figurato da parte di Poste Italiane.

Per finire, un filmatino del 2010, in cui si vede che a Nizza lo spirito ribelle di Sappia forse non si è estinto del tutto…:

ACHILLE RAGAZZONI

26 Luglio 2021/da user-pannunzio
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